Roma, 7 set —  A poco meno di un anno di distanza abbiamo avuto modo di contattare nuovamente Mujeebullah Dastyar, reporter afghano che già ci aveva illustrato, in una splendida intervista, la condizione del suo Paese con importanti parole e splendide immagini scattate da lui stesso. E’ ormai passato più di un anno dal ritiro americano e il mondo e la storia, continuando il loro ineluttabile corso, hanno portato l’attenzione del cosiddetto Occidente altrove, nello specifico nel cuore dell’Europa, in un conflitto che, con tutta probabilità, porterà con sé conseguenze deleterie per tutto il Vecchio Continente.

Ma in Afghanistan, come sostiene lo stesso Dastyar, “la guerra non è mai finita” e dopo due decadi di occupazione militare occidentale, il Paese, ora al centro di nuove e importanti ambizioni geopolitiche, versa in condizioni ancora più disperate. Di seguito il colloquio intercorso con Dastysar, perché la viva memoria e la pluridecennale sofferenza di un popolo non venga dimenticata.

Valerio Savioli

Parlaci di te, del tuo lavoro.
«Sono Mujeebullah Dastyar, nato nel 1988 nel centro dell’Afghanistan a Kabul, sono cresciuto a Kabul e ho terminato la mia formazione a Kabul, ho lavorato come freelance e fotografo, specialista anche in sistemi informativi geografici. Questa frase può suonare comune per un ragazzo che vive in Europa o negli Stati Uniti per presentarsi in modo breve, ma per me quella terza riga di introduzione è qualcosa che mi ha reso come un uomo di 50 anni, ed è tutto a causa della GUERRA [maiuscolo dell’intervistato N.D.A.]. Il giorno in cui ho aperto gli occhi c’era un combattimento in Afghanistan e tuttora sta succedendo, un Paese con quarant’anni di GUERRA e la gente in questo Paese è in preda alla depressione. Durante queste guerre civili siamo stati spostati così tante volte nei Paesi vicini come Iran e Pakistan, ma più tardi nel 2001, quando pensavamo che la guerra fosse finita e che oltre trenta Paesi si trovassero in Afghanistan, pensavamo che ci sarebbero stati giorni felici ma ci sbagliavamo, perché la GUERRA in Afghanistan è una GUERRA senza fine. Abbiamo lottato e finito le scuole poi l’università e poi il lavoro ma ogni giorno siamo stati testimoni di esplosioni, esplosioni e attentati suicidi a Kabul e in provincia.
Per lo più a Kabul ci sono stati attacchi complessi, attacchi suicidi, esplosioni di auto e… Fino a quando non è iniziato il ritiro degli Stati Uniti e abbiamo pensato che forse questo avrebbe portato i nostri giorni felici perduti, ma il destino ha deciso qualcos’altro, l’incubo si è rivelato più grande e più lungo di prima».

Un anno è passato dalla rovinosa ritirata americana. Com’è adesso la situazione nel tuo Paese?
«I talebani hanno ripreso l’Afghanistan, io chiamo quel giorno come un giorno nero della mia vita, abbiamo viaggiato dal XXI secolo indietro all’età della pietra.
Le banche sono chiuse, i progetti infrastrutturali sono rimasti nella media. Il tasso di disoccupazione ha toccato il picco più alto, la soglia di povertà ha superato il 98%, la malnutrizione è aumentata nei distretti e nei villaggi remoti, la siccità ha circondato l’Afghanistan poiché l’80% della popolazione afgana nelle province è impegnata nell’agricoltura, le scuole femminili più importanti sono bandite e le donne non possono lavorare negli uffici. Dopo un anno, il governo talebano ha imposto restrizioni sull’hijab per le donne, gli uomini non dovrebbero radersi la barba, la medicazione dovrebbe essere secondo la legge islamica e la sharia, i dipendenti dei ministeri sono obbligati a sostenere un esame religioso (testare le conoscenze sull’Islam) per lavorare nei ministeri, altrimenti non potranno lavorare, non c’è libertà di parola».

Le sanzioni comminate al vostro Paese hanno peggiorato anche la situazione sanitaria? Si parla di gravissima malnutrizione tra la popolazione, in aggiunta a tutto il resto.
«Ora è passato un anno da quando i talebani hanno ripreso l’Afghanistan, credo che gli Stati Uniti abbiano praticamente restituito l’Afghanistan ai talebani dopo vent’anni.
“Nell’ultimo anno, gli afgani non hanno semplicemente perso il loro Paese, ma non hanno più democrazia, indipendenza, riconoscimento nazionale e internazionale, libertà di parola, diritti al lavoro e all’istruzione e un sistema politico funzionante.” Queste le parole che ogni afghano sostiene e il mondo è consapevole di tutto ma le comunità internazionali sono silenti e indifferenti. Dall’anno scorso in Afghanistan quasi diciannove milioni di persone si trovano ad affrontare una grave insicurezza alimentare, di cui dieci milioni sono bambini. Più di un milione di bambini afgani sotto ai cinque anni sono a rischio di grave malnutrizione».

Quali sono le possibilità concrete, per un reporter come te, di raccontare quanto sta accadendo?
«L’Afghanistan Journalists Center (AFJC) ha pubblicato il suo rapporto sullo stato della libertà dei media in Afghanistan durante il primo anno di governo talebano, questo ha notato un aumento significativo dei casi di violazione della libertà dei media e la chiusura di quasi la metà dei media nel Paese. Il rapporto rileva un deterioramento della libertà di stampa nell’ultimo anno, caratterizzato da censure, detenzioni, aggressioni e restrizioni ai media, ai giornalisti e in particolare alle donne giornaliste».

Dicci di più di questo rapporto.
«Il rapporto che copre un anno di governo talebano (dal 15 agosto 2021 al 15 agosto 2022), sottolinea che un totale di 245 casi di violazione della libertà dei media in Afghanistan, inclusi 130 casi di detenzione a breve termine di giornalisti, durata da un’ora a diverse ore e anche alcuni mesi che spesso includevano violenze fisiche, insulti e persino torture di giornalisti. Inoltre, durante questo periodo, sono stati documentati almeno ottanta casi di minacce, ventotto casi di molestie fisiche per lo più da parte delle forze di sicurezza talebane e cinque casi di lesioni da parte dei talebani.
Nel frattempo, AFJC ha registrato due casi di omicidi, tra cui la morte di Alireza Ahmadi, giornalista dell’agenzia di stampa Raha, e Najma Sadeqi, ex conduttrice del canale televisivo Jahan-e-Sehat nell’esplosione mortale all’aeroporto di Kabul, che stavano cercando di fuggire dal paese dopo la caduta di Kabul a metà agosto 2021».

Dal tuo punto di vista di reporter il Paese rischia quindi di diventare un buco nero?
«Il rapporto indica che oltre la metà di seicento organi di stampa, tra cui radio e televisione, carta stampata e online, hanno cessato le attività e oltre il 60% dei giornalisti e dei dipendenti dei media non ha potuto lavorare dopo che i talebani hanno preso il potere. I risultati suggeriscono che oltre il 30% dei restanti mezzi di comunicazione sono sull’orlo del collasso per determinati motivi, tra cui una significativa diminuzione dei fondi per i media, l’assenza di professionisti dei media, la mancanza di diritti e pubblicità commerciale e le crescenti restrizioni imposte ai media. Le direttive restrittive hanno aperto la strada alla censura e alla persecuzione, e in gran parte privano i giornalisti della loro indipendenza. Le giornaliste sono in gran parte bandite dai media statali e quelle del settore privato possono apparire in TV solo se hanno il viso coperto».

Quale futuro attende l’Afghanistan?
«Dopo aver visto tutto questo, non vediamo futuro per l’Afghanistan, il 56% della popolazione afgana è composta da giovani tra i 18 e i 30 anni e la maggior parte dei giovani istruiti è fuggita dall’Afghanistan, metà di loro sta lottando ai confini tra Iran e Turchia per trovare un posto sicuro in Europa e sostenere le loro famiglie, alcuni sono diventati dipendenti dalla droga, e il resto sono a Kabul che vivono la loro vita in depressione. Vent’anni di presenza USA in Afghanistan hanno cambiato tutto: “avevamo un governo eletto, non perfetto, ma eletto. La stampa aveva più libertà di lavorare che in una qualsiasi delle sei nazioni che confinano con l’Afghanistan. Donne e ragazze erano libere di andare a scuola e al lavoro, i progetti infrastrutturali erano in corso, il sistema di telecomunicazioni era in costruzione e collegava l’Afghanistan al mondo intero, l’ Afghan robotics team delle ragazze afghane era un orgoglio per la nazione, frutta secca afgana e altra frutta era spedita ovunque nel mondo e specialmente lo zafferano afgano ha ottenuto il primo premio ed è stato lo zafferano numero uno al mondo”».

Quanto pesa il fattore religioso?
«L’Islam è la religione ufficiale dell’Afghanistan e la maggioranza della popolazione è musulmana (circa il 99,7%), negli ultimi trent’anni l’Afghanistan ha mantenuto tutte le sue promesse che l’Islam ci aveva insegnato, come gli studi islamici dalla prima classe delle scuole fino alla 12a elementare e così via, le scuole maschili e femminili erano separate, la palestra femminile e quella maschile erano separate, le ragazze e i ragazzi sedevano separati nelle classi universitarie anche gli autobus pubblici cittadini erano divisi in due categorie, penso che questo fosse qualcosa che nessun Paese islamico ha seguito ma anche sebbene i seguaci islamici estremisti pensino che l’Afghanistan non sia un puro Paese islamico. Iniziamo a combattere e far crollare la loro repubblica e costruire un nuovo governo islamico!».

Hai un messaggio da recapitare ai cosiddetti occidentali?
«Il mio messaggio agli occidentali è di prendersi cura di quei Paesi che stanno morendo di fame, che sono i più poveri del mondo, e inizia a combattere contro quei paesi che stanno fabbricando armi, bombe e facendo affari guadagnando miliardi uccidendo persone innocenti e invadendo il loro paese per il loro petrolio, spezzando il loro paese in due. Mi chiedo perché tacciano sebbene questi paesi siano al vertice nella produzione di armi e armi nucleari? Gli USA hanno fallito in Iraq e in Afghanistan per aver condotto una pessima strategia contro il terrorismo, ora l’Iraq e l’Afghanistan sono entrambi in una guerra civile.

Alla fine, gli USA devono pensarci

Guerra in Afghanistan:
20 anni
$ 1 trilione
2.448 soldati americani morti e riconsegnati ai talebani? Come mai?».

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