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Londra, 12 dic – Theresa May è a un passo dalle dimissioni. Il fronte della Brexit e dei negoziati con la Ue le potrebbe essere fatale. Stasera infatti il premier britannico e leader del Partito Conservatore dovrà affrontare un voto di sfiducia interno al suo partito.
Graham Brady, il presidente della 1922 Committee, ossia l’organismo che regola le norme interne dei Tory, ha ricevuto la quota minima di 48 lettere necessarie per attivare il cosiddetto “no confidence vote”. Secondo le regole del partito, si può dare il via alla procedura quando almeno il 15% dei membri del Parlamento si esprime a favore.
Si voterà stasera tra le 18 e le 20 ora locale, e il risultato sarà annunciato subito dopo. Alla May ora serve il supporto di almeno 158 parlamentari del suo partito per non perdere la poltrona e soprattutto per proseguire la delicata trattativa con Bruxelles per traghettare il Regno Unito fuori dall’Ue.
Ma già solo per il voto di sfiducia deciso dai Tory, la posizione della May è a rischio. Tanto che la premier – riportano i media britannici – potrebbe comunque decidere di fare un passo indietro se il totale di voti sfavorevoli risultasse “abbastanza significativo nei numeri”.
Per adesso però resta combattiva, ha promesso che “si opporrà al voto con tutto ciò che ha“, perché in caso di sfiducia il rischio è quello di far saltare del tutto la Brexit, che è proprio quello che vogliono i suoi oppositori, a partire dal leader laburista Jeremy Corbyn.
Certo è che sul fronte Ue la trattativa è in salita. L’impasse sul backstop, i confini irlandesi – motivo della delusione dei Tory e dei fautori del “divorzio” più oltranzisti – non è stata superata: né la cancelliera tedesca Angela Merkel né il presidente del Consiglio Ue Donald Tusk né il presidente della Commissione Ue Jean-Claude Juncker le hanno dato speranza. Come aveva già avvertito Juncker prima dell’incontro, l’accordo raggiunto fra Ue e Regno Unito “è il migliore possibile” e non si tocca.
A far precipitare gli eventi contro la May è stata la sua decisione di rinviare il voto della Camera dei comuni sull’accordo Londra-Bruxelles. Rinvio obbligato visto che era sicura una sconfitta schiacciante, con scarti fino a cento voti secondo i pronostici.
Ma se la May dovesse lasciare che cosa accadrà? Il nuovo leader dei Tory acquisirebbe automaticamente la carica di premier, secondo lo stesso meccanismo che aveva portato la May a diventare primo ministro dopo le dimissioni di David Cameron. May sarebbe comunque costretta a restare in carica per un periodo di transizione di circa sei settimane, in attesa della scelta di un nuovo segretario. Ma soprattutto conseguenza diretta sarebbe un rinvio del processo della Brexit oltre il 29 marzo 2019.
Intanto già imperversa il toto-nomi per il dopo May. Fra i papabili, l’ex ministro della Brexit Dominic Raab e l’ex titolare degli Esteri e sindaco di Londra Boris Johnson.
Adolfo Spezzaferro



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