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Roma, 14 ott – Da qualche mese circolava nei siti legati all’intelligence ed alla diplomazia internazionale la notizia non confermata di un grave episodio accaduto tra Stati Uniti e Cina, tuttavia non se ne trovava conferma fino a questi giorni in cui la notizia è diventata ufficiale: nel gennaio 2016 un membro del corpo consolare statunitense di stanza in una città cinese è stato prelevato a forza per strada, caricato su un furgone, portato in un edificio da uomini dei servizi di sicurezza cinesi e interrogato per ore. Dopo essere stato filmato mentre confessava di essere sul territorio cinese per svolgere attività di spionaggio è stato finalmente recuperato dagli attoniti colleghi del consolato americano che lo hanno poi fatto rimpatriare. Si tratta ovviamente di un fatto gravissimo: l’immunità diplomatica non permetterebbe neppure di essere interrogati, meno che mai trascinati a forza in un edificio oscuro senza la possibilità di contattare nessuno alla propria ambasciata.



Non è possibile sapere se davvero l’uomo fosse o meno legato all’intelligence: certamente il trucco di utilizzare la copertura diplomatica, per quanto considerato estremamente inelegante, è utilizzato dai servizi di informazione soprattutto quando si opera in precisi scenari potenzialmente pericolosi ed in precisi ambiti che richiedono di essere fisicamente in un luogo all’agente (soprattutto attività di humint quindi): il governo americano ne ha fatto praticamente una prassi. L’ufficialità e la pubblicazione della notizia ha creato un discreto dibattito negli Usa tra gli addetti ai lavori e alle realtà che vi orbitano attorno (vari think tank e giornali soprattutto): tanto per cominciare è stata commentata la scelta di secretare ai tempi la notizia. Tuttavia probabilmente vi era l’esigenza di non influenzare la campagna presidenziale mostrando il governo Usa troppo tenero di fronte alla Cina: in realtà un buona parte della comunità militare e della comunità dell’intelligence americana, indica la Cina come una minaccia per la supremazia statunitense nel mondo ben superiore alla Russia.

Occorre rispondere quindi a due domande: cosa rende la Cina una minaccia sotto questo aspetto e come la Cina riesce a fare in modo di “passare sotto i radar” e non essere continuamente additata come “il nemico” come invece tocca continuamente alla Russia?

La pericolosità di Pechino sta in diverse variabili: tanto per cominciare il governo Usa ha accumulato nei decenni di guerra fredda enormi quantità di informazioni sull’Unione Sovietica, in larga parte utilizzabili oggi perchè riguardano ancora la Russia o i rapporti con i suoi alleati. Le informazioni ereditate sulla Cina nello stesso periodo sono invece una frazione microscopica: basta pensare che ancora oggi è possibile trovare tra gli ufficiali superiori nelle forze armate americane, o nei think tank, uomini che parlano il russo, studiato all’accademia 30 anni fa.

Inoltre l’intelligence cinese si è evoluta moltissimo negli ultimi anni sono tutti gli aspetti: è finita l’epoca in cui si limitavano a sfruttare qualche studente al Mit pescando tra i cinesi che riuscivano ad entrarvi: ora sono parecchi i casi di reclutamento tra personale anche di medio livello che vende materiale per 25000 $ in contanti (come il recente caso di Kevin Mallory ci ha mostrato).

Rimane da chiedersi: ma se sono una minaccia tanto sofisticata perchè la classe dirigente di Washington ne parla così poco? Perchè i media additano così facilmente la Russia invece? C’è una ragione tutta legata alle contraddizioni di un sistema economico capitalistico ed un sistema politico democratico: una infinita quantità di aziende, soprattutto multinazionali hanno enormi interessi sia negli Usa che in Cina e nessuno vuole indispettire i cosiddetti “stakeholders” perchè sono gli stessi che finanziano le campagne elettorali di decine di membri del Congresso e possiedono quote dei media americani e il singolo deputato può forse lontanamente essere interessato alla sicurezza militare del proprio paese, ma sarà sempre sicuramente più interessato al finanziare la campagna elettorale per il proprio seggio.

Guido Taietti

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