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Berlino, 14 ott – Il più grande contenitore di sinistra in Germania è, come noto, la Linke. Si tratta di un partito relativamente giovane: è infatti nato nel 2007 dall’unione di transfughi della socialdemocrazia (Spd) e di tutto il blocco della Pds, movimento di sinistra sorto dopo il 1989 nei territori dell’ex Repubblica democratica tedesca. La Linke si è ben presto affermata come il più grande partito di protesta, soprattutto nei Länder orientali. Ideologicamente, si rifà al socialismo democratico, all’eurocomunismo e al più vieto antifascismo. Tolte le classi lavoratrici dell’Est, però, la Linke è ben voluta soprattutto presso i ceti più abbienti. I radical chic, insomma.



“Tolte le classi lavoratrici dell’Est”, abbiamo detto. E infatti, alle ultime elezioni, i lavoratori le hanno letteralmente tolto il loro appoggio, spostandosi in massa verso Alternative für Deutschland (Afd). Un duro colpo da digerire per i militanti della sinistra al caviale e dell’anticapitalismo equo e solidale. E delle porte aperte, soprattutto. In effetti, perché mai gli operai autoctoni dovrebbero votare per un partito che sostiene che tutti, ma proprio tutti i disperati della terra devono essere accolti in Germania? Perché mai dovrebbero essere felici di un esercito industriale di riserva (Marx docuit), giunto per calmierare i loro salari? E infatti gli operai nativi, decisi a non farsi prendere per il naso, hanno premiato i “populisti sporchi e cattivi” dando il benservito ai cari Genossen della Linke. E pensare che nell’ultima legislatura i tovarish de noantri erano nientemeno che il primo partito d’opposizione. Ora, invece, sono scivolati al quinto posto (superati addirittura dai liberali, morti e risorti nel volgere di una legislatura).

Eppure, poiché squadra che perde non si cambia, nessuno dei caporioni ha pensato bene di fare autocritica (strano, di solito loro ne vanno matti). O meglio, qualcuno c’è stato che ha alzato la mano e ha detto: “Care compagne e cari compagni, mi sa tanto che questa storia dell’accoglienza illimitata non è che abbia proprio funzionato”. Sì, qualcuno ha avuto tanto ardire: addirittura due (troppa grazia). Però, visto che sono moglie e marito (eh già, con tutta questa gender theory, sono un po’ démodé), diciamo che formano un’unica goccia di realismo in un oceano di bontà zuccherosa.

I due “dissidenti” (e meno male che non c’è più la Stasi) sono i coniugi Oskar Lafontaine e Sahra Wagenknecht. Lui, un po’ attempato (74 anni), è stato a lungo uno dei capi della socialdemocrazia e poi della Linke. Attualmente, dopo essere stato messo ai margini, è responsabile regionale del partito nel Saarland. Lei, decisamente più giovane di lui (48 anni), è mezza tedesca e mezza iraniana, è cresciuta nella Rdt ed è stata addirittura membro della benemerita Sed (il partito unico dell’ex Germania orientale). Ora la Wagenknecht ha scalato diverse posizioni nella Linke, tanto da essere candidata alla cancelleria durante le ultime elezioni.

Detto questo, bisogna dire che la Wagenknecht è però una politica capace, per di più dotata di una mente brillante. Da capo dell’opposizione nell’ultima legislatura, si è distinta più di una volta per prese di posizione coraggiose contro la Nato. Ed è riuscita addirittura a formulare una critica al sistema capitalistico tedesco che andasse al di là di qualche rimasticatura di Marx e Lenin. Ebbene, la Wagenknecht – sostenuta dal marito – ha avuto l’ardire di rimettere in discussione la posizione ultra-immigrazionista del partito e di parlare di operai autoctoni da tutelare. Non l’avesse mai fatto: la dirigenza al gran completo l’ha accusata di carrierismo e socialismo nazionale. I più infervorati le hanno rinfacciato financo un certo razzismo. Se questi sono i difensori del popolo, l’Afd può dormire sonni tranquilli.

Valerio Benedetti



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