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Gerusalemme, 25 lug – Via i metal detector, arrivano le telecamere. È questo il primo effetto della visita dell’inviato Usa Jason Greenblatt, nonché consigliere del genero ebreo di Trump, Jared Kushner, giunto a Gerusalemme per calmare le acque. Quando ancora non era sorto il sole nella città Santa sono stati smantellati i sistemi di sicurezza installati dopo l’attentato di venerdì 14 luglio, che ha innescato la spirale di violenze degli ultimi giorni, culminata con la crisi diplomatica con la Giordania a causa dell’assalto all’ambasciata israeliana ad Amman.



Una decisione presa al termine di ore di consultazioni nel governo Netanyahu, anche a causa del fatto che tutti in Israele e a Gerusalemme sono consci delle conseguenze provocate da un cambiamento dello status quo nella gestione dei luoghi santi. Un assaggio di quel che significa “toccare” la Spianata da parte di Israele si è avuto venerdì scorso, quando lo stato ebraico, nonostante la mobilitazione straordinaria di ben 5 battaglioni dell’esercito non sia riuscito a contenere la rabbia e le violenze dei palestinesi. Forti della riuscita delle loro proteste, inoltre, i palestinesi di Gerusalemme e di tutta la Cisgiordania erano pronti a replicare anche per il prossimo venerdì, per fare in modo che il loro diritto alla preghiera e alla sovranità sul terzo luogo sacro all’islam venisse rispettato.

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A favore del diritto a salire sulla Spianata senza controlli per i musulmani si erano espressi anche i capi delle chiese cristiane di Terra Santa, che hanno emesso un documento in cui avvertivano della pericolosità della modifica allo status quo, che interessa anche i luoghi cristiani. E anche se non è stato scritto esplicitamente, cambiare le regole che vigono sulla Spianata avrebbe rappresentato un precedente, e chissà, in futuro la stessa sorte sarebbe potuta toccare anche ai cristiani, nonostante il governo israeliano abbia sempre negato di voler cambiare lo status quo.

Pur condannando le violenze dello scorso venerdì, anche le Nazioni Unite avevano avvertito dei rischi di una nuova, pesante guerra dai risvolti drammatici. “Nessuno deve credere che questi siano eventi localizzati. Questi fatti possono avere costi catastrofici ben al di là delle mura della Città Vecchia, ben oltre Israele e Palestina, ben oltre il Medio Oriente”, sono state le parole dell’inviato dell’Onu per il Medio Oriente Nikolay Mladenov.

Israele, investendo 28 milioni di dollari per queste telecamere di nuovissima generazione, intende non rinunciare al controllo. E infatti la waqf, l’organismo che si prende cura dei luoghi di culto islamici, protesta perché ribadisce che sulla moschea di Al Aqsa vigilano i musulmani e non Israele. Ma la vera sconfitta per Netanyahu consiste nel fatto che abbia dovuto fare marcia indietro sui metal detector e piegarsi all’ascolto delle istanze arabe, soprattutto dopo la crisi diplomatica con la Giordania che non intendeva rilasciare l’addetto alla sicurezza israeliano all’ambasciata di Israele ad Amman dopo l’attentato di domenica sera. Per farla rientrare ha dovuto cedere. Vittoria, anche se parziale, quindi, per i palestinesi.

Anna Pedri

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