Roma, 13 mar – Le tartarughe frecciate di CasaPound, presenti con propria lista e propri candidati in tutti i collegi nazionali, si sono attestate con un risultato che si approssima all’1% (esattamente allo 0,94%) alle elezioni politiche del 4 Marzo, sestuplicando i voti dell’ultima tornata elettorale per il rinnovo del parlamento, e conquistando oltre 300 mila voti.

Il mainstream informativo, dopo aver creato una surreale narrazione sul pericolo  dell’«onda nera», ed eccitato le pulsioni più ottusamente antifasciste del nostro Paese, ha deciso adesso di enfatizzare il risultato elettorale di CasaPound, definendolo un flop. Mettendo a latere la palese incapacità di giudizio obbiettivo di chi, fino al giorno prima, abbaia alla luna dell’imminente ritorno al fascismo, e che, il giorno dopo, parla invece di irrilevanza numerica, proviamo a considerare in termini non pregiudiziali, e più oggettivi, il risultato di questa chiamata alle urne per CasaPound.

Per poter meglio comprendere l’entità del risultato elettorale è necessario ampliare il punto di vista, ed allargare la visuale nello spazio e nel tempo, assumendo, come punto di vista privilegiato, la storia dei movimenti sovranisti dei Paesi dell’Ue negli ultimi anni, prendendo in considerazione i trend elettorali che li hanno fatto crescere, fino a diventare, in alcuni casi, forze di governo, e movimenti politici di primissimo piano.

E’ bene ricordare a tal fine la storia politica del secondo partito di Francia, il Front National, fondato nel 1972 da J.M. Le Pen. Al primo confronto elettorale per le legislative nel 1973, il FN si attestò allo 0,5%, mentre per le presidenziali del 1974 il partito prese lo 0,8%. Alle legislative del 1978, il FN scese addirittura allo 0,3%, mentre per le presidenziali del 1981 non riuscì neanche a presentare la sua lista. Alle legislative dello stesso anno racimolò uno 0,4%. Bisognerà aspettare le europee del 1984 per il primo vero risultato elettorale, con un sorprendente 11%, seguito dal rumoroso 10% delle legislative dell’86, e il 14,4% conquistato alle presidenziali. Da quel momento la storia del FN è tutta una serie di successi, però è doveroso rammentare che J.M. Le Pen considerò il primo risultato elettorale che lo vide protagonista di un mezzo punto percentuale, come straordinario per un partito senza fondi, e come quei circa 120 mila voti, fossero stati per lui la spinta fondamentale ad andare avanti, e la base di consenso «dura» per più felici risultati futuri.

Storia analoga, benché più recente e meno dilatata nel tempo, è quella dello Ukip, primo partito britannico nelle europee del 2014, vincitore indiscusso della Brexit, e fino allo scorso anno, terzo partito alla Camera Bassa del Parlamento Britannico. Anche l’Ukip, nato da una costola sovranista ed indipendentista (dall’Ue) dei tories, esordì con uno 0,97% alle elezioni europee del 1994, ed uno 0,3% alle politiche del 1997. Per vent’anni, alle politiche, i suoi risultati elettorali si attestarono sempre intorno l’1-2%. Fino al 2014, quando prese il 27,5% alle europee, e incassò il 12,6% alle politiche dell’anno dopo, intestandosi la legislatura con la vittoria referendaria sulla Brexit. Anche l’Ukip, alla sua prima apparizione elettorale, ottenne appena 150 mila voti, che non riuscì neppure a riconfermare poi alle successive politiche del 1997, scendendo addirittura a poco più di 100 mila voti. Ma sotto questa soglia non scese mai, ed in vent’anni ha moltiplicato per un coefficiente pari 36 i loro voti iniziali alle legislative, e pari a 30 i loro voti iniziali alle europee.

I Democratici Svedesi, terza forza del parlamento svedese, e terzo gruppo parlamentare all’interno dell’EFDD all’Europarlamento, ha esordito alle legislative  del 1988 con un 0,0% (sic!) racimolando appena 1.118 voti (circa7 mila voti italiani), ottenendo poi lo 0,1% alla tornata legislativa del 1991. Per le due elezioni legislative successive, quelle del 1994 e del 1998, non andarono mai oltre lo 0,2%. Ma in termini assoluti i loro voti si erano nel frattempo quintuplicati, attestandosi a circa 20 mila, l’equivalente di 160 mila voti italiani, che furono la base di partenza per realizzare l’1,5%  nel 2002, ed il 2,9% nel 2006, non riuscendo mai a superare però la soglia di sbarramento per l’ingresso in Parlamento. Nel frattempo però i voti erano 160 mila, l’equivalente di 1 milione di voti in Italia, ovvero quelli che servono per entrare con l’attuale legge elettorale nel nostro Parlamento. E questo trend costante di crescita, congiunto ad una strategia comunicativa più istituzionale da parte del partito, lo portò a raggiungere il 5,7% nel 2010 (piazzando 20 parlamentari), e il 13% nel 2014. Se si considera che dall’0,017% del 1988, e il 13% del 2014, decorrono 26 anni, con un trend di crescita che, partendo da una base quasi infinitesimale, è riuscita a moltiplicarsi però per un coefficiente di circa 800, il caso dei Democratici Svedesi risulta essere un esempio emblematico di come  i voti acquisiti dai partiti sovranisti e identitari, se coltivati, non solo non si perdono nel tempo, ma piuttosto tendono a moltiplicarsi.

Anche Il Partito Veri Finlandesi, partito populista rurale della Finlandia, prese “solo” lo 0,99% alla prima consultazione elettorale del 1999 per il rinnovo del Parlamento finlandese (quattro anni dopo essere stato fondato nel 1994), e superò la soglia dell’1% solo nelle seguenti elezioni del 2003. Da questa conferma però, che in termini di voti assoluti equivalse ad un raddoppio rispetto al 1999,  si posero le basi per prima quadruplicare i consensi, attestandosi al 4%, per poi quintuplicarli nel 2011, attestandosi al 20%. Dato riconfermato, seppure con una leggera flessione nel 2015, col 17,5%. Anche in questo caso, uno zoccolo duro di 26 mila voti, l’equivalente di 250 mila voti italiani, ha posto la condizione di possibilità per lo sviluppo futuro dei VF, e la loro riconferma alla seconda competizione elettorale in cui VF si è presentato, è stato il motore per poi crescere esponenzialmente.

Il Vlaams Blok, partito strategico nel difficile panorama politico belga, alle elezioni del 1981 ottenne l’1%, che riuscì a migliorare col 1,6% del 1985, e  l’1,9% del  1987. Solo a partire dal 1991 il  Vlaams Blok ottenne il 6,6%,  e implementare ulteriormente questo risultato col 7,2% nel 1995. Nel 1999 sfiorò addirittura il 10% , dato ulteriormente affinato nel 2003. Nonostante il partito sia stato sciolto per l’equivalente belga della legge Mancino, nella sua nuova veste, il Vlaams Belang, ottenne il 21% delle preferenze nelle Fiandre, pari all’11,99% a livello nazionale, nelle elezioni legislative del 2007. Da allora il Vlaams Belang detta puntualmente l’agenda al governo belga, ed è stabilmente in Parlamento con una sua folta rappresentanza parlamentare. Anche per il Vlaams Belang, già Vlaams Blok, la crescita di un consenso che in prima istanza si è approssimato all’1%, ha portato nel giro di tre elezioni ad un importante rappresentanza parlamentare.

In Ungheria, il secondo partito nazionale, Jobbik, di profonda matrice nazionalista magiara, ottenne meno dell’1% (mentre la coalizione di cui era parte ottenne il 2,2%) alle elezioni politiche del 2003, ottenendo meno di 45 mila voti (l’equivalente di 280 mila voti italiani). Ma già alle seguenti europee del 2009 si attestò come terzo partito d’Ungheria, con il 15%, confermando, anzi aumentando i consensi, alle seguenti politiche del 2010 con il 17%. Attualmente Jobbik è il secondo partito dopo Fidesz di Viktor Orban, e dopo un inizio in cui venne delineato il perimetro elettorale di riferimento, fu poi semplice guadagnare consensi, anche grazie alla capacità del partito di rendere partecipi le masse di militanti e simpatizzanti in innumerevoli azioni sociali, culturali e sportive, oltre che politiche.

Fondata nel 1985 da un’intuizione di un matematico ex ufficiale dell’esercito greco, Nikolaos Michaloliakos, la Lega Popolare – Alba Dorata, è attualmente, non solo l’unico baluardo contro lo strapotere della Troika in Grecia (e l’unico vero argine alla dilagante povertà del Paese), ma anche la terza forza politica nel Parlamento greco. Ma per Alba Dorata il primo decennio fu così gramo di consensi, che non riuscì neanche a presentare liste per nessuna competizione elettorale. Solo nel 1994 tentò la strade delle europee, ottenendo lo 0,11%, con sole 7 mila preferenze (l’equivalente di 45 mila preferenze italiane). Alle parlamentari del 1996 ottenne lo 0,07%, ed alle europee del 1999 lo 0,75%. Da un’analisi più dettagliata di percentuali che sembravano davvero da prefisso telefonico, se ne dedusse che l’elettorato e la militanza in Alba Dorata esattamente coincidevano, aspetto quest’ultimo che rinvigorì le aspettative della dirigenza di Alba Dorata. Di fatti, grazie ad una instancabile difesa delle istanze identitarie, al patrocinio della lotta all’immigrazione incontrollata, e alla tutela costante e continua delle fasce di popolazioni più deboli della cittadinanza greca, Alba Dorata, nonostante un difficile percorso che quasi la portò allo scioglimento, riuscì ad attestarsi al 7% alle politiche del 2012 (ottenendo per la prima volta l’ingresso in Parlamento con 21 seggi), al 9% alle europee del 2014, e al 7,10% alle politiche del 2015, confermandosi terzo partito per percentuali e per gruppo parlamentare. La storia di Alba Dorata, forse più di altre, ci insegna come un gruppo coerentemente votato alla cura e alla tutela del proprio elettorato, seppur così sparuto e residuale, può essere la condizione fondamentale per un futuro consenso al di fuori del proprio elettorato di riferimento, laddove gli elettori primari sono in ultima istanza attivisti del movimento.

Negli altri Paesi membri dell’Ue non si è invece mai registrato un autentico slancio sovranista da parte di partiti identitari e nazionalisti. Non si può considerare difatti autenticamente sovranista il partito ultraliberista PVV in Olanda (sebbene la sua battaglia identitaria anti islamica possa indurre taluni a ritenere il contrario), né il governativo FPO in Austria, alleato del Partito Popolare Austriaco membro del PPE, né la Lega, o Fratelli d’Italia in Italia, sia alla luce dei loro lunghi trascorsi governativi in cui si sono fatalmente appiattiti alle politiche comunitarie dell’UE, sia per l’attuale alleanza con  la formazione europeista, e membra del PPE, Forza Italia, la quale ha di recente proposto il presidente dell’europarlamento Marco Tajani quale premier di un governo di coalizione in Italia. Non pervenuti neanche movimenti sovranisti nella penisola Iberica, né tanto meno  in Germania, dove l’AFD spinge per una più solida Ue ad esclusiva matrice germanica. Né tanto meno in Polonia, Repubblica Ceca, o Slovacchia, dove i governi «ribelli», seppur ostinatamente antiimmigrazionisti, sono però in capo a partiti membri dell’Alde, del PSE, o dei Conservatori e Riformisti Europei, ovvero di formazioni transanazionali a spiccata vocazione europeista.

La panoramica della lunga marcia dei movimenti sovranisti nei Paesi che oggi costituiscono l’Ue, combinati in maniera disposta con i recenti risultati dell’unico partito autenticamente sovranista in Italia, Casapound, ci illustra dunque come la storia elettorale di questi movimenti sia fatta di tappe fondamentali (in primis il riconoscimento di uno zoccolo duro di elettori quale base partenza di un rilancio futuro, e di un trend che li ha portati, nel corso delle diverse elezioni succedutesi negli anni, a difendere questi voti prima di moltiplicarli) che si dispiegano lentamente nel medio lungo periodo, attraverso un processo di sedimentazione e di stratificazione concentrica che li porta ad essere da partiti di elettori/militanti, a grandi partiti di massa.

CasaPound sembra ricalcare esattamente la storia evolutiva dei movimenti analizzati, tanto per affinità ideologica quanto per risultati elettorali incipienti, ed anzi, a differenza di partiti ad oggi straordinariamente centrali nella vita politica dei loro Paesi in cui negli anni si sono radicati, CasaPound non solo ha difeso i voti degli elettori ottenuti alla prima tornata elettorale nazionale (nelle politiche del 2013), ma li ha anzi, a differenza della maggior parte dei partiti sovranisti in Europa alle prime contese elettorali nazionali, sestuplicati.

Contro la tendenziosa cecità di chi, senza cognizione di causa, e senza paradigmi o pattern di riferimento che possano comparativamente giudicare  un risultato elettorale, ritiene artatamente che CasaPound avesse l’obbligo di superare lo sbarramento del 3%, è legittimo pensare invece che CasaPound abbia ottenuto un più che discreto risultato numerico, e abbia pertanto posto le condizioni per uno sviluppo esponenziale del suo consenso nel proprio prossimo futuro. Di fatti, ad eccezione del solo Jobbik, che riuscì, già a partire dalla seconda tornata elettorale a quadruplicare i propri voti entrando mani e piedi in Parlamento, tutti gli altri movimenti sovranisti difesero, in modo più o meno stoico, alla seconda tornata elettorale i voti presi alla prima, e nessuno, proporzionalmente all’elettorato italiano, ha ottenuto un numero di voti assoluti uguali a quelli ottenuti da CasaPound, e un coefficiente di moltiplicazione pari a 6. E se da una base elettorale decisamente inferiore, e da un trend di consensi molto minore, riuscirono negli anni ad ottenere i risultati eccellenti di cui sopra (in ragione di un’attività costantemente presente nel territorio, in cui l’elettorato si fece spesso militante, come sovente accade a CasaPound), tutto lascia presagire ad un graduale ma inesorabile aumento dei consensi per le tartarughe frecciate, ed un ingresso nel futuro prossimo a pieno titolo all’interno delle istituzioni italiane.

Giuseppe Scherma

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4 Commenti

  1. Ottima analisi sull’evoluzione del consenso dei partiti sovranisti. Corretto ritenere CPI l’unico movimento autenticamente sovranista italiano. Giusta l’attenzione posta sui trend delle prime elezioni. Complimenti

  2. In Spagna non citare Democracia Nacional come partito sovranista è come ammettere di non conoscere la realtà iberica.

  3. per essere sovranisti non è necessario affondare le proprie radici in ideologie del 900. tra l’altro esse, a ragione o torto, sono percepite come estremamente divisive e non riescono ad aggregare l’opinione pubblica. Il governo cosiddetto giallo verde, per quanto, volente o nolente, costretto a ridimensionare il proprio sovranismo, è una novità nel panorama europeo. Dubito che CPI riuscirebbe mai a raccogliere attorno a sé altrettanto consenso. Se davvero vuole contribuire alla costituzione di un fronte sovranista CPI farebbe bene a riflettere su cosa è indispensabile archiviare per sempre a 73 anni dalla fine della seconda guerra mondiale. L’alternativa è collaborare con gli antifascisti in servizio permanente effettivo a perpetuare nei secoli la guerra civile italiana. Tra pochi anni sarà passato un secolo tondo dai primi scontri tra squadristi e antifascisti. Forse è il momento di girare pagina

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