
https://www.youtube.com/watch?v=WJEWCZAcJ54
A questa domanda, Marine Le Pen risponde in questo modo: “Penso che la Francia non sia responsabile del Vel d’Hiv. Penso, in maniera generale, che responsabile sia chi era al potere all’epoca. Non è la Francia. La Francia è stata bistratta per anni. Abbiamo insegnato ai nostri bambini ogni ragione per criticarla e a studiare solo gli aspetti storici più oscuri. Io voglio che siano fieri di essere francesi”. Ora, Marine Le Pen dice due cose, sostanzialmente. La prima è che la responsabilità del rastrellamento era del governo, non della Francia, intesa come comunità storica nella sua continuità. Delle responsabilità individuali, quindi, non collettive. La seconda è che bisogna farla finita con l’autoflagellazione e con una storia nazionale concepita (e insegnata) come una continua sequela di orrori di cui chiedere scusa. Si capisce, quindi, che la leader del Front national non ha espresso alcuna opinione favorevole al governo di Vichy.
La polemica, del resto, si inserisce in un decennale dibattito tutto francese sullo status giuridico del regime di Vichy. Charles De Gaulle e François Mitterrand erano dell’avviso che Vichy non fosse lo “Stato francese”, ma un governo illegittimo, mentre la continuità istituzionale della Francia era da ritrovare nella “France libre”, ovvero il governo in esilio fondato da De Gaulle stesso a Londra, il 18 giugno 1940. Su questi presupposti si basa l’ordinanza del 9 agosto 1944, con cui il Generale, ripreso il potere, dichiarava nulli tutti gli atti del governo di Vichy, considerandolo appunto senza valore costituzionale. Sarà Chirac, con il discorso citato in precedenza e recentemente ripreso, nei medesimi contenuti, da François Hollande, a chiedere scusa a nome della Francia per i rastrellamenti, attribuendo la colpa di questi allo Stato francese. La questione è poi ancor più complicata perché Parigi, nel momento del rastrellamento, era sotto occupazione tedesca. L’impressione, comunque, è che Marine Le Pen non volesse tanto riferirsi a questo dibattito politico-giuridico un po’ datato, quanto affermare che la Francia, intesa come comunità di destino, è qualcosa che trascende gli eventuali errori dei suoi governanti in questo o quel periodo. Concetto che, in maniera generale e anche a prescindere da Vichy, non sembra contestabile. Resta comunque l’impressione di un passaggio a vuoto, che se da una parte ha fatto indignare i professionisti dell’indignazione antifascista, dall’altro non può aver soddisfatto neanche i francesi che hanno a cuore l’esperienza di Vichy e della collaborazione, qui liquidata un po’ sbrigativamente. E, in una campagna elettorale forse meno scontata del previsto, è meglio non commettere certi errori.
Adriano Scianca