Roma, 9 lug – Secondo il Fatto Quotidiano, il governo italiano avrebbe risposto picche alla richiesta Usa di inviare altri soldati italiani in Siria: “Gli Stati Uniti intendono alleggerire il contingente schierato nella guerra all’Isis e hanno chiesto ai partner della Nato di contribuire allo sforzo bellico. Dopo il rifiuto della Germania, Washington ha chiesto all’Italia di contribuire con 150 soldati e 10 caccia”. Ma “il governo italiano ha detto di no”.

Il lento disimpegno americano in Medio Oriente, tra l’altro più annunciato da Trump che effettivo, viene visto da molti analisti come un’inevitabile spinta nei confronti degli Stati europei, chiamati a contribuire con l’invio di proprie truppe, le quali di conseguenza dovrebbero sostituire quelle statunitensi. Non è un mistero che per Washington questo sarebbe lo scenario preferibile, perché garantirebbe agli Stati Uniti di lasciare il terreno senza abbandonare del tutto la presa. Risparmio economico e molti meno rischi sono d’altronde alla base della politica estera di Trump, sin dalla campagna elettorale per le presidenziali. E’ superfluo però specificare che lo stato maggiore dell’Esercito non gradisce questa soluzione, o almeno non intende adottarla in modo così repentino.

“Nessuna richiesta dagli Usa”

In ogni caso, rispetto a quanto ventilato dal giornale di Travaglio, è arrivata la puntualizzazione del ministro degli Esteri, Enzo Moavero Milanesi: “Non c’è mai stata una richiesta di tipo formale e ufficiale” da parte degli Usa all’Italia per l’invio di truppe italiane e un nostro ulteriore impegno in quell’area è “tutto da verificare e da discutere”, ha detto Moavero, interpellato dall’Ansa, a margine di un evento alla Camera.

“Se ne era già parlato in svariate occasioni nei media – ha poi precisato il ministro degli Esteri – Ne aveva parlato in un’intervista un membro del Senato americano venuto in visita qualche mese fa ma non abbiamo mai ricevuto una richiesta di tipo formale. Io ricordo che l’Italia è presente nello scenario territoriale di Siria e Libano con il comando della missione delle Nazioni Unite dell’Unifil. Quindi esiste già un nostro impegno nell’area, importante, significativo e riconosciuto nella sua rilevanza. Questo rende un eventuale ulteriore impegno tutto da verificare e tutto da discutere, se e quando ci fosse una richiesta o una proposta formale in tal senso”.

L’ambasciata italiana quando riapre?

Ecco, fermo restando che per avere una strategia autonoma e una visione chiara in politica estera l’Italia non dovrebbe limitarsi ad attendere di vagliare eventuali richieste americane, resta il fatto che in generale emerge un certo lassismo tricolore. Il tutto a distanza di sette mesi dalle dichiarazioni di Moavero, che seppur in forte ritardo aprirono spiragli significativi. Lo scorso gennaio il ministro degli Esteri disse infatti che l’Italia stava “lavorando per valutare se e in che tempi sia necessario” riaprire l’ambasciata in Siria, precisando che “naturalmente è molto importante che la situazione in Siria vada verso prospettive più normali”.

Ecco, se già allora la situazione era abbondantemente “normalizzata” (leggasi stabilizzata), almeno in gran parte della Repubblica araba, adesso non c’è affatto da attendere le “prospettive” evocate da Moavero. A meno che, come purtroppo spesso è accaduto, non abbiamo deciso di sederci ad aspettare che altri ci battano sul tempo. Sarebbe un gravissimo errore diplomatico e, soprattutto, strategico.

Eugenio Palazzini

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