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Roma, 8 gen – Al di là dei dati squisitamente statistici che il Quinto rapporto sui conflitti dimenticati (documento recentemente pubblicato dall’editore bolognese il Mulino con il contributo di Caritas, Avvenire e Famiglia Cristiana) ci illustra con legittima dovizia di particolari all’interno di contesti geopolitici ben delimitati e definiti, la nostra attenzione deve rivolgersi ai presupposti squisitamente ideologici sui quali si fonda questo documento.



In primo luogo, il rapporto rigetta una percezione realistica della politica internazionale all’interno della quale la dimensione conflittuale – come anche quella della produzione ed esportazione  di armi – costituisce una componente determinante (l’Italia, con buona pace del rapporto, ha avuto nei secoli e ancora oggi un significativo primato nella settore). In secondo luogo, uno dei presupposti condivisi dal rapporto è il rifiuto di accettare o condividere una politica di potenza militare da parte delle nazioni europee e non, politica di potenza che è soltanto portatrice di morte e distruzione.

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In terzo luogo, la condanna della produzione e della esportazione di armi implica come logica conseguenza la condanna delle istituzioni militari nazionali e sovranazionali che di queste ci servono per portare in essere le loro azioni difensive e/o offensive nei più diversi teatri geopolitici e postula la necessità di un disarmo globale e radicale.

Fra le implicazioni implicite alle quali giunge il rapporto sui conflitti dimenticanti vi sono certamente quelle relative alla pianificazione della politica estera che dovrebbe essere affidata alla Caritas – e dunque al Vaticano – e quelle relative ai finanziamenti del Mae e dell’Ice, finanziamenti che dovrebbero essere destinati ad associazioni come la Caritas o a quelle che promuovono il servizio civile (Caritas, Acli e Arci per esempio) o la difesa popolare non violenta teorizzata da Antonino Drago nel lontano 1977.

Al contrario ciò che noi auspichiamo – in modo certamente provocatorio e certamente utopistico – è che il nostro Paese possa produrre sul suo territorio una aereo da caccia analogo al Dassault Rafale francese (invece di sopravvivere con le commesse della Lockheed Martin), che si riesca a porre in essere una forza di dissuasione nucleare come quella avviata da De Gaulle nel 1958 durante la Guerra Fredda e trasformata in un pilastro della politica di difesa transalpina, che l’Italia possa avere un dispositivo di intelligence economica offensivo. Ciò che noi desideriamo insomma è che il nostro Paese sia temuto e rispettato – e non compatito o deriso per la sua impotenza – negli scacchieri internazionali. I valori ai quali vorremo che il nostro Paese si ispirasse sono quelli di Machiavelli e non quelli di San Francesco o di Savonarola.

Giuseppe Gagliano

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