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Roma, 1° feb – La sera del referendum sulla Brexit, al Reform Club la cui architettura è ispirata a Palazzo Farnese venivano serviti due cocktail: uno per il remain e uno per il leave, e noti osservatori davano per certo che fosse il primo ad andare ruba. Al Travellers si limitavano a presentare un menù che proponeva cuisses de grenouilles, escargot, cavolini di Bruxelles e patate alla ungherese.

Beppe Severgnini, noto per essere un opinionista assolutamente privo della veggenza, aveva sposato la tesi per cui il bene è l’Unione Europea e dunque il remain, scambiando il Reform club con l’Inghilterra e viceversa. Severgnini, che è un po’ snob, si trova bene al Reform perché è un club che se la tira abbastanza, mentre il Travellers non abbastanza per i suoi gusti. E pensare che quest’ultimo, fondato nel 1819 e trasferitosi nel 1832 al 106 di Pall Mall, aveva come ragione d’esistere la possibilità di far incontrare chi aveva viaggiato all’estero coi diplomatici stranieri residente nella capitale. Meglio il Travellers, ad ogni modo, sia perché meno fighetto e sia perché i viaggi dovrebbero servire a riscoprire sé stessi e non per abbeverarsi da fonti estranee alla propria, e varcare i confini serve a ricordarsi che i confini esistono. Questo dovrebbe valere anche per l’epoca Erasmus, tendenza mentale prima che pratica e che ha visto Londra bersagliata da giovani universitari confusi i quali si trasformavano in gusci svuotati dal cosmopolitismo. Durante il notiziario serale, appena terminato il voto referendario, la notizia era che “nonostante la strage di Orlando e la vittoria del leave, dal gay pride sono emersi massaggi di tolleranza e unità”. Il tutto accadeva nel 2016, anno in cui dall’altra parte dell’oceano tale Donald Trump diveniva presidente degli Stati Uniti d’America contro i pronostici che davano la Clinton in vantaggio di 140 punti sino all’ultimo minuto.

I salottieri e i giornalisti pantofolai, ovviamente e come sempre, hanno spiegato la vittoria del leave come la rinascita di un estremo quanto confuso sentimento di xenofobia e di strisciante razzismo, due ingredienti che debbono sempre esserci nella narrazione faziosa di coloro che si sentono depositari della verità universale. Insomma una massa di milioni di inglesi avrebbe votato per la Brexit, cioé per abbandonare l’Ue, per disfarsi degli immigrati. Decisamente morboso il raccontino mistificatorio della parte migliore del Regno Unito che avrebbe votato per il remain e che ovviamente raggruppava gli abitanti della City e dei centri multiculturali e naturalmente erano i giovani rampanti, mentre i rozzi campagnoli, i sopracitati razzisti, stavano dall’altra parte della barricata. L’altro scontato passo per rendere illegittimo e inaccettabili il voto degli altri che risulta maggioritario. Emerse poi che la generazione Erasmus se ne era stata a casa nel 70% dei casi, alla faccia dell’impegno civile delle urne. Alla faccia, anche, dello spirito libertario che ogni chiamata alle urne si porta dietro: il popolo sovrano che si autodetermina. Ma ogni nazione ha la sua Alba Parietti, la signora che sere or sono ha detto in diretta tivù che il voto degli ignoranti non è legittimo, dando per scontato di far parte del ceto colto che legge. Ovviamente a sinistra.

Se ci mettiamo poi la richiesta delle sinistre mondiali di indire un secondo referendum per tentare di raggiungere un risultato opposto al primo, emerge in tutto il suo schifoso snobismo il sentimento di avversione che l’autoproclamatasi élite nutre verso la democrazia che non segue e suoi dettami. O votate come vogliono loro, o il referendum s’ha da rifare. La sinistra italiana, as usually, si è sempre fatta travolgere dall’eccitamento elitario per cui le votazioni andavano rifatte, e sono coloro che in questo esatto e preciso momento ci stanno governando.

La sinistra non ha capito nulla della Brexit

Il punto è che non ci hanno mai capito niente. Non hanno capito difatti che la vittoria del leave è qualcosa di tipicamente inglese, ossia la possibilità di determinare la politica da fare. Una politica che brilla in questi momenti, proprio quando la maggioranza parlamentare, derivante dal voto espresso, lavora nel nome del popolo sovrano e ad esso risponde. Al contrario, la biliosa reazione di chi non accetta questo principio è segno di una natura, oltreché snob, prevalentemente dispotica.

Si è trattato di un terremoto politico, ma in tutto ciò nessuno ha fatto incetta di viveri, nessuno è corso a ritirare i propri risparmi e nessuno ha avviato la caccia allo straniero. Lo scorso anno il Pil inglese è cresciuto dell’1,3% e cioè più dell’eurozona. La Borsa ha fatto un balzo del 12% e nessuna delle piaghe d’Egitto vi si è abbattuta. In fatto di economia reale, la disoccupazione inglese è del 3,7% ossia la metà della media europea. E perché no, vi è anche all’ordine del giorno una maggior tutela dall’andirivieni di clandestini (che Severgnini chiama migranti, oh yes!) che l’Europa continentale afferma di voler accogliere. Boris Johnson in questo è pragmatico: i movimenti islamici integralisti esistono a Londra e le no-go-zone occupano interi quartieri inglesi. Tutti questi giovanotti rappresentano le seconde generazioni di immigrati, dunque sarà salutare evitare che altre prime generazioni varchino La Manica.

A detta di Juncker, gli inglesi si pentiranno della decisione presa. A detta di altri, la nomenclatura europeista si pentirà di essere stata così faziosa. Chi avrà ragione? Ricordiamo qual era il cocktail più in voga al Reform club una sera del giugno di quattro anni fa.

Lorenzo Zuppini

3 Commenti

  1. Avessero avuto Prodi e gli altri servili svenditori asserviti ai padroni a sei punte col cavolo che “uscivano” da qualcosa come la prigione unione europea.

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