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Budapest, 17 dic – Una controversa riforma del lavoro ha scatenato una serie di proteste in Ungheria contro il primo ministro Victor Orban. La legge, che da più parti è stata definita una legalizzazione della schiavitù, dà la possibilità di fare fino a 400 ore di straordinari legali all’anno, in luogo delle 250 attuali. “Chi vuole lavorare di più per avere più soldi adesso potrà farlo” ha dichiarato Orban, ma la sua riforma ha fatto infuriare gli ungheresi che temono di non potersi più sottrarre dal lavorare 10 ore al giorno, sei giorni la settimana. Gli straordinari, infatti, possono essere chiesti dalle aziende e la forza che hanno i sindacati in Ungheria è assai bassa. Per contro i pagamenti possono essere spalmati su tre anni.
Il problema è che Orban ha varato questa legge anche per far fronte alla carenza di lavoratori, a fronte di un’economia, quella magiara, che sta crescendo a grandi ritmi, con un Pil stimato per il 2018 al 4% e le aziende che lamentano la mancanza di manodopera. Un boom economico che è merito delle politiche adottate da Orban anche in fatto di immigrazione, che hanno portato a uno dei più bassi tassi di disoccupazione post crisi in Europa, e ad avere finanze pubbliche piuttosto solide.
Gli ungheresi, tuttavia, non hanno apprezzato questa ultima riforma, e in 15mila si sono riuniti per manifestare contro il loro premier al potere da ormai dieci anni. Mai prima d’ora la contestazione nei suoi confronti era così massiccia. In sette giorni ci sono state ben quattro manifestazioni. Tra le istanze portate avanti dai manifestanti, però, c’è anche altro e figurano le misure che minaccerebbero la libertà accademica. Alcuni manifestanti pare abbiano protestato per il trasferimento a Vienna dell’università di Geogre Soros. E la cosa è stata assai sottolineata dai media mainstream, che si sono concentrati più su questo aspetto rispetto a un’analisi di quello che comporta per la società ungherese la riforma del lavoro.
Anna Pedri

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