
La vicenda, quindi, in Sud Africa assume i connotati dell’ennesima diatriba post apartheid e va a inserirsi in quel filone di iniziative che spingono per un’integrazione forzata, col risultato di ottenere spesso effetti contrari a quelli auspicati. Spostando la questione dal particolare contesto sociale sudafricano a un ambito sportivo generico, viene da chiedersi quali vantaggi possano mai apportare delle regole simili. Uno sport nel quale il colore della pelle costringe l’allenatore a scelte obbligate costituisce una discriminazione sotto tutti i punti di vista: etico, tattico e tecnico. L’unico vero metro di giudizio dovrebbe rimanere quello del merito, ma di fronte alle pressioni veementi delle frange più accese del ‘politicamente corretto’ il buonsenso scompare, lasciando posto al buonismo di facciata dietro al quale si celano nuove forme di discriminazione.
Francesco Pezzuto