Dal 24 febbraio, il dies irae di Putin, l’appuntamento con il destino continentale dell’Europa sembra essere drammaticamente rimandato, incagliato dal riconoscimento politico delle repubbliche scissioniste del Donbass e dal conseguente attacco all’Ucraina. Innescato dall’aggressione militare, il meccanismo di difesa dello spazio euroatlantico ha cristallizzato in blocchi le pulsioni moscovite di molte nazioni europee. Ancora una volta l’Europa si è riscoperta quanto mai disunita, con un Oriente storicamente determinato a fronteggiare qualsiasi tentativo di grandeur del Cremlino e una Heimat scalzata dal centro e schiacciata tra l’aggressività della Nato e un malcelato imbarazzo geopolitico fatto di bollette troppo care, export in fibrillazione e pipeline da inaugurare ora a secco.

L’Ucraina tra Mackinder e Denikin

L’attacco russo all’Ucraina ha aperto una ferita che si è ben presto infettata con germi d’oltremanica. Mai troppo isolani, mai troppo isolati, al netto della narrazione che li vorrebbe marittimi, i britannici da anni operano nel solco di Mackinder per erigere un vallo baltico che disconnetta l’industria della Mitteleuropa, e quindi la sua politica, dalle fondamentali risorse russe. In più, oltre Atlantico si incassa e si ringrazia Mosca per essere riuscita a resuscitare il cuore freddo della Nato in Europa che, per forza d’inerzia (è il caso di dirlo), stava per essere spostato lontano dal campo, nei mari cinesi, per cinturare il drago, sicuramente, ma anche per non avere tra i piedi sulla scacchiera d’Europa attori troppo tiepidi per una nuova guerra fredda. Basta tutto questo a rendere il sacrificio della nazione ucraina sopportabile? Ovviamente no. Le ricette che a Washington, Londra e Mosca si preparano per l’Europa hanno di base un ingrediente comune, il nostro costante stato di necessità che ci mantenga appena sopra la linea di galleggiamento.

Questo articolo è stato pubblicato sul Primato Nazionale di luglio 2022

Animata da una sua peculiare «geopolitica del risentimento», la Russia di Putin ha affrontato il dossier Ucraina come un male necessario nel processo di cauterizzazione storica che l’uomo di San Pietroburgo sta operando messianicamente dall’inizio del suo mandato politico. La sua missione: riconnettere la Russia alla sua storia gloriosa, recuperando il ritardo storico causato dal comunismo e dalla guerra civile, e sigillando i due momenti di massimo splendore del suo impero, sia esso zarista o sovietico. La sciabola del generale Anton Denikin, capo delle armate bianche, consegnata nel 2005 dalla figlia Marina nelle mani del presidente Putin in occasione della traslazione della salma e dei funerali di Stato del padre morto in esilio negli Usa, tradiva un tale percorso. Perché se è vero che anche la Russia è animata da un suo «Stato profondo», fatto di alti papaveri, yesman e oligarchi fedeli alla linea, è pur vero che un profondo stato d’animo russo aleggia ancora a Mosca con il suo carico di memorie e insicurezze. Perché il 1991 fa paura come il 1942.

Una nazione sventrata

Percorrendo verso est le strade ucraine dalla frontiera polacca a Kiev, si ha la conferma di tutto ciò. Con i volontari di Sol.Id. onlus, in missione a sostegno della popolazione colpita dalla guerra, si incontrano centinaia di persone comuni, anziani che hanno vissuto l’Urss, ragazzini con le magliette di calcio dei club europei, tutti in sintonia nell’affermare la loro specificità di popolo ucraino. La geopolitica vola a quote più alte, dalla strada le sue analisi e le sue ragioni non si vedono, si vedono però i crateri delle bombe, le scuole distrutte, i palazzoni di cemento armato carbonizzati. In uno di essi è incastonato un appartamento sventrato da un razzo, i vestiti sono stati proiettati su un albero di fronte al balcone distrutto e ora compongono penzolanti un macabro addobbo. Poco lontano dalla…

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