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Caracas, 1° mag – Il Venezuela è in fermento, ma soprattutto è diviso. Diviso tra i sostenitori di Juan Guaidó, il presidente «ombra» e liberista ben voluto da Stati Uniti e Unione europea, e Nicolás Maduro, il presidente effettivo ed erede della tradizione chavista. Nelle ultime ore, a fronte degli scontri di piazza, Guaidó ha chiamato le Forze armate alla sollevazione contro il regime di Maduro. L’annuncio era perentorio e faceva presagire a un evento decisivo: «È la rivolta finale, il giorno della libertà», ha infatti tuonato il protetto di Washington e Bruxelles.  

La posizione dell’esercito

In effetti alcuni reparti dell’esercito hanno risposto all’appello di Guaidó, solidarizzando con i manifestanti anti-Maduro e minacciando, così, di trasformare il Venezuela in un grande campo di battaglia. All’inizio alcune fughe di notizie avevano addirittura ventilato un vero e proprio golpe militare in appoggio a Guaidó. Le voci, però, si sono via via stemperate, ridimensionando di molto l’adesione dell’esercito alla rivolta. E se alcuni soldati sono effettivamente passati dalla parte dei rivoltosi, la maggior parte dell’esercito è comunque rimasto con Maduro e ha presto ripreso il controllo della situazione, entrando nella base aerea de La Carlota, individuata come il bunker e quartier generale di Guaidó. Questi è dunque costretto a ritirarsi a qualche centinaio di metri dalla base, per poi continuare ad arringare la folla incitandola a proseguire della protesta.

«Il Venezuela non si arrende»

Dopo aver ripreso il controllo della situazione, il presidente Maduro è apparso in serata in televisione, in compagnia di numerosi politici e militari. In un discorso alla nazione ha tentato di tranquillizzare i cittadini venezuelani, assicurando che il golpe di Guaidó «è stato sconfitto» e che il Venezuela «non si arrenderà mai alle forze imperialiste». Il presidente ha inoltre annunciato che presto verranno presi seri provvedimenti giudiziari contro i militari sediziosi.

Gabriele Costa

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