Roma, 6 ott – Le rivolte studentesche, che hanno incendiato la Francia, sono un’altra puntata della guerra civile a bassa intensità che il Paese ha scelto di non nominare. I numeri ufficiali parlano da soli: 24 istituti incendiati, vandalizzati e saccheggiati, decine di negozi assaltati, 78 membri del personale scolastico e 300 agenti feriti, 30 milioni di euro di danni e 5mila arresti, nella stragrande maggioranza minorenni.
Chiedono più fondi destinati alla scuola ma incendiano gli istituti
La versione ufficiale delle rivendicazioni è quella ripetuta da Union étudiante e Union syndicale lycéenne: classi sovraffollate, mancanza di insegnanti, edifici fatiscenti, tagli alle borse di studio e ai sostegni economici per gli alloggi, aumento delle tasse per gli studenti extraeuropei. Tale narrazione però va a sbattere contro ciò che si è visto durante le rivolte studentesche. Sono stati incendiati pure licei di recente costruzione. Come quello dedicato a Nelson Mandela a Nantes. Costato circa 64 milioni di euro e inaugurato nel 2014, era stato presentato come modello di costruzione sostenibile e aveva ricevuto il Prix national de la Construction Bois. Ora ci vorranno almeno 2 milioni di euro per riparare i danni, secondo la stima della Regione Pays de la Loire.
Il primo ottobre, i collettivi vicini a La France Insoumise di Jean-Luc Mélenchon avevano pubblicato una guida in cinque punti su come bloccare scuole e università: radunarsi, preparare striscioni, arrivare alle 6:30, filmare tutto, gestire la repressione. Non è un volantino di un’assemblea d’istituto. È un manuale operativo. Le autorità francesi hanno contato oltre mille azioni o blocchi in una sola giornata. A Bordeaux, un pompiere è stato colpito da un’esplosione. A Marsiglia, un camion dei vigili del fuoco è stato assaltato e dato alle fiamme. Nella stessa città, una donna è stata investita da una fiammata al volto per aver chiesto agli studenti di non devastare una fermata dell’autobus. Presidi e professori sono stati aggrediti, alcuni cosparsi di benzina. Una famiglia con entrambi i genitori invalidi è stata picchiata nel cortile di casa da un gruppo di “nuovi francesi” che, dopo aver scavalcato la recinzione, voleva raggiungere un liceo.
L’estrema sinistra e “nuovi francesi”
Non sono state proteste studentesche: abbiamo assistito a una guerra civile fomentata dall’estrema sinistra che ha arruolato i “nuovi francesi”. Slang da banlieue, bandiere dei Paesi d’origine e rivendicazioni che, con i bilanci scolastici, c’entrano poco: autorizzare il velo islamico e l’abaya nelle scuole, permettere l’uso del cellulare in aula, non penalizzare gli errori di ortografia. In un altro filmato, una ragazza di origini africane spiega che il sistema è ingiusto perché alcuni studenti sanno parlare francese e altri no. Altri chiedono di essere pagati per andare a scuola come chi lavora.
L’integrazione di seconda, terza e quarta generazione, quella che in Italia qualcuno vorrebbe accelerare con lo ius scholae, in Francia ha prodotto questo. Ovvero giovani che usano ogni pretesto per incendiare, saccheggiare e devastare, rivendicando l’appartenenza ai Paesi d’origine. Il fenomeno non è nuovo. Le banlieue bruciano sistematicamente dal 2005. Ogni volta la spiegazione ufficiale è socio-economica, ma la realtà spiega la non integrazione dei “nuovi francesi”. Ogni volta i filmati mostrano la stessa composizione demografica e gli stessi comportamenti. La differenza del 2026 è la copertura politica esplicita. La France Insoumise e i collettivi studenteschi di sinistra hanno trasformato il malcontento di una parte degli alunni in leva di destabilizzazione.
Sarà guerra civile anche in Italia?
A Bologna e Torino, ad esempio, abbiamo già assistito all’alleanza tra “maranza” ed antagonisti dei centri sociali durante le manifestazioni che si sono poi trasformate in guerriglia urbana. In un’intercettazione della procura riguardante i militanti di Askatasuna del 28 giugno 2021, si leggeva: “Erano 50 a saccheggiare via Roma. Vivono da schifo (…) Si pigliano tutto lo schifo (…) Ne bastano due, tre di loro”. Gli antagonisti si riferivano ai giovani nordafricani che aveva assaltato e saccheggiato i negozi del centro di Torino. Come evidenziato dal Gip, Askatasuna cercava di comprendere come canalizzare e coordinare quella rabbia giovanile a suo vantaggio.
In Italia, i collettivi rossi hanno già lanciato appelli di solidarietà agli studenti francesi e mobilitazione permanente. “Facciamo come in Francia, rompiamo la scuola-caserma”, ha dichiarato l’Organizzazione studentesca d’alternativa (Osa). Cambiare rotta (Organizzazione giovanile comunista) ha rivendicato: “Dalla Francia all’Italia: le seconde generazioni lottano e si organizzano contro la guerra e una formazione classista e razzista”.
Francia, la risposta è nei filmati
In perenne assemblea d’istituto, Ilaria Salis ha scritto sui social: “Anche in Italia, ci sarebbero tutti le ragioni per una mobilitazione di questa portata… Dunque, evviva il movimento studentesco”. Raffaele Giuliani, astro nascente dem e possibile candidato sindaco di Terni, ha condiviso un post dove si legge: “Perché in Italia non protestiamo come in Francia?”.
La risposta è nei filmati: perché quella non è una protesta per i banchi rotti. È il modello di convivenza che una parte della sinistra europea continua a chiamare ricchezza, mentre le scuole bruciano e i presidi finiscono al pronto soccorso. La Francia ha sperimentato per decenni la combinazione di immigrazione di massa non assimilata e reticenza a nominare i reali problemi. Basta una partita di calcio per incendiare le città. Chi guarda i video delle scuole devastate e pensa ancora che basti un po’ di retorica sull’inclusione non ha capito cosa sta vedendo.
La diversità sarà la tomba della nostra civiltà
La diversità non è la nostra forza. Senza radici comuni e senza identità condivisa, non si diventa francesi o italiani. Al massimo, si diventa cittadini di un Paese che si percepisce come estraneo e che molto spesso si odia. “Vaffanculo Italia”, fanno ancora eco le urla dei giovani nordafricani che, in piazza Duomo a Milano durante i festeggiamenti di Capodanno, sventolavano le bandiere tunisine e marocchine.
E così, appena parte una scintilla, quel Paese viene incendiato da quelle seconde e terze generazioni che non si sono mai volute integrate, nonostante siano beneficiarie degli stessi diritti dei loro coetanei. Per millenni, abbiamo modellato la nostra civiltà su un sentire comune. L’essere umano non sarà mai “cittadino del mondo” perché cercherà sempre una comunità che ne condivide i valori. La diversità sarà la tomba della nostra civiltà.
Francesca Totolo