Roma, 25 ago – La rappresentazione mediatica circolata in queste ore è efficace: Francia e Gran Bretagna consegnano agli ucraini la tecnologia degli Storm Shadow, mentre l’Italia si presenta con qualche generatore elettrico e annuncia che non parteciperà alle esercitazioni militari della Coalizione dei Volenterosi. Da qui il titolo di Repubblica: il governo Meloni si sarebbe «sfilato» dal fronte europeo dei Volenterosi. I singoli fatti sono veri ma la conclusione molto meno. Roma non ha interrotto gli aiuti militari e non è uscita dalla coalizione. Ma ha scelto di non partecipare al nucleo che sta progettando concretamente la futura sicurezza dell’Ucraina. Ed è questo, più che la caricatura dei generatori, il dato politico sul quale vale la pena ragionare.
L’Italia non ha rinunciato ai «Volenterosi”
Il 24 agosto il governo britannico ha autorizzato MBDA a condividere con Kyiv le informazioni classificate relative ai componenti britannici dello SCALP, versione francese dello Storm Shadow. Londra ha dunque rimosso l’ultimo ostacolo al progetto concordato da Francia e Ucraina per creare linee locali di assemblaggio del missile. Non siamo ancora davanti alla consegna di una fabbrica chiavi in mano. Storm Shadow e SCALP incorporano tecnologie francesi e britanniche, perciò Parigi non poteva trasferire da sola l’intera documentazione necessaria. Il via libera di Londra consentirà ora di procedere con l’assemblaggio ucraino, ma non sono state comunicate quantità, finanziamenti, percentuali di componenti prodotti localmente o date di entrata in servizio. Secondo gli esperti consultati dall’Associated Press, difficilmente i primi missili saranno operativi prima del 2027.
Resta comunque una decisione strategica sul lungo periodo. Lo Storm Shadow è un missile da crociera aerolanciato, progettato per penetrare le difese avversarie e colpire a grande distanza bunker, centri di comando e infrastrutture protette. In Ucraina è stato impiegato contro obiettivi russi di alto valore, soprattutto in Crimea e contro la Flotta del Mar Nero. Perfino Repubblica, lo ha definito «l’arma che ha inflitto i danni più gravi alle forze russe». La scelta franco-britannica va inoltre oltre la singola fornitura. Significa integrare stabilmente l’industria ucraina nell’apparato militare europeo, riducendo la dipendenza dalle scorte occidentali e costruendo una capacità autonoma di attacco in profondità. È una politica industriale e di potenza, non soltanto un nuovo pacchetto di aiuti. Inoltre, c’è un particolare che rende meno lineare la contrapposizione tra i “volenterosi” anglo-francesi e l’Italia “imbelle”: MBDA è partecipata al 25 per cento da Leonardo e lo Storm Shadow è in servizio anche nell’Aeronautica italiana. Roma non è dunque estranea né al gruppo industriale né al sistema d’arma. Semplicemente, non sta trasformando questa posizione industriale in iniziativa politica.
La linea del Governo premia la cautela e l’assistenza civile
Le esercitazioni annunciate da Emmanuel Macron si svolgeranno tra ottobre e novembre e serviranno a verificare la capacità operativa della forza multinazionale che dovrebbe intervenire in Ucraina dopo un’eventuale cessazione delle ostilità. L’obiettivo è provare il trasferimento di uomini e mezzi, le strutture di comando e il coordinamento fra i contingenti. Il governo italiano ha comunicato che non parteciperà, richiamando il principio già espresso più volte da Giorgia Meloni: nessun soldato italiano sarà inviato in Ucraina. Non si tratta quindi di un’improvvisa inversione di rotta, né dell’abbandono della Coalizione dei Volenterosi. Meloni ha partecipato al vertice in videocollegamento e l’Italia ha aderito alla dichiarazione finale, nella quale i Paesi membri si impegnano ad aumentare il sostegno militare, rafforzare la difesa aerea ucraina, intensificare la cooperazione industriale e inasprire le sanzioni contro Mosca. La coalizione, del resto, è costruita su contributi volontari e differenziati. Non tutti i partecipanti dovranno necessariamente mettere a disposizione truppe. Dire che l’Italia si è «sfilata dai Volenterosi» è dunque falso, anche se Roma resta nella coalizione politica ma rinuncia alla sua componente militare avanzata.
È altrettanto fuorviante sostenere che il governo italiano abbia deciso di non mandare più armi a Kyiv. I generatori sono stati l’unico aiuto annunciato pubblicamente da Palazzo Chigi durante il vertice, ma intanto è in preparazione il tredicesimo pacchetto militare italiano, che potrebbe essere approvato entro l’autunno. I contenuti sono secretati e dovranno passare dal Copasir, ma secondo le indiscrezioni raccolte dall’Ansa il decreto potrebbe comprendere mezzi antiaerei, missili Aster, sistemi di allerta e forse un’ulteriore batteria SAMP/T. Dal 2022 l’Italia ha già approvato dodici pacchetti per un valore superiore ai tre miliardi di euro. Parlare di «niente armi» significa quindi scambiare una comunicazione pubblica, volutamente concentrata sulla cautela e l’assistenza civile, con il contenuto reale della politica italiana.
Anche perchè i generatori, non sono una regalia ornamentale. La rete elettrica ucraina è uno dei principali obiettivi della campagna russa e dalla sua tenuta dipendono ospedali, scuole, comunicazioni, trasporti e produzione industriale. Sostenere il sistema energetico significa intervenire su uno dei fronti decisivi della guerra. La differenza è che si tratta di un aiuto difensivo e riparativo, privo del valore strategico e industriale rappresentato dalla produzione locale dei missili.
L’Italia rinuncia ad un ruolo da protagonista
Insomma, l’Italia continua a fornire armi, difesa aerea, assistenza economica ed energia, mantenendo una posizione nettamente schierata contro la Russia. Ma al tempo stesso rifiuta di assumere un ruolo operativo nella futura architettura di sicurezza ucraina. Se questa linea può essere presentata come “prudenza” che evita di impegnare preventivamente soldati italiani in uno scenario di guerra, è anche vero che le esercitazioni non equivalgono all’invio immediato di truppe: servono anche a conquistare influenza nella definizione dei comandi, delle missioni e delle garanzie successive alla guerra. Restarne fuori significa lasciare che siano soprattutto Francia e Gran Bretagna a scrivere quelle regole.
Roma si ritrova quindi ad occupare una posizione intermedia: non è pacifista; non è mediatrice; non è protagonista militare. Vuole rimanere un contributore affidabile, limitando però responsabilità, rischi e ambizioni. Una scelta comprensibile sul piano tattico, ma più problematica su quello strategico: perché chi rinuncia a concorrere alla definizione degli strumenti difficilmente potrà diventare protagonista dell’ordine europeo che emergerà da questa guerra.
Vincenzo Monti