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antifàRoma, 1 feb – L’acqua bagna, il fuoco brucia e l’antifascismo militante, avendo lo scopo dichiarato di conculcare violentemente i diritti politici altrui, genera reazioni anche muscolari da parte di chi non ci sta a subire i soprusi. Sono alcune delle verità elementari di fronte a cui è impossibile non convenire. Ma poiché viviamo in un eterno 1984, la verità più evidente sembra anche la più scandalosa. È il caso dell’informativa del ministero dell’Interno inviata al tribunale di Roma dopo richiesta del giudice incaricato della causa mossa dalla figlia di Ezra Pound a CasaPound, nella speranza di ridare il monopolio del nome del padre agli eredi politici di chi lo mise in una gabbia da zoo.



Il magistrato, dovendo decidere se l’utilizzo di tale nome da parte del movimento oltraggiasse la memoria del poeta statunitense, ha chiesto al Viminale una nota su Cpi per vederci più chiaro. Nota che, tuttavia, non ha ricalcato le “inchieste” del gruppo L’Espresso su CasaPound, dato che in un aula di tribunale gli accostamenti suggestivi non valgono (non varrebbero neanche nel giornalismo, se è per questo), ma si è limitata a elencare i fatti. Apriti cielo. Il tam tam è nato sui siti dell’estremismo di sinistra per poi rimbalzare persino su Repubblica. Indegno, inaudito, inaccettabile: su Cpi esiste una sola verità ed è quella scritta su immortali tavole della legge da professionisti specchiati e noti pacifisti come Saverio Ferrari e luminari simili. Deragliare da quella versione non si può.

Ma cosa dice il rapporto dello scandalo? Che CasaPound si è sempre contraddistinta per “lo stile di militanza fattivo e dinamico ma rigoroso nelle rispetto delle gerarchie interne” e che ha l’obiettivo “di sostenere una rivalutazione degli aspetti innovativi e di promozione sociale del ventennio”. E non è chiaro, fin qui, cosa ci sarebbe da contestare. Andiamo avanti: fra gli obbiettivi politici di Cpi, si scrive, c’è “la tutela delle fasce deboli attraverso la richiesta alle amministrazioni locali di assegnazione di immobili alle famiglie indigenti, l’occupazione di immobili in disuso, la segnalazione dello stato di degrado di strutture pubbliche per sollecitare la riqualificazione e la promozione del progetto ‘Mutuo Sociale'”. E poi, “l’attenzione del sodalizio è stata rivolta anche alla lotta al precariato ed alla difesa dell’occupazione attraverso l’appoggio ai lavoratori impegnati in vertenze occupazionali e le proteste contro le privatizzazioni delle aziende pubbliche”. Di nuovo, basta essere minimamente informati sulle attività del movimento per sapere che questa è una mera descrizione della realtà.

E l’eterna accusa circa l’uso della violenza? Il Viminale scrive che “il sodalizio organizza con regolarità, sull’intero territorio nazionale, iniziative propagandistiche e manifestazioni nel rispetto della normativa vigente e senza dar luogo ad illegalità e turbative dell’ordine pubblico”. Per smentire questa frase basterebbe ricordare qualche manifestazione di Cpi terminata con vetrine sfasciate e macchine in fiamme, ma, sfortunatamente per Repubblica, non ce ne sono. Si sottolinea anche il ruolo provocatorio della sinistra estrema che, “sotto la spinta del cosiddetto ‘antifascismo militante’ non riconosce il diritto alla agibilità politica” a CasaPound. È forse questo che fa indignare? Ma la negazione dell’agibilità politica di Cpi è esattamente il tema identitario dichiarato che cementa le frange dell’estrema sinistra. L’unico modo per smentire il ministero potrebbe essere quello di dichiarare finalmente che Cpi ha diritto di fare politica. In caso contrario, e in presenza di comportamenti conseguenti, Cpi questo diritto è solita prenderselo da sé.

Giuliano Lebelli

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3 Commenti

  1. Sicuramente qualche giornalista troverà il bisnonno del cognato della prozia del Prefetto Papa che si è arruolato nella RSI..

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