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Cinque banchieri suicidi in un mese: la crisi non uccide solo i poveri

by Francesco Pezzuto
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SuicideRoma, 20 feb – “Osservandomi, giudicandomi, annusando l’aroma di fallimento debilitante che sgorga dalla mia pelle, la mia graffiante disperazione  e il panico debilitante, mentre mi apro terrorizzata al mondo, chiedendomi perché tutti mi sorridono e mi guardano, consci della mia vergogna. Vergogna, vergogna, vergogna. Affoga nella tua fottuta vergogna”.

Scriveva anche questo la drammaturga britannica Sarah Kane nel suo 4:48 Psychosis, il monologo al termine del quale tentò il suicidio. Fu salvata e curata ma pochi mesi dopò si impiccò con i lacci delle sue scarpe e riuscì a morire, a 28 anni. Il tema del suicidio è prepotentemente riapparso nelle cronache dei nostri giorni, alimentato dalla competitività, dai ritmi frenetici, dal sentirsi inadeguati rispetto ai valori e allo stile di vita imposti. Anche nazioni e popoli che, per tradizione, non hanno mai avuto numeri importanti nella casistica dei suicidi, hanno rivisto al rialzo le statistiche in tal senso, a causa soprattutto della crisi economica che sta stritolando alcuni stati europei: Grecia, Portogallo e la stessa Italia. Ma l’inizio del 2014 ha portato alla ribalta il rovescio della medaglia: la crisi economica, infatti, non miete vittime solo tra disoccupati e nuovi poveri, ma colpisce anche i fautori di questo tracollo del sistema finanziario mondiale. Partendo dal presupposto che ogni caso vada analizzato singolarmente, e che le motivazioni di un gesto estremo possano risiedere nella sfera personale, è opportuno sottolineare come nell’arco di un mese cinque uomini di affari si siano tolti la vita e tre di loro lavoravano per la stessa società: il colosso bancario americano Jp Morgan.

 

Il 26 gennaio William Broeksmit, 58enne direttore esecutivo di Deutsche Banke, viene trovato impiccato nella sua casa di South Kensington, a Londra. Il 27 gennaio l’amministratore delegato di Tata Motors, Karl Slym, 51 anni, si lancia dalla sua camera al 22esimo piano di un hotel a Bangkok; aveva appena partecipato a una riunione con finanziatori thailandesi di Tata Motors. Il giorno successivo Gabriel Magee, banchiere di 39 anni di Jp Morgan, raggiunge il tetto della sede londinese della società e si lancia nel vuoto da un’altezza di 33 piani. I suoi genitori lamentano di essere stati avvertiti della tragedia dalla polizia ma di non aver ricevuto nemmeno una telefonata dalla Jp Morgan. Il mese di gennaio, precisamente il 29, si chiude con il suicidio di Mike Dueker, 50 anni, chief economist presso la Russell Investments. Dueker si è lanciato da un ponte a Tacoma, vicino Washington. Il 3 febbraio viene invece trovato morto nella sua casa di Stamford, nel Connecticut, Ryan Crane, 37 anni, direttore esecutivo della filiale newyorkese di Jp Morgan Chase. Infine l’ultimo caso, il 18 febbraio scorso, vede coinvolto un trader di 33 anni del quale si conosce solo il nome con cui si faceva chiamare dai colleghi, Lee. L’uomo ha raggiunto il tetto della sede di Jp Morgan a Hong Kong, presso cui lavorava, e nonostante il tentativo della polizia locale di dissuaderlo si è ucciso lanciandosi dal ventinovesimo piano.

Secondo alcuni analisti statunitensi e britannici questi decessi avvengono quando alcune multinazionali, consapevoli della situazione dei mercati finanziari, rischiano di subire perdite ingenti, aprendo scenari ancora più drammatici nella crisi economica mondiale. Il peso del fallimento di un sistema, non solo economico, sul quale si è basata la propria vita, diventa insopportabile al punto di spingere questi uomini dell’alta finanza a vedere nella morte l’unica soluzione, affogando, forse, nella “fottuta vergogna”.

Francesco Pezzuto

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