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Washington, 2 mar – Sono finora due le vittime americane dell’infezione da coronavirus, entrambe nello stato di Washington; e adesso negli Stati Uniti inizia a serpeggiare la paura.



Trump minimizza

«Niente panico: ma accumulate provviste», è – per ora – la ricetta di Donald Trump, che minimizza ma con cautela, che invita ad essere pronti ma rassicura così i cittadini: «È tutto sotto controllo, stiamo mettendo in atto l’azione più aggressiva della storia moderna per proteggere i nostri cittadini». Azione che si concretizza nella chiusura delle frontiere a chi è in arrivo dall’Iran, la minaccia di chiudere quella col Messico e l’innalzamento al massimo del livello di allerta per chi è diretto in Nord Italia e nella Corea del Sud. Un provvedimento, quest’ultimo, a cui le compagnie aeree American airlines e Delta hanno risposto bloccando tutti i voli per Milano, fino al 24 aprile l’una il 1° maggio l’altra.

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Preoccupazione dalla sanità

Meno cauti e sicuramente meno ottimisti sono invece gli addetti ai lavori della sanità a stelle strisce: molte strutture ospedaliere rendono noto di non essere in possesso degli strumenti base per affrontare l’emergenza: mancano tamponi, mascherine, e ventilatori meccanici della terapia intensiva. «Spero che il Covid-19 ci colpisca in maniera leggera, altrimenti siamo nei guai» spiega al Washington Post il dottor Eric Toner del Johns Hopkins Center for Health Security. Dello stesso avviso Stephen Morrison, del Center for Strategic and International Studies: «I cinesi ci hanno dato un mese per prepararci al peggio. Non ne abbiamo fatto buon uso».

Numeri inadeguati

Che l’America non sia preparata ad affrontare un’eventuale pandemia provocata da un’infezione respiratoria si sa, in realtà, da 15 anni. Uno studio governativo risalente al 2005 infatti stimava che per sostenere un’emergenza sanitaria della stessa categoria del coronavirus servissero almeno 750 mila ventilatori meccanici: ma in tutta l’America, ad oggi, ce ne sono appena 65 mila. Nel caso di pandemia, quindi, i dottori si ritroverebbero a decidere arbitrariamente a chi fornire le cure.

Carenza di tamponi

Non è finita: nelle strutture ospedaliere più lontane dalle grandi città mancherebbero persino le mascherine, a fronte di una richiesta potenziale di 300 milioni di pezzi, per non parlare dei tamponi diagnostici. In Usa ne sono stati fatti solo 500, mentre è emblematico il caso della California dove si registrano circa 8mila persone in isolamento volontario. «Ne saranno diffusi 15 mila entro il weekend» ha fatto sapere il vicepresidente Mike Pence, a capo della task force contro il coronavirus, «altri 50 mila sono in lavorazione».

Costi esorbitanti

Già, ma come gestire l’emergenza (e l’individuazione di nuovi casi) dal momento che il sistema sanitario degli Stati Uniti si basa sul privato, a fronte dell’esistenza di 27,5 milioni di persone non assicurate? Prendiamo ad esempio le spese da sostenere per il tampone sierologico: valutato come trattamento di urgenza, è infatti gratuito solo se si è positivi; se si è negativi costa circa 1.400 euro. Quanti dell’America proletaria, che già non possono permettersi un’assicurazione sanitaria, saranno disposti a rischiare di dover pagare una tale cifra in caso di esito negativo? Un quesito che getta ulteriori ombre sulle modalità di gestione di un’eventuale epidemia su scala nazionale: se i potenziali infetti scelgono si non sottoporsi al test per impedimenti economici, l’individuazione, il trattamento e il contenimento dei casi subirebbe un rallentamento incalcolabile e una conseguente propagazione incontrollabile dell’epidemia.

Cristina Gauri

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