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Roma, 26 set – Sta facendo molto discutere la biografia di Alice Weidel, leader di Alternative für Deutschland e lesbica dichiarata. I media impazziscono: è quindi possibile essere “xenofobi” o addirittura “nazifascisti” (gli improbabili paragoni con Hitler si sono sprecati, in queste ore) pur essendo omosessuale? Come al solito, i giornalisti, che dovrebbero essere quelli che capiscono le cose prima, si svegliano tardi. Il populismi, infatti, sono ormai da qualche anno polo di attrazione per attivisti e leader gay. In Germania c’è la Weidel, in Francia, fino a ieri, il numero due e deus ex machina del Front national è stato Florian Philippot, in Olanda ci fu la parabola di Pim Fortuyn, ucciso nel 2002 da un estremista di sinistra, e in Austria si è molto discusso della vita sessuale di Jörg Haider.

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Cosa ci dice, tutto ciò? Non tantissimo, in verità: l’idea che le scelte sessuali e l’identità di genere definiscano in toto una persona a prescindere dalle sue idee e dal suo percorso è un curioso punto in comune fra gli omofobi paranoici (per cui un gay sarà sempre e solo un gay, fosse anche un eroe di guerra) e gli omofili entusiasti (quelli che esultano ogni volta che in un Paese viene eletto un premier omosessuale, anche se magari nel suo programma ha ricette economiche agghiaccianti). Il problema della Weidel non è chi ama portarsi a letto, ma il suo passato in Goldman Sachs, il fatto che abbia assunto richiedenti asilo siriani, il fatto che, da omosessuale, abbia adottato bambini. E poi bisogna distinguere: Haider è stato un eccellente politico, Fortuyn era sostanzialmente un parvenu. Qualche dato, tuttavia, possiamo isolarlo, e senza scomodare Ernst Röhm, i legionari di Fiume e Mishima – quelli erano uomini integrali, combattenti, patrioti, eroi, molto prima che dei “gay”. Il contesto in cui si muovono i populismi è eroico come la vita di un vigile urbano, quindi aggiustiamo i parametri.

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L’emergere di una destra filo-gay testimonia innanzitutto una contraddizione interna al pensiero dominante, che è sì omofilo, ma anche immigrazionista. E le due cose non vanno per niente d’accordo, se è vero che buona parte degli immigrati disprezza lo stile di vita omosessuale. In questo, va riconosciuto che i gay sono più avanti delle femministe, che solo con molta fatica si stanno accorgendo che l’immigrazionismo, che loro accanitamente sostengono, pone serissimi problemi alle loro rivendicazioni. D’altro canto, la tendenza attuale mostra anche una contraddizione interna al populismo stesso, il cui ruolo può solo essere quello di difensore dell’esistente, ovvero delle nostre società decadenti. Quello che vogliono conservare i populismi è “il nostro stile di vita”, espressione identica a quella che utilizziamo dopo gli attentati, cantando Imagine per strada. È evidente che si tratta unicamente di percorrere al contrario la strada che ci ha portato sin qui e attestarsi semplicemente sul penultimo scalino, ovvero quello in cui eravamo esattamente come siamo oggi, ma gli immigrati non erano ancora così tanti. Ma è evidente che questo è impossibile. L’unica risposta alla nostra crisi sarà rivoluzionaria, ovvero proiettata verso un’altra società, che tagli alla radice i problemi in cui siamo invischiati. In questa rivoluzione, uomini e donne, gay o etero saranno gli uni a fianco agli altri. Ma solo come patrioti.

Adriano Scianca

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