oooRoma, 17 ott – Nuovo mese, nuovi dati e nuova infornata di grafici. Partiamo dal Pil nazionale che l’Istat ha rivisto secondo le nuove metodologie e aggiornato ancora al secondo trimestre del 2014, evidenziando una diminuzione dello 0,2% rispetto al trimestre precedente, nel quadro di una diminuzione sostenuta fin dal 2011.



La notizia apparentemente buona è che il prezzo del petrolio è finalmente in calo, come già riportato e commentato su queste colonne. In conseguenza del ribasso dell’oro nero, anche i prezzi industriali dei principali carburanti – benzina e gasolio per autotrazione – stanno scendendo e il tracollo dei rispettivi consumi appare rallentato, mostrando perfino recenti segni di inversione.

Gli stessi consumi di elettricità sono recentemente diminuiti molto meno che nei primi mesi del 2014, probabilmente avviandosi nel breve termine a una sostanziale stazionarietà, nonostante un aumento dei prezzi troppo grande per essere giustificato da un aumento dei prezzi future del gas naturale che tuttora rappresenta tra il 30% e il 40% del mix energetico che presiede alla generazione elettrica.

PIL -nuove stimeCon tutti questi fondamentali che hanno mostrato segni di inversione di tendenza, possiamo attenderci con una certa fiducia che lo stesso Pil Italiano goda di un rimbalzo a breve termine, se non nel terzo, almeno nel quarto trimestre del 2014.

Le prospettive a medio termine non sono però particolarmente rosee.

Per un verso, sussiste la prospettiva – che giudichiamo completamente scellerata – di una accelerazione sul Ttip (Trattato Transatlantico per il commercio e gli investimenti), già ampiamente e profondamente discusso su queste colonne.

 

 

petrolio-carburanti

elettricità -quantità+prezzi

Parallelamente, vale la pena di chiedersi quale sia l’origine e quali le probabili conseguenze di un calo tanto sostanzioso quanto inatteso del prezzo del petrolio, oltre quelle già discusse.

In primo luogo, parlando di conseguenze, una diminuzione del prezzo del petrolio colpisce certamente l’industria del fracking Statunitense, che ha bisogno di prezzi molto elevati per rendere economico lo sfruttamento dello shale oil, come ampiamente illustrato di recente su questo giornale. L’unico modo per tenere in piedi gli investimenti nel fracking (e vendere petrolio e gas all’Europa) sarà allora quello di continuare a stampare letteralmente dollari e costringere il mondo intero ad acquistare ancora più titoli del tesoro Usa. Il che già depone male.

Gli stessi Paesi produttori tradizionali, che vedono le proprie popolazioni aumentare numericamente e chiedere sempre maggiore accesso ai beni di consumo in stile occidentale, non possono ovviamente giovare di un ribasso sostenuto del prezzo del petrolio sotto i 90 dollari, anzi andando così incontro a crisi e collassi sociali dagli effetti imprevedibili.

Perché, allora, l’Arabia Saudita in primo luogo si è ostinata e persiste ad aumentare la propria produzione petrolifera, apparentemente contro i propri stessi interessi?

La risposta può trovarsi in quello che appare come un accordo segreto, o almeno tale in origine, per cui la casa Saudita ha acconsentito ad aumentare la propria produzione ed abbassare i prezzi del petrolio in cambio dell’intervento americano in Siria, che sta avvenendo dietro il pretesto della guerra all’Isis e che, se coronato da successo, permetterebbe alle potenze locali – dai Sauditi alla Giordania, Qatar, Kuwait, Giordania, ecc – di “dividersi le spoglie” dell’Iraq e della Siria, vale a dire nuovamente petrolio, nonché una via di passaggio del gas verso l’Europa esente da dazi e controllo straniero (e ostile).

Il problema allora diventa un altro: perché gli Usa vogliono abbassare il prezzo del petrolio, colpendo nel breve termine la loro stessa industria estrattiva?

La risposta, che propone tra gli altri il solito ZeroHedge, è di vastissima portata: colpire al cuore le economie dell’Iran e della Russia, soprattutto la seconda, per impedire o almeno rimandare sine die, qualsiasi iniziativa di sganciamento dal sistema del dollaro Usa, nonché in prospettiva per dividerne le spoglie a favore soprattutto delle multinazionali americane. Il che conferma a sua volta che tutto sommato il fracking americano è veramente nient’altro che una bolla. In termini più semplici, una colossale bufala.

Se questo sia un azzardo ordito da un gigante traballante, un “Sansone” che proverbialmente rischia di farci fare con tutti gli altri la fine dei Filistei, oppure una manovra tanto cinica quanto geniale, sarà il futuro a dircelo. Quello che è certo è che l’Europa in tutto questo non gioca alcun ruolo se non quello di potenziale vittima sacrificabile di un gioco che passa interamente sopra la sua testa.

Francesco Meneguzzo

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