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blade runnerRoma, 7 mag – Il 2019 è dietro l’angolo, ma a Los Angeles non di vedono né la pioggia perenne né, soprattutto, i replicanti dal volto umano (ma su quest’ultima affermazione meglio non mettere la mano sul fuoco).

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Il futuro di Blade Runner è ormai quasi presente ma il sogno tragico delle navi da combattimento in fiamme al largo dei bastioni di Orione stenta ad avverarsi. L’avvenire tecnologico ha saputo donarci comodità, non epica.

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Meglio, allora, tornare nelle sale e rivedere il capolavoro di Ridley Scott, uscito al cinema nel 1982. Oggi la Warner ha deciso di riproporlo al pubblico sul grande schermo solo per due giorni nella versione restaurata del 2007, The Final Cut. Ieri e oggi, infatti, sarà possibile rivedere sul grande schermo Blade Runner nei circuiti The Space Cinema (36 multisale in tutta Italia con 79mila posti a sedere).

Il tutto nell’attesa del sequel, le cui riprese inizieranno nell’estate del 2016 per la regia di Denis Villeneuve. Ad affiancare Harrison Ford, ancora nei panni del poliziotto Rick Deckard, ci sarà anche Ryan Gosling. “È uno dei copioni migliori che io abbia letto” ha dichiarato Ford dal set del nuovo Star Wars. Difficile sentir dire il contrario da un attore che, pagato profumatamente, si appresta a girare un film.

Blade Runner 2 sarà comunque uno di quei film da andare a vedere a prescindere, sapendo che l’occasione non si può perdere anche se le possibilità che sia una fregatura sono davvero dietro l’angolo.

L’alchimia che ha fatto del film del 1982 un capolavoro assoluto è del resto probabilmente irripetibile, così come probabilmente è unico il “lapsus ideologico” che ha fatto di quest’opera un manifesto faustiano, ben oltre le intenzioni originarie di Do Androids Dream of Electric Sheep?, il racconto di Philip K. Dick da cui la pellicola è tratta.

Un “lapsus” dovuto anche alla magistrale interpretazione di Rutger Hauer nei panni del replicante Roy Batty, nella quale l’attore mise come è noto molto del suo, improvvisando alcune scene chiave.

Come tutti gli androidi della serie Nexus 6, Roy è programmato per vivere solo quattro anni di vita. In questo futuro distopico, cupo, decadente, in cui una umanità avvilita e multirazziale vive in un pianeta inquinato, gli androidi sono creature destinate al lavoro nelle colonie spaziali.

Alcuni di loro, però, si ribellano e quando questo accade occorre mettere sulle loro tracce dei poliziotti dell’unità Blade Runner, come appunto Deckard, che viene incaricato di “ritirare” quattro replicanti ribelli fuggiti sulla terra.

L’obbiettivo dei robot è quello di cercare di prolungare la propria vita oltre la scadenza programmata. Tentativo tragico e tragicamente destinato ad andare a vuoto, con il replicante Roy che si spegne al termine di un’esistenza vissuta secondo i canoni dell’etica classica: breve, ma eroica.

Il robot come “vero uomo”, come erede dell’avventura storica, che rappresenta appunto il propriamente umano, laddove gli uomini veri risultano abbrutiti al livello di una subumanità oscura. Una suggestione che invece, quando quel futuro è arrivato, è andata perduta. Come lacrime nella pioggia.

Adriano Scianca

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