Roma, 15 apr – Ingegno e acume. Fedeltà e amor di patria. Queste sono le qualità fondamentali che Giovanni Gentile incarnò in tutta la sua esistenza terrena. Al netto delle critiche, che il suo sistema filosofico si è nel corso dei decenni attirato da altri grandi nostri riferimenti culturali e ideali, quel che a nostro avviso va in primis constatato è che un genio della pura filosofia dopo di lui non è più esistito.
È come se la sua morte, avvenuta a causa delle infami mani della partigianeria, avesse voluto significare la fine dell’ultima stagione di gloria e di cultura dell’Italia e dell’Europa del secolo scorso, quella in cui i fascismi gettarono semi della loro bellezza e della loro sapienza non soltanto dove effettivamente arrivarono alla guida dello stato, ma anche dove a governare erano i sistemi ideologici oggi dominanti.
Giovanni Gentile tra filosofia e politica
Con Giovanni Gentile l’Italia conobbe un uomo che in un’epoca di tormenti, guerra civile e tradimenti, scelse la via dell’Essere e della fedeltà, manifestando nello spirito e nelle gesta quelle che sono le virtù italiche tradizionali e migliori. L’uomo buono, che unisce sapere filosofico, politica ed etica del lavoro. In ogni opera compiuta nulla fu mai trascurato e la sua integralità fu visibile totalmente. Non esiste un solo scritto gentiliano, in cui non si respiri la sua visione dell’uomo uomo e dello stato. L’atto puro, il pensiero costantemente pensante e vivificante è un tutt’uno con l’energia che si da forma e disciplina nell’eroismo. Lo Stato come “Io” che si riconosce nel “Noi”, quanto il pensiero che crea il reale e si fa poi consapevole della creazione di questo.
Il tutto di cui passato, presente, futuro non costituiscono parti separate ma un unico processo dialettico e dinamico poi è probabilmente la parte più bella della dottrina gentiliana, che va a scardinare la linearità e il rigido storicismo tipicamente hegeliani. Il continuo evolversi del pensiero che si realizza creando il reale non conosce fine secondo Giovanni Gentile, non c’è nessuna legge garantita, nessun futuro certo e prestabilito. Tutto è altamente dinamico e incerto, ogni cosa è frutto dell’atto e della libera creazione degli uomini migliori e di valore. Nessuno può fare nulla dal nulla e quanto di più alto costituisce un popolo, come la religione, l’arte, la memoria, i culti funebri, le cerimonie è un qualcosa che viene costantemente reso vivo ogni volta che a tali concetti si rivolge il pensiero.
L’umanesimo del lavoro
La morte in tal senso e il distacco sono qualcosa di non veramente sussistente, in quanto tutto rifluisce costantemente. Ed è alla luce di ciò che va letta la sua idea di umanesimo del lavoro, che i marxisti decantavano, rivelando tuttavia la loro ignoranza sul tema. Se per questi infatti la materia era una necessità incombente dell’uomo, qualcosa da cui questi non poteva prescindere, che solo una volta soddisfatta apriva strada alla realizzazione, con Gentile conosciamo invece il paradigma corretto. L’uomo non realizza il suo essere nel lavoro se odia la necessità, ma coordinando libertà e necessità, in quanto tutte le sue opere sono costantemente realizzate nell’atto puro dello spirito. Il pensiero si attua costantemente determinando ogni binomio e ogni differenza in un’integrazione mirabile: necessità/libertà, individuo/comunità, religione/memoria laica, società civile/stato, sono i frutti costanti di una dialettica che non esiste separata da questi né ciascuno di questi può esistere separatamente dall’altro e dal pensiero.
Un uomo non è tale quando odia la necessità e la guarda impaurito, ma quando a questa da un senso e un valore. L’uomo cresce nel lavoro quando dalla fatica e dal dovere trae conoscenza. Si rigenera lavorando, quando vede nel sudore e nella fatica il suo genio. Matura, quando unisce gratificazione e piacere personale all’utile per la comunità e per la famiglia, alla fatica e allo zelo.
La libertà nello Stato
E questa visione integrale e totale si riflette anche nella sua visione dell’istruzione, di altissimo livello spirituale, con una preminenza del liceo classico, ma non meno efficace nella preparazione del corpo e del fisico che insieme all’attività intellettiva costituiscono anche questi un tutt’uno del pensiero umano che si fa visibile. Non meno la sua idea di intellettuale. In un’epoca in cui l’Italia e l’Europa abbondavano di scialbi scrittori salottieri, di razionalisti, critici d’ogni sorta, accademie vuote etc, Gentile visse e trasmesse la cultura come massima espressione della vita politica e comune, in virtù del fatto che un uomo, anche quando riveste il suo più alto ruolo non è nulla se non lo fa per formare chi ama, chi gli è vicino e chi può migliorare, in quanto è proprio in ciò che consiste l’essenza dello Stato: rendere l’uomo eccellente, dargli capacità deliberative, educarlo. In tal senso esso o è etico o non è. E un uomo o è libero nello stato o libero non è. Il suo amore per la Patria e per il sapere si tradusse in atto coerente fino alla fine. Mai rinnegò chi era e aderì con orgoglio alla Repubblica Sociale Italiana.
Gentile continua ad essere assassinato
Ciononostante non si risparmiò mai dal dire agli italiani di non dimenticare il gran dono dell’unità raggiunta e sempre volle che vi fosse pacificazione tra le due fazioni che all’epoca contendevano, a prescindere dall’esito della guerra. Il suo appello rimase purtroppo inascoltato dalle bande che allora imperversavano e i nefasti risultati che l’Italia e l’Europa oggi vivono sono la conseguenza di ciò. Non paga una certa classe di illegittimi governanti dell’Italia di aver ucciso un filosofo che si accompagnava con un bastone, senza scorta, tendendogli una trappola, ha voluto dare la medaglia d’oro al suo carnefice. L’aspetto più tragicomico dell’intera vicenda è che una classe di persone che si definisce colta e detentrice del sapere ha pensato di insignire di un alto riconoscimento, insultando non solo la memoria di Giovanni Gentile ma anche il significato per cui tale riconoscimento esiste, non un filosofo ma il suo ignorante assassino. Non soddisfatti, a Firenze è recentemente avvenuto alla giunta comunale, occupata dagli eredi di certi personaggi, di promulgare una delibera che vieti di intitolargli una via.
Se una nazione che opera in tal senso, è ben facile comprendere quanto abbia deciso di compromettere il proprio futuro. Tuttavia, ed è qui che è lo stesso atto eroico di Gentile ad aiutarci, non dobbiamo disperare. Il suo sacrificio ha valore eterno e non vi sarà cancellazione materiale che potrà eliminarlo. E rappresentando Gentile del genio italiano ed europeo una delle forme più belle, ricorda a noi tutti che ciò che oggi non è visibile sarà sempre potenzialmente realizzabile e attuabile.
Un pensiero sempre vivente
Finché terremo vivo nel nostro pensiero e nel nostro cuore quanto la sua vita ha trasmesso a tutti noi, custodiremo acceso quel fuoco che presto o tardi divamperà facendo in modo che le migliori energie riemergano in un sol lampo. Nulla si crea e nulla si distrugge, tutto si trasforma! Con questo enunciato ci sembra che ben si possa riassumere il fulcro del pensiero gentiliano e l’intera vita di un popolo e di una civiltà nella profonda essenza. Continuando su questa via, senza curarsi dell’odio nemico, compiremo l’edificio che farà si che la nostra patria italiana e con essa la patria europea risorgano. Come ci ricorda Dominique Venner, non si deve dubitare che il risveglio avverrà, anche se non si sa quando. E nel ricordare Giovanni Gentile noi non solo rispettiamo il pur doveroso rito di commemorazione, come ben si addice, ma riviviamo quel che siamo noi come popolo e come stirpe.
Ferdinando Viola