Roma, 11 giu – Tutti gli appassionati (o meno) di calcio hanno ancora davanti ai propri occhi l’immagine di capitan Cannavaro che alza la coppa sotto il cielo di Berlino. Tutti gli appassionati (o meno) di calcio  hanno visto in diretta o, per motivi anagrafici, in differita, l’urlo di Tardelli e le magie di Paolo Rossi al mondiale dell’82; ma pochi, veramente pochi, conoscono l’Italia della prima stella, quella del 1934.



Combi, Monzeglio, Allemandi, Ferraris, Monti, Bertolini, Guaita, Meazza, Ferrari, Schiavio, Orsi. Allenatore Vittorio Pozzo.

In finale l’Italia di Pozzo sconfisse per 2 a 1 la Cecoslovacchia del capocannoniere Nejedly, raggiungendo la vittoria solo nei tempi supplementari. Il pareggio era arrivato allo scadere della gara. Si giocava su quello che sarà il Flaminio, che allora si chiamava stadio del Partito Nazionale Fascista, davanti a 50000 persone.

Nessun quotidiano sportivo però sembra essersi ricordato di questa vittoria , nessuno speciale in televisione per parlarne, nessun tweet. Nulla, oblio totale.

Solo pochi, pochissimi, italiani conoscono la testa fasciata di Luigi Bertolini, uno che la prendeva sempre di testa; il dialogo tra Pozzo e Combi dopo l’infortunio di Ceresoli; la vittoria in semifinale con l’Austria “wunderteam”; l’arretramento ad interno di Meazza che fu la chiave di volta tattica per quel successo. Sono i dettagli, le curiosità che rendono leggendarie le imprese calcistiche. Ma è necessario che  qualcuno le faccia conoscere, che le divulghi al pubblico degli appassionati, che ne faccia leggenda e questo di sicuro non avvenne e non avviene  per l’Italia del’34.

Il motivo, si capisce bene, è ideologico. Non si possono celebrare i vincitori dell’Italia fascista, anche per loro urge damnatio memoriae. Seppur in quell’Italia ha giocato il primo oriundo della storia italiana, Luisito Monti, seppur il ct Vittorio Pozzo andrà a rivincere 4 anni dopo la coppa Rimet a Parigi, seppur in quella squadra ha giocato uno dei migliori italiani di sempre, Giuseppe Meazza, non bisogna celebrarli. Tutti nell’oblio.

Andate a chiedere agli uruguagi se non conoscono il leggendario Uruguay del ’30 capitanato dal caudillo Nasazzi, o quello del ’50. Tutti loro sanno chi è Alcides Ghiggia o Obdulio Varela, anche chi è nato decenni dopo. Non è solamente il tempo a sbiadire i ricordi, l’epica delle vittorie calcistiche si tramanda di generazione in generazione, il problema è la volontà o meno di ricordare.

Anche nel calcio però vale il detto un popolo senza storia è un popolo senza futuro, sostituendo magari alla parola “popolo” la parola “nazionale” (che non dovrebbero essere, sia detto tra parentesi, due concetti così distanti). La nazionale italiana quella storia la porta sulle maglie in ogni partita, quelle stelle sopra il tricolore sono quattro.

Sarebbe il caso che qualcuno inizi a ricordarselo.

 

Rolando Mancini

 

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