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Vietato rivelare la nazionalità di chi delinque: il decalogo bavaglio della Procura di Perugia

by Tony Fabrizio
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Roma, 13 luglio – Dall’epoca di Mani Pulite a quella di “mani avanti” il passo è stato breve. Infatti, ciò che hanno partorito i togati della Procura umbra ha quasi dell’incredibile, se non fosse che gli inquirenti ormai non danno più la caccia ai delinquenti, ma alle parole.

In un decalogo per stabilire la linea guida per le indagini che dalla seconda metà del 2025 ogni procura dovrà seguire, si stabilisce che nei comunicati stampa è fatto divieto assoluto di rivelare la nazionalità degli indagati. Salvo eccezioni, ovviamente. Da nascondere con gli amici e da applicare con i “nemici” da oggi risuonerà un po’ come “non vi siano specifiche e motivate ragioni di interesse pubblico”.

Capito come funziona? Se le forze dell’ordine arrestano uno scippatore algerino, uno spacciatore marocchino, un rapinatore bulgaro per la Procura non fa alcuna differenza e il dettaglio va sbianchettato. E allora la domanda sorge spontanea: cosa c’è da nascondere? Cosa il popolo non deve sapere? E perché?

La Procura di Perugia contro la realtà dei fatti

Nessuno, sia ben chiaro, ha mai sostenuto che la nazionalità sia sinonimo di colpevolezza. Ci mancherebbe altro: la responsabilità penale è personale, ce lo insegna la Costituzione. Ma questa decisione dei togati di quella che è la “procura di tutte le procure” è doppiamente un capolavoro della contraddizione: innanzitutto, nell’intento – nascosto, ma direttamente manifesto – di volere cancellare un aspetto etnico, razziale, finiscono candidamente per affermare la sua esistenza e poi perché si finisce per sforare nel campo della censura preventiva – leggasi pure protettiva – ideata per non disturbare la narrazione buonista delle frontiere spalancate a tutti e dell’integrazione a tutti i costi.

Se, dunque, un dato è vero, oggettivo e verificato, per quale motivo lo si deve censurare? Perché proprio la nazionalità – anzi, la nazionalità di provenienza – e non l’età anagrafica, il sesso, la professione? Se arrestano un idraulico di cinquant’anni di Mazzara del Vallo si può dire, ma se lo stesso reato viene commesso da un extracomunitario scatta il bavaglio di Iustitia? Questa non è giustizia; questa è pedagogia di Stato. Della magistratura. È l’idea, presuntuosa e intollerante, che i cittadini siano dei bambini deficienti da rieducare, incapaci di maneggiare la verità, senza diventare improvvisamente razzisti.

La matematica non è di destra o di sinistra

La verità, però, è un’altra ed è quella crudele e violenta dei numeri che non sono soggetti a eufemismo alcuno, ma che nei salotti radical-chic non si deve pronunciare. Da anni ci bombardano con ogni mezzo di comunicazione che i reati non hanno coloro e che l’allarme sicurezza, divenuto ormai una reale e concreta emergenza, è solo una “percezione”, alimentata da populisti e nostalgici che sono tutti racchiusi nella definizione di “fascisti”. E per dimostrare che la ragione è dalla loro parte, che la realtà coincide con quanto da loro teorizzato dal divano e non in una stazione cittadina dopo le dieci di sera che fanno? Semplice: eliminano la realtà. Peccato, per i garantisti (del colore), che la matematica non sia un’opinione. A leggere i dati ufficiali del Dipartimento dell’amministrazione penitenziaria, non il volantino che circola sottobanco in certi ambienti, la realtà restituisce numeri che svegliano più di certi sonori ceffoni sulle paffute gote: su circa sessantaquattromila detenuti totali, gli stranieri sono più di ventimila. Tradotto, parliamo di oltre il 31% (trentuno per cento!); un terzo della popolazione carceraria non è italiana, a fronte di una percentuale di residenti stranieri infinitamente più bassa. È questo il dato che fa tremare i polsi a teorici e trombettoni dell’accoglienza sfrenata. Questo il pezzo di specchio che si cerca di nascondere agli italiani. Questo l’ordine (im)partito dalla Procura di Perugia che, con scienza e coscienza, ha deciso – anche per le altre procure – di non raccontare più.

La solita scusa delle fake news

La cosa ancora più assurda è questi signori spesse volte li ritroviamo in cattedra per imbastire sermoni morali contro le fake news e la disinformazione, senza capire – o, peggio fingendo di non capire – che proprio il velo sulle notizie ufficiali spalanca le porte al caos. Quando un cittadino non può più abbeverarsi dei dettagli nei comunicati dello stato non smetterà sicuramente di informarsi. Anzi, ne sarà maggiormente incuriosito. E finirà per rivolgere la propria attenzione ai social, alle chat di ogni genere, al passaparola del quartiere. Proprio dove, senza il filtro di fonti verificate, il sospetto diventa certezza e la rabbia sociale si ingigantisce.

Se i magistrati volessero davvero la fiducia dei contribuenti, loro datori di lavoro, e il loro impegno professionale è esercitare la giustizia uguale per tutti in nome del popolo italiano raccontino tutta la verità, solo la verità, nient’altro che la verità. Senza filtri e senza omissioni, altrimenti diventa lecito il sospetto che lo Stato, per mezzo delle Procure, stia tramando alle spalle dei suoi cittadini.

Quello di Perugia è un precedente gravissimo. Quando la magistratura, e quindi lo Stato, si arroga il diritto di stabilire che la verità è un pericolo pubblico nazionale e che l’identità di un uomo (non me ne vogliano le donne) va nascosta per ragioni di opportunità pedagogica, significa che la democrazia ha ceduto il passo all’interesse terapeutico. Ci vorrebbero ciechi, sordi, sradicati e smemorati, ma non hanno fatto i conti con la realtà che, per loro svenuta, continua a bussare alla porta di tutti.

Tony Fabrizio

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