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Roma, 22 ott – Non finirà come in Catalogna, ma il doppio referendum di domani fra Lombardia e Veneto è destinato a far nascere più di una trattativa sull’assetto dello Stato italiano, alle prese con una crisi finanziaria ancora là da risolversi e con pulsioni di autonomia – per non dire di secessione vera e propria – mai sopite nel corso degli ultimi decenni.

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Ciò che chiedono i due governatori è noto: avere un forte mandato popolare (Maroni spera di superare almeno un terzo degli elettori a favore del sì, mentre in Veneto sarà necessario superare il quorum del 50% degli aventi diritto) per sedersi ad un tavolo con il governo e negoziare per trattenere almeno una parte del cosiddetto “residuo fiscale”, vale a dire la differenza tra le tasse che cittadini, società e imprenditori versano nelle casse dell’erario e quanto, da questo, ritorna poi sui territori. Per la Lombardia si tratta di oltre 50 miliardi di euro, quasi 20 per il Veneto. Seguono poi in classifica l’Emilia Romagna e il Piemonte, con il segno che si inverte quando si scorre la graduatoria e si arriva alle regioni meridionali, percettori netti di contributi che vanno dai 3,5 miliardi della Puglia ai 9 della Sicilia.

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Stanti questi numeri, la richiesta di maggiore autonomia gestionale delle risorse è una rivendicazione legittima da parte dei cittadini chiamati ad esprimersi con il referendum, ma che non tiene conto di alcuni particolari che solo in minima parte sono entrati nel dibattito.

Anzitutto, anche qualora Lombardia e Veneto negoziassero il migliore accordo possibile, non riusciranno mai a trattenere entro i loro confini tutti i miliardi oggetto del contendere. Buona parte di essi sono infatti destinati a funzioni necessariamente gestite a livello centrale, come ad esempio la giustizia e l’ordine pubblico, che non è possibile delegare agli enti locali. Fra queste funzioni rientra anche la politica degli investimenti in opere pubbliche di rilevanza nazionale che ha visto, dal 1992 ad oggi, un evidente sovraesposizione del centro nord a dispetto del meridione: se all’epoca erano 12 i miliardi investiti da Roma in su e 10 nel mezzogiorno, oggi i primi sono rimasti sostanzialmente allo stesso livello, mentre i secondi hanno subito un calo che definire drastico è un eufemismo. Fece scalpore, nel 2014, la decisione di destinare al nord il 98,8% (4,8 miliardi) dei fondi per l’adeguamento ferroviario agli snodi sopra Firenze, mentre dalla città di Dante a sud vennero lasciati solo 60 milioni di briciole.

veneto referendum autonomiaSempre a proposito di infrastrutture, proviamo a fare una ricognizione nelle due regioni che chiedono autonomia per capire qual è lo stato dell’arte. Lo facciamo con due esempi. Il primo è quello di Trenord, società controllata al 50% da Ferrovie e al 50% da regione Lombardia, centinaia e centinaia di km di linee locali, oltre 2000 corse quotidiane e un numero di passeggeri serviti che supera i 700mila giornalieri. Tralasciando i numerosi scandali relativi ad appalti, tangenti, bonus ai dirigenti elargiti con gran generosità, lo stato del servizio è ad oggi impietoso, come constatano ogni mattina e sera i numerosi pendolari che affidano i loro viaggi alla sorte. Non va meglio in Veneto, lato asfalto, dove dal 2005 Anas ha accettato di “disfarsi” delle ex statali, passate tutte alla regione in un primo assaggio di federalismo. A più di un decennio da quella scelta, Veneto strade – la società costituita da Venezia allo scopo: 1000km di ex statali e altrettanti di provinciali in gestione – è da anni osservata speciale per alcuni problemi di gestione, tanto che si fa addirittura largo l’ipotesi di un ritorno al passato, con la retrocessione delle arterie viare a Roma. Il governatore Zaia è convinto che con maggiore autonomia aumenterà anche la capacità di spesa e dunque di manutenzione da parte della regione, posizione con una sua logica anche se i 12 anni fin qui trascorsi non sembrano proprio deporre a suo favore.

La questione, poi, si intreccia con il mai risolto problema della distribuzione delle competenze, in specie dopo la riforma del titolo V della Costituzione. Dal 2001 (data di entrata in pieno vigore della delega di alcune funzioni a livello locale) ad oggi, sono qualcosa come 120 l’anno – vale a dire uno ogni tre giorni – i ricorsi che le regioni o lo Stato presentano alla Corte costituzionale per denunciare gli “sconfinamenti” della controparte. Una massa di carte di bollate che, spesso, paralizza varie attività per il solo fatto di non aver delineato con precisione quali sono i compiti e le deleghe di ciascuno. Il presupposto era lodevole: assegnare compiti a soggetti più vicini ai territori secondo il ragionamento per cui questi avrebbero avuto maggiori capacità di amministrare la cosa pubblica in quanto ogni giorno a contatto con la carne viva dei problemi da affrontare. Trenord e Veneto Strade raccontano una storia diversa, nella quale i “decisori” non sono mai stati cacciati a furor di popolo nonostante i disagi, il malaffare e servizi a dir poco carenti.

Al netto di una necessaria e ormai non più procrastinabile riflessione sull’affidamento delle competenze e sulle fonti di finanziamento, il punto non è però di natura economica. O meglio, non solo economica ma prettamente politica. E si lega a doppio filo al tema della sovranità nazionale. Perché possiamo anche dare tutta l’autonomia che vogliamo perfino ai comuni o ai municipi dei più grandi centri abitati, ma si tratterebbe in estrema sintesi solo di aumentare i centri di drenaggio dell’erario (sia esso Roma o Milano o Venezia, per il cittadino o l’imprenditore poco cambia se le aliquote sono a livello di cleptomania) in ossequio alle politiche imposte dall’Ue. Quelle politiche che si traducono in austerità, pareggio di bilancio, vincoli agli investimenti, bilanci assoggettati alla preventiva approvazione da parte di Bruxelles. E non basterà un voto, per quanto forte (e costoso: si parla nel complesso di quasi 75 milioni di euro), a cambiare il quadro.

Filippo Burla

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