guerra“La storia è un bagno di sangue” – così sosteneva William James in un saggio contro la guerra del 1906 –“mostrare l’irrazionalità e l’orrore della guerra non gli fanno (all’uomo moderno n.d.a.) né caldo né freddo. Gli orrori lo affascinano. La guerra è la vita all’ennesima potenza; è la vita in extremis”.

Quello che quasi quotidianamente vediamo provenire dalla Siria, Iraq o dall’Ucraina, seppur filtrato dal giornalismo occidentale, e la reazione che ne deriva, sembrerebbero dimostrarlo: chi si indigna e resta scosso dalle immagini del reporter americano decapitato in Iraq dall’ISIS, però, è altrettanto “affascinato” da colui che vorrebbe sterminare ogni integralista musulmano a suon di bombardamenti o da colui che, con mentalità critica e spesso opinabile, vede in questa situazione il risultato di decenni di colonialismo occidentale. Ma la geopolitica, così utile per spiegare certi fenomeni quando a parlarne sono persone dotate della conoscenza di certi meccanicismi, questa volta non c’entra nulla.

La guerra è un fatto sociale e antropologico: che sia un conflitto convenzionale, asimmetrico, tribale o un banale scontro tra ultras di squadre di calcio. Alla luce della biologia moderna possiamo affermare che la nostra natura sanguinaria è inveterata perché l’antagonismo tra gruppi sociali distinti è stato alla base della nostra evoluzione, è stato una delle forze trainanti che ci ha resi come siamo. Nella preistoria la selezione di gruppo, cioè il sacrificare gli interessi personali per un interesse maggiore, più elevato, che riguarda la propria comunità piccola o grande che sia, innalzò gli ominidi che erano diventati carnivori stanziali a picchi di solidarietà, genio e iniziativa… e di paura. Ogni tribù di ominidi sapeva benissimo che se non era armata e non stava in guardia la sua stessa esistenza era in pericolo.

Durante tutto l’arco della storia dell’umanità i maggiori progressi tecnologici si sono avuti nel campo delle arti militari e delle tecnologie belliche (si pensi al balzo tecnologico della seconda guerra mondiale o all’altro balzo, quello dell’uso delle armi da fuoco, durante il XVI secolo). Pensiamo inoltre alla stessa semantica contemporanea: vengono intraprese le “lotte contro le fuoriuscite di petrolio”, la “guerra contro il cancro”, le “battaglie contro la povertà”; anche nel linguaggio corrente dei più pacifisti la terminologia è sempre quella dell’ominide che uccideva i propri simili per difendere il proprio territorio, o per conquistarne altro. Le metodologie sono sempre le stesse dalla notte dei tempi: disumanizzare il nemico; perché una volta che un gruppo è stato smembrato e disumanizzato ogni brutalità perpetrata nei suoi confronti diventa accettabile e viene giustificata.

In Unione Sovietica tra il 1932 e il 1933 furono fatti morire di fame oltre 3 milioni di ucraini e nel 1937/38 furono fucilati più di 600 mila presunti “criminali politici” contrari alla collettivizzazione delle campagne, questo dopo che la propaganda sovietica aveva fatto passare chi rifiutava la collettivizzazione un “kulak”, termine che indica un contadino indipendente possessore di terreni, nell’accezione originale del termine, ma che la propaganda poi assegnò a chiunque aveva dipendenti o possedeva macchine agricole. In tempi recenti in Rwanda la minoranza Tutsi che allora governava il paese fu decimata dalla maggioranza Hutu non solo per cause sociali e storiche (i Tutsi erano stati scelti dall’amministrazione coloniale belga per governare il paese) ma soprattutto per un problema di fondo: il Rwanda era il paese più sovrappopolato dell’Africa. Per una popolazione che cresceva inesorabilmente la terra coltivabile pro capite si assottigliava drammaticamente, quindi la controversia letale nacque dal decidere quale tribù avrebbe posseduto e coltivato la terra (nel 1994, non nel neolitico); e anche qui, ancora una volta, i Tutsi erano definiti scarafaggi dagli Hutu tramite una martellante propaganda. Risultato: 800 mila Tutsi massacrati e 2 milioni di profughi Hutu scappati per timore di una rappresaglia.

Così è sempre stato, sin dai tempi civili di Tucidide quando durante la guerra del Peloponneso gli Ateniesi passarono a fil di spada i Melii rei di non aversi voluto sottomettere. “Degli uomini si sa e negli Dei si crede: ogniqualvolta possono dominare lo fanno. E’ una legge di natura che non siamo stati noi a inventare o ad applicare per primi e se voi foste potenti come noi fareste esattamente lo stesso” dissero gli Ateniesi ai Melii che volevano appellarsi agli Dei per ottenere giustizia. L’uomo da allora non è cambiato, si dirà, ma non è questo il punto, non era cambiato neanche prima di quel tempo; non si creda poi che la guerra e il genocidio siano il frutto di una società in particolare o di una particolare cultura, e non sono stati neanche aberrazioni della storia o della natura umana: guerra e genocidio sono costanti nella storia del genere Homo e non hanno risparmiato alcuna cultura o epoca. Gli archeologi hanno scoperto che i cimiteri di massa (come le nostre fosse comuni) sono comuni sin dai tempi del neolitico e hanno ritrovato strumenti chiaramente atti a offendere. Ancora una volta ci ha pensato la scienza, in questo caso la paleontologia e l’archeologia a dare uno smacco alla tesi rousseauiana del “buon selvaggio”.

Ma non finisce qui: recenti studi (Bowles 2009) affermano che l’attività tribale, e quindi i conflitti, siano ben più antichi del neolitico e potrebbero essere cominciati con la comparsa dell’Homo Habilis (2,4 milioni di anni fa) quando la popolazione carnivora dipendeva in larga misura dalla caccia e dalla necessità di acquisire sempre maggiori spazi per tale attività; addirittura si pensa che sia una questione molto più antica che risale a 6 milioni di anni fa, prima della scissione fra le linee di discendenza che ha portato agli scimpanzé e agli esseri umani odierni. Del resto gli scimpanzé, coi quali condividiamo buona parte del nostro patrimonio genetico, vivono in comunità dove i maschi, periodicamente, attaccano le comunità limitrofe, si coalizzano con altri maschi e utilizzano un’ampia serie di stratagemmi e inganni sia per eludere la gerarchia all’interno del proprio gruppo sia per scacciare le comunità rivali e conquistarne il territorio.

Appare quindi verosimile che il modello di aggressività territoriale che ci accomuna agli scimpanzé sia originato da un lontano progenitore comune. La guerra è stato lo strumento di lotta per la sopravvivenza sin dagli albori della nostra esistenza e ai giorni nostri, in fondo, non siamo così lontani dai nostri progenitori cacciatori/raccoglitori, solo che abbiamo più cibo e territori più vasti a disposizione, ma la lotta per il controllo delle risorse vitali, ora come allora, continua e, su scala globale, si intensifica.

Paolo Mauri

Liberamente tratto da “La conquista sociale della Terra” di E. Wilson

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Paolo Mauri
Nato a Milano, classe 1978. Laurea in Geologia. Dopo aver lavorato qualche anno nel campo della moda nella capitale meneghina, ha deciso di approfondire quella che è sempre stata la sua grande passione, essendo da sempre stato in contatto con gli ambienti militari a più livelli, non da ultimo anche per merito del servizio di leva: l'ars militaria nelle sue varie forme, dalle strategie alle armi. Questa, connessa all'altra sua grande passione per la storia moderna e contemporanea, e unita ai suoi studi geologici, gli ha permesso di occuparsi di geopolitica per Il Primato Nazionale sin dal 2014. Attualmente scrive anche per Tradizione Militare, periodico dell'Associazione Nazionale Ufficiali Provenienti dal Servizio Attivo.

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