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inzaghi Roma, 28 gen – E’ crisi nera in casa Milan dopo la sconfitta subita ieri  sera contro la Lazio, nei quarti di finale di Coppa Italia. Una squadra  irriconoscibile, a tratti imbarazzante, è riuscita a fare peggio di sabato  scorso dove era già stata strapazzata dai biancocelesti dopo una  partita sciatta e condita dall’isterismo di Mexes. Infatti, considerato che la Lazio dopo essere passata in vantaggio con un rigore  trasformato da Biglia al 38’, ha giocato per quasi cinquanta minuti in dieci per l’espulsione di Cana, avvenuta allo scadere del primo tempo, la prestazione di ieri ha messo ancora di più in evidenza tutti i limiti di gioco, la confusione dei calciatori e la scarsa condizione atletica della formazione meneghina.

Cosi, il doppio confronto con la squadra di Pioli che doveva servire ai rossoneri per risollevare la classifica in campionato ma soprattutto ad approdare in semifinale della coppa nazionale considerata, da tutto l’ambiente, la Champions League della stagione, ha invece aperto una voragine a cui sembra difficile porre rimedio. E come avviene sempre in questi casi, iniziano i processi che, da quando è stato inventato questo sport, vedono come unico imputato e responsabile l’allenatore.

A ben vedere però, non sembra essere questo il caso. Filippo Inzaghi appare l’unico assolto dalle critiche degli addetti ai lavori e anche da quelle dei tifosi (emblematico lo striscione apparso ieri in curva che invitava Galliani a cambiare aria). Ma allora di chi sono le responsabilità del fallimento di questo progetto tecnico?

Zvonimir Boban, indimenticato fantasista rossonero, in una recente intervista rilasciata al Corriere della Sera ha dato la risposta più netta a questo interrogativo: ”Inzaghi? E’ solo l’espressione di una società che non c’è più”. Insomma il problema è a monte. E’ in una proprietà che sì gli ha rinnovato la fiducia, ma che forse è stata troppo frettolosa nel sceglierlo dopo aver silurato Seedorf che, dati alla mano, ha fatto meglio anche di Allegri nei pochi mesi in cui è stato sulla panchina la scorsa stagione. E’ Galliani, braccio operativo di questa società, che, quando non impegnato a contrastare l’ascesa della figlia del presidentissimo, non ha saputo, ma più verosimilmente non è stato messo nelle condizioni di, scegliere giocatori adatti preferendo fare operazioni di immagine come il ritorno di Kakà o l’acquisto di Torres.

Che i club italiani, Milan compreso, non possano spendere più cifre astronomiche sul mercato è un dato di fatto appurato da tempo, tuttavia è proprio la mancanza di programmazione e di idee ad inizio stagione il vero fardello che incombe sulla società rossonera. Basti pensare all’incomprensibile scelta di far arrivare Alessio Cerci a gennaio e non in estate quando le squadre si definiscono nei loro assetti tecnici e tattici.

Allo stato dell’arte rimane solo il ricordo del Milan come uno dei club più titolati al mondo e Filippo Inzaghi sembra quasi un neopatentato alla guida di una Ferrari con il motore di una 500. E in queste condizioni se il pilota riesce ad arrivare in fondo alla corsa limitando i danni, ha già compiuto un miracolo.

Alberto Maglio

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