Roma, 30 gen – Vuoi per la stazza, vuoi per il serio pericolo di essere incornati, vuoi per l’efficace deterrente del comportamento gregario, sta di fatto che in natura il bisonte non teme nessun nemico. Anche il lupo – il cui branco potrebbe per la verità abbattere un singolo adulto – preferisce girare alla larga dal più grande animale selvatico ancora presente sul suolo europeo. E all’interno del rettangolo verde poco o nulla hanno potuto anche i più ruvidi difensori dello stivale contro il nostrano Tatanka (appellativo con cui vengono chiamati gli esemplari maschi nella lingua Dakota), al secolo Dario Hubner.

Un attaccante per tutte le categorie

Il centravanti triestino passa la gioventù dividendosi tra il montaggio di infissi e gli allenamenti serali. Il calcio altro non è che un passatempo con cui svagarsi insieme agli amici di sempre, almeno fino a quando il Pievigina, compagine che milita in Interregionale (l’attuale Serie D) lo scopre alla “veneranda” età di vent’anni: la prima vera occasione che Hubner non si fa sfuggire. Le 10 reti siglate valgono infatti la chiamata del Pergocrema, in C2. Stessa categoria che affronta – e vince – con il Fano: Francesco Guidolin inizia a forgiare questo diamante grezzo che nella stagione 1991/92 si laurea capocannoniere della terza serie con 14 centri. E’ il Cesena quindi ad assicurarsi le prestazioni di questo ottimo contropiedista. “Potente e ingobbito” nel lustro bianconero – tra campionato di B e Coppa Italia – sfonda le reti avversarie un’ottantina di volte (i gettoni sono poco più di 170) e nella primavera del ‘96 diventa il miglior marcatore stagionale della cadetteria.

Attenzione a Dario Hubner, attenzione a Dario Hubner!

L’anno successivo i romagnoli retrocedono inaspettatamente in terza serie ma a fine campionato per il loro numero 11 – ormai trentenne – si spalancano finalmente le porte della massima competizione nazionale. Alla prima giornata è Inter-Brescia: il calendario regala a questo operaio del gol (dichiarato tifoso nerazzurro) l’esordio nel miglior salotto pedatorio possibile, quello di San Siro. E’ il 31 agosto 1997 e mentre tutto il resto del mondo cerca di ricostruire le ultime ore di Lady Diana, l’Italia è in fibrillazione per l’esordio di Ronaldo. Ma mentre il Fenomeno predica nel deserto è proprio Hubner – al minuto 73 – a sorprendere il Meazza: addomestica un pallone alto con la coscia, aggira la morbida marcatura di Galante e con il sinistro fulmina l’incolpevole Pagliuca, il quale può solo osservare il missile finire nel sette. Il ghiaccio è definitivamente rotto, anche se l’eroe di giornata sarà l’ancora sconosciuto Recoba, che con un doppio mancino da distanza siderale ribalta il vantaggio bresciano.

Un meritata soddisfazione: il titolo di capocannoniere

Le rondinelle però retrocedono: torneranno in A un biennio più tardi, nel 2000, grazie anche ai 21 centri del bisonte. E’ il 2002 quando Hubner, passato nel frattempo al Piacenza, tocca quota 24 e conquista – a pari merito con il campione d’Italia Trezeguet – lo scettro di re dei gol, raggiungendo Igor Protti nel ristrettissimo circolo di chi ha ottenuto il titolo di capocannoniere in tutte le 3 leghe professionistiche. La carta di identità è giudice severo, la carriera agli sgoccioli: il treno della nazionale ormai passato senza avergli colpevolmente dato la possibilità di salire in carrozza, le grandi che lo cercano ma non lo chiamano. Un ultimo anno di A tra Ancona e Perugia e poi – sempre a suon di reti – Mantova e il dilettantismo lombardo.

L’operaio dell’area di rigore

Secondo Gino Corioni, allora patron biancazzurro, stiamo parlando del “più grande calciatore del nostro Paese, senza grappa e sigarette”. Più realisticamente la dichiarata degustazione del paio di digestivi a settimana e il mai nascosto vizio del fumo hanno semplicemente reso più caratteristico agli occhi degli appassionati questo professionista esemplare per dedizione al lavoro e vita privata. Personaggio mai banale – nonostante abbia giocato con Baggio risponde Filippo Galli alla domanda sul compagno più forte – e dalle idee chiare: “Una volta eravamo undici operai che lavoravano insieme per l’industria squadra, oggi invece mi sembra spesso di vedere undici industrie”. Per Nedo Sonetti il fatto che la serie A lo abbia accolto – calcisticamente parlando – in tarda età, risulta essere “una sconfitta per tutti gli allenatori italiani”. Perché in fondo le sgroppate di Tatanka sono lì a dimostrarci che spesso e volentieri il meglio lo abbiamo già in casa. Talvolta basta aprire gli occhi – mandare al diavolo l’esterofilia – e volerlo cercare.

Marco Battistini

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3 Commenti

  1. io tornerei alle origini,
    quando il calcio italiano poteva schierare mi pare solo uno o due stranieri.
    adesso ci sono squadre in italia e francia che hanno una media colore che sembrano africane o mediorientali…..
    🙁

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