freda

Roma, 28 giu – Franco Freda è un uomo dalle mille vite. C’è la vita in “clausura”, c’è la milizia editoriale, c’è l’avventura politica del disciolto (dal ministero degli Interni) Fronte nazionale. In queste vite, gli è incidentalmente capitato di vedere in anticipo rispetto a tanti suoi contemporanei dinamiche catastrofiche che solo oggi si affermano platealmente in tutta la loro potenzialità devastante. Come ebbe a dirgli un pm in un famoso scambio processuale, “la preveggenza gliela riconosciamo. Infatti è un requisito della pericolosità”. Di tutto questo, Freda ha parlato con il Primato Nazionale.

Perdoni l’esordio scontato, ma il giornalismo subisce la dittatura della “notizia”. Quindi in apertura le chiedo: come ci si sente ad aver previsto da anni l’invasione immigratoria con libri, con azione politica e con attività editoriale (oggi a molti torna in mente Il campo dei santi da lei pubblicato anni fa)?

Impotenti, mortificati nell’aver previsto e predetto senza avere né formato né trasformato uomini e situazioni. Quindi, nessun orgoglio, nessun autocompiacimento, ma orrore nel vedere questa terra, nostra (di noi di oggi, di ieri e dell’altro ieri), invasa e deturpata da sciami di estranei. Attraverso gli scritti apparsi sull’Antibancor, il periodico di studi di economia e finanza curato dal Fronte Nazionale, indovinammo pure che, in consonanza con la rovina del millenario edificio etnico europeo suscitata dalle invasioni allogene, l’oligarchia finanziaria – la consorteria degli ottantacinque bipedi più ricchi del mondo, che dispongono di una ricchezza equivalente a quella di oltre la metà della popolazione mondiale – avrebbe messo a punto un dispositivo di aggressione delle economie dei popoli europei. In altre parole, avevamo indovinato che l’oligarchia finanziaria avrebbe congegnato, e imposto, come contrappeso del sistema di uguaglianza-confusione etnica, un sistema di disuguaglianza esclusivamente economica. La lunga, catastrofica crisi delle economie europee, provocata dallo scoppio della ‘bolla’ finanziaria, dimostra, purtroppo, che il nostro pessimismo era ‘attivo’ e attuale.

Ne La disintegrazione del sistema lei scriveva: “È giunto il momento di terminare di baloccarci col fantoccio ‘Europa’ o di fare i gargarismi colla sua espressione vocale”. Ne I lupi azzurri, invece, lei invitava gli appartenenti al sodalizio del Fronte nazionale a combattere per il bene della comunità, riferendosi “1. alla nostra Nazione; 2. all’Europa; 3. all’universo ‘bianco’ della razza boreale ario-europea”. Da cosa è stato determinato il cambio di prospettiva? E oggi cosa le suscita la parola “Europa”?

Le circonferenze, cioè le soluzioni, nel tempo, sono disegnate a seconda dei problemi che si impongono. Il centro (che non sono certo io, ma le idee in cui mi riconosco e che interpreto), invece, rimane il medesimo. Dagli assalti delle passioni fanatiche, ideologiche del secolo scorso, dalla loro “esmesuranza” che tutto vedeva piccolo, insufficiente, spurio, si è dovuti passare ai contrassalti per difendere il corpo disanimato dell’Europa da una minaccia potenzialmente mortale.

Ha avuto notizia della cosiddetta “ideologia di genere” o “teoria del gender”? Si tratta della tesi secondo la quale insegnare ai bambini a essere maschi e alle bambine a essere femmine significherebbe usar loro violenza e imporre degli stereotipi. Sembra quindi che occorra dare ai pargoli giocattoli “neutri” e lasciare loro massima “libertà”. Qual è la sua opinione su questo fenomeno?

Ho tre figli maschi: prima di compiere un anno tutti e tre avevano cominciato a idolatrare, marinettianamente, il rombo dei motori. Questa cosiddetta teoria è un espediente per camuffare la secolare prepotenza dei sedicenti deboli. Attenzione, sempre, ai sedicenti deboli! Pochi sanno essere maligni e ‘senza cuore’ quanto i lacerati dal risentimento verso la potenza dei forti. Che, invece, sono magnanimi naturaliter, senza bisogno che glielo impongano maestre, leggi e codicilli.

Proprio in questi giorni lei sta pubblicando il Diario di guerra di Benito Mussolini, riferito al primo conflitto mondiale. L’Italia ha celebrato il centenario della Grande guerra alla chetichella, o tutt’al più ricordando “l’inutile strage”. Perché non sappiamo più pensare la guerra? Forse perché non sappiamo più farla?

Concordo completamente con la sua domanda-risposta. Però aggiungerei altre minuscole risposte complementari. Prima di non saper fare la guerra, noi non vogliamo fare la guerra. Le vicende del re fellone e delle truppe badogliane dopo l’otto settembre (la vergogna assoluta!) ce lo ricordino. All’origine di questa non-volontà c’è il disconoscimento isterico dell’eracliteo “Polemos panton pater” e dell’affermazione di Spengler per cui “All’origine era la guerra” (altro che il “logos”, altro che l’“azione”!).

Un recente libro di Francesco Germinario (Tradizione, mito, storia) esamina il suo pensiero accanto a quello di Adriano Romualdi e Giorgio Locchi. Le è piaciuto il libro (se lo ha letto)? Come si trova in compagnia di questi due nomi?

Ho letto le acute notazioni dell’autore sul pensiero di Adriano Romualdi e di Giorgio Locchi. Non ho considerato le sue opinioni su di me. Non perché non le rispetti, ma proprio perché le rispetto.

Il 21 maggio 2013, lo storico francese Dominique Venner, ex soldato ed ex attivista nazionalista, si è dato la morte a Notre Dame come gesto “di protesta e di fondazione” contro la decadenza dell’Europa. Che impressione le ha suscitato quel gesto?

Ho sempre ammirato chi abbia il coraggio di darsi la libera morte e mi sono sempre rifiutato di scrutarne i motivi soggettivi o le ragioni oggettive convertite in impulsi individuali. La scelta di Venner ha, in sé, la grandezza dell’opera d’arte, come l’hanno avuta quelle affini di un Mishima o di un Drieu – o di un Michelstaedter, o anche di un Luigi Tenco. Ma la temperatura meschina di oggi è riuscita a degradare la grande passione in un gesto patetico. Alla base, la solita invidia di chi il coraggio non ce l’ha e non vuole che nessun altro lo abbia.

Da tempo lei ha intrapreso la ri-traduzione delle opere di Nietzsche. Come si concilia questa sua passione filosofica con quella per Platone?

Nietzsche e Platone sono due tra i più valenti apologeti di ciò che è aristocratico: di bellezza, coraggio, forza, salute, genio, stile, magnanimità. Hanno avuto la lucidità di riconoscere le diseguaglianze, di smascherare le menzogne, di opporsi alle retoriche e alle propagande qualunquistiche in modo perfettamente coincidente. A me, politico, questo interessa. Il resto – il loro dissidio – lo lascio ai giochi di prestigio degli accademici.

Recentemente la sua casa editrice ha ripubblicato Dietro le linee, di Hiroo Onoda, soldato dell’Impero del Sol Levante che non ha deposto le armi per trent’anni mentre intorno a sé la guerra finiva. Quanto c’è di lei in questa figura?

Domine, non sum dignus… I modelli non devono tentarci all’identificazione, ma mostrarci la strada per fare anche solo un passo verso un nostro miglioramento. E passo dopo passo (tra Onoda, Attilio Regolo, Giuliano imperatore), sguardo dopo sguardo (di qua le cime himalayane di Nikolaj Roerich, di là un incrocio di linee incarnate nei corpi degli atleti di Leni Riefensthal o la vertigine aumana dell’arte astratta), avventura dopo avventura (tra i guerrieri celti o della Langobardia, le scorrerie del barone von Ungern, i panzer di Berlino), splendore dopo splendore (sulle tracce di un illuminato buddista, di un aristocrate del Celeste Impero, di un bushi del Giappone eroico), si impara a disertare con onore la piccolezza di questo presente. E più cresce il numero di chi va per questa via più è realizzato il miracolo della “grande politica”. Ma solo alla fortuna è decente chiedere con-forto.

Adriano Scianca

Commenti

commenti

LASCIA UN COMMENTO

Please enter your comment!
Please enter your name here

nove + 6 =