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La sequenza del lancio del missile avvenuto questo sabato (foto Yonhap)

Pyongyang, 15 mag – La Corea del Nord nella notte tra sabato e domenica ha effettuato con successo un lancio di un missile balistico a raggio intermedio (IRBM) chiamato “Hwasong 12”. Il missile, secondo il Norad, ha viaggiato per 787 km andando a impattare nel Mar del Giappone e raggiungendo un apogeo di 2111 km e molto probabilmente si tratta di un KN-08 Block II (o KN-14)  migliorato (più grande) a giudicare dalle foto del lancio rilasciate da Pyongyang. Il test missilistico è stato un successo e secondo molti analisti, compreso chi scrive, rappresenta il primo vero passo avanti verso il raggiungimento della capacità di Pyongyang di dotarsi di un vero e proprio missile balistico intercontinentale (ICBM): il missile lanciato sabato, infatti, può avere la capacità di vedere aumentata la sua gittata in caso venisse trasformato in multistadio con separazione delle camere di combustione, ma per il momento questo obiettivo è ancora lontano da raggiungere, anche considerando il fatto che il missile è dotato ancora di combustibile liquido, più difficoltoso da gestire per la sua pericolosità e meno performante rispetto ad un combustibile solido di cui sono dotati i moderni ICBM delle potenze nucleari.

Tralasciando la propaganda di Pyongyang che afferma che il missile, lanciato sabato poco a nord della capitale, possa avere la capacità di portare una carica atomica sul territorio americano (il missile se avesse compiuto la traiettoria massima avrebbe raggiunto i 4500 km, quindi avrebbe potuto colpire solo Guam non raggiungendo nemmeno l’Alaska) quello che ci preme far notare è come la Corea del Nord abbia a tutti gli effetti intrapreso quella che definiamo una “diplomazia dei missili”, una sorta di riedizione in chiave minore della diplomazia della cannoniere. Il lancio di sabato infatti non è per nulla casuale: è avvenuto a poche ore dalla richiesta formale del governo di Pyongyang presso le Nazioni Unite di riconsiderare l’inasprimento sanzioni verso la Corea del Nord. La legazione nordcoreana presso il Palazzo di Vetro inoltre, a corollario della richiesta all’Onu, ha rilasciato un comunicato stampa dove ha accusato gli Stati Uniti di cercare di intimidire i Paesi attraverso il sistema delle sanzioni Onu “apertamente minacciando che si troveranno ad affrontare ‘forti misure sanzionatorie’ da parte degli Usa”.

Il missile KN-08 Block II su TEL a 8 assi come visto durante la recente parata a Pyongyang (disegno GS)

Va inoltre aggiunto che il lancio capitava anche nel momento dell’insediamento ufficiale del nuovo Presidente della Corea del Sud, Moon Jae-in, che tra poche ore riceverà la visita ufficiale di una delegazione Usa guidata da Matt Pottinger, senior director per l’Asia Orientale al National Security Council (NSC), insieme ad Allison Hooker, direttore dell’ufficio per la Corea sempre presso l’NSC. Uno strumento di pressione, quindi, per cercare di allentare la morsa della sanzioni, ratificate anche dalla Cina che ha elevato l’embargo verso il carbone nordcoreano e ha chiuso i voli per Pyongyang, che attanagliano da anni il Paese, che vive in una vera a propria mobilitazione militare permanente. Questa politica di pressione internazionale per cercare di strappare condizioni più favorevoli al tavolo delle trattative internazionali ha sempre caratterizzato l’atteggiamento della Corea del Nord, ma ora, grazie agli sforzi per dotarsi di un arsenale missilistico a lungo raggio efficace e grazie ai progressi nel campo della ricerca atomica, acquista tutto un altro rilievo, in quanto la minaccia potenziale di un attacco atomico sul territorio metropolitano americano (dall’Alaska alle Hawaii passando per la costa occidentale) colpisce molto di più l’opinione pubblica americana rispetto alla minaccia, molto più reale, di un attacco chimico o biologico sulle basi giapponesi, coreane, filippine o alle Marianne. Il sistema di difesa antimissile THAAD è stato dispiegato in Corea del Sud proprio per essere integrato nel sistema difensivo di tutta l’area nippo-coreana che già dispone del sistema Aegis e Patriot, a garanzia di protezione non solo degli alleati, ma soprattutto delle basi americane.

La situazione quindi, nonostante i recenti spiragli di apertura al dialogo che vengono sia da Washington che da Pyongyang e Pechino, il vero attore principale della querelle, resta comunque molto tesa per le numerose variabili in gioco, non ultima quella del fattore umano che rappresenta sempre la vera incognita in ogni tentativo di analisi geostrategica. Già in passato la tensione ha subito dei parossismi con veri e propri scontri navali tra le Marine delle due coree o scambi di colpi di artiglieria a ridosso del 38 parallelo, sempre però mediati e ridimensionati nel giro di breve tempo, ma quando si è davanti ad un’escalation militare da entrambe le parti, il rischio di una degenerazione della situazione è sempre presente: da un lato gli Usa mostrano i muscoli per recuperare il terreno perduto sotto l’amministrazione Obama, che ha sostanzialmente abbandonato quel delicato teatro ai giocatori locali (Giappone soprattutto), dall’altro la Corea del Nord, militarmente aiutata dalla Cina, ha dimostrato la sua accresciuta capacità missilistica con una serie di lanci mai vista prima nella sua storia, e non è escluso che a breve, se la morsa delle sanzioni internazionali non verrà allentata, possa effettuare un altro test atomico.

Abbiamo quindi diversi giocatori che stanno giocando una partita con un linguaggio diverso dalla solita diplomazia fatta di comunicati stampa e dichiarazioni all’Onu: in estremo oriente Trump, Kim Jong-un e Xi Jinping si stanno parlando prima di tutto con dimostrazioni più o meno grandi di forza non evitando però di mantenere aperti i classici canali diplomatici internazionali come sempre infarciti di retorica e propaganda come vogliono le regole della politica. Come sempre accade in caso di crisi internazionale quello che conta per capire davvero le intenzioni di un Paese è guardare ai movimenti delle sue forze armate, e guardando a quanto sta avvenendo da questo punto di vista in Estremo Oriente possiamo dire che la situazione resta tesa ma che sul tavolo ci sono ancora tutte le possibilità per risolverla, e non solo sul piano militare. Il problema, come già dicevamo, è che la Storia non è sempre una storia di attori razionali che prendono decisioni razionali, e che quando esistono notevoli differenze culturali tra questi attori (come tra Cina e Usa ad esempio) spesso è difficile interpretare certi segnali e soprattutto capire le reali intenzioni.

Paolo Mauri

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