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Il bianco sole dei vinti: il Sud di Venner è l’anima Europea assediata dall’Occidente

by Sergio Filacchioni
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Venner

Roma, 21 mag – Il bianco sole dei vinti di Dominique Venner può essere letto come un libro sulla Guerra di Secessione americana, sulla Confederazione e i suoi condottieri, sulle grandi battaglie e i conflitti politici. Sarebbe una lettura corretta, appassionante, ma ancora troppo stretta. Venner racconta il Sud non perché sia un amante delle “cause perse”, ma perché vede in quel Sud qualcosa che supera la storia degli Stati Uniti: la prima parte d’Europa sconfitta dall’Occidente americano. Prima di imporre il proprio Occidente al mondo, l’America dovette sconfiggere l’Europa che portava ancora dentro di sé. E quell’Europa era il Sud.

La Confederazione sudista, nella lettura di Venner, rappresenta l’ultimo grande avamposto di un’America ancora europea: agraria, classica, comunitaria, legata alla terra, alla famiglia, all’autonomia locale, al codice dell’onore, alla figura del cittadino-soldato. Di fronte a essa avanzava l’altra America, quella destinata a diventare il volto politico del Novecento, l’Occidente per antonomasia: industriale, finanziaria, puritana, centralizzatrice, moralmente universalista e materialmente illimitata. La Guerra di Secessione assume così un significato più profondo della semplice frattura tra Nord abolizionista e Sud schiavista. Diventa il primo atto della nascita dell’Occidente americano.

Venner racconta l’epopea Confederata come una storia europea

Europa e Occidente, infatti, coincidono soltanto nella propaganda contemporanea. L’Europa storica è una civiltà del limite: limes, confini, popoli, lingue, forme politiche diverse, equilibri tra potenze, radicamento nella terra, Mediterraneo come mare fra le terre. L’Occidente americano nasce invece come spazio dell’illimitato: oceano, espansione, missione, mercato, mobilitazione, pretesa universale. Carl Schmitt lo aveva visto con lucidità nel Nomos della Terra: con la dottrina Monroe gli Stati Uniti trasformano l’Occidente in una categoria politica nuova. All’inizio essa riguarda il grande spazio panamericano, sottratto all’intervento europeo; poi si dilata fino a diventare giustificazione planetaria dell’egemonia statunitense. L’Europa perde il centro della storia. L’America eredita il linguaggio europeo, lo universalizza, lo arma, lo rivolge contro il mondo e, infine, contro l’Europa stessa. In questo quadro, la Guerra di Secessione smette di essere una vicenda interna alla giovane repubblica americana. Il Nord non vince soltanto contro il Sud. Vince l’America destinata a diventare potenza oceanica, continentale e imperiale. Vince l’America delle fabbriche, delle banche, delle ferrovie, della stampa, della mobilitazione di massa, dello Stato federale. Vince l’America che parla il linguaggio della libertà e del progresso mentre prepara la propria vocazione planetaria. Dietro Lincoln si intravede già Wilson. Dietro Gettysburg si prepara l’America delle guerre mondiali, di Hiroshima e Nagasaki, della Nato, delle basi militari, dei diritti umani come diritto di conquista, dell’Occidente ridotto a ologramma di Washington.

La guerra civile americana sancisce la nascita dell’Occidente

Il Sud venne sconfitto perché rappresentava un ostacolo interno a questa traiettoria. La sua esistenza impediva agli Stati Uniti di compiere fino in fondo la propria metamorfosi. Troppo locale, troppo aristocratico, troppo rurale, troppo legato agli Stati, troppo diffidente verso il denaro astratto, troppo vicino a un’idea europea della libertà come appartenenza concreta e non come emancipazione infinita dell’individuo. Il Sud viveva ancora dentro una forma politica del limite, mentre l’America che avrebbe dominato il secolo successivo aveva bisogno di spezzare ogni limite. La Confederazione fu dunque il primo nemico interno dell’Occidente americano. Questo spiega perché Venner non cada mai nella semplice oleografia sudista. Il suo Sud non è una cartolina per nostalgici di Via col vento. È una civiltà contraddittoria, segnata da una colpa storica enorme, attraversata da rapporti sociali che la modernità avrebbe comunque messo sotto accusa. Proprio qui sta però la grandezza tragica della sua lettura: una causa può essere storicamente impura e, nello stesso tempo, custodire una verità che i vincitori vogliono cancellare. La schiavitù resta il nodo morale decisivo, ma non esaurisce il significato della guerra. Ridurre tutto alla formula scolastica del Nord liberatore contro il Sud schiavista significa accettare senza residui il racconto dei vincitori, cioè il racconto dell’Occidente americano su se stesso.

L’America “europea”, da Jefferson a Pound

Venner guarda invece alla forma del Sud: la terra come radice, la proprietà come responsabilità, la famiglia come continuità, la comunità locale come orizzonte politico reale, la milizia come espressione del cittadino armato, l’onore come misura dell’uomo. Qui si comprende anche quel legame, di cui vi abbiamo già parlato, con l’America “europea” di Jefferson, Pound e Faulkner. Jefferson aveva immaginato una repubblica agraria, nutrita di classicità, diffidente verso la speculazione finanziaria, fondata sulla virtù civica del proprietario libero. Pound vide in quell’America una possibilità mancata: la prosecuzione oltre Atlantico di ciò che l’Europa stava perdendo – e che nella sua visione avrebbe potuto riconquistare grazie al Fascismo. Faulkner, figlio del Mississippi, ne custodì invece il lutto, perché nel Sud il passato non passa mai proprio in quanto sconfitto. Venner raccoglie questa intuizione e la porta sul piano politico: il Sud è una parte europea che muore. Da qui nasce l’attualità bruciante del libro. Non perché gli Stati Uniti sembrino sempre a un passo da una nuova guerra civile, ma perché oggi il Sud arriva a identificare il nostro stesso “noi”. Sono gli europei, oggi, a trovarsi nella condizione del popolo che rischia di diventare minoranza nella propria terra. Sono gli europei i nativi dell’unica civiltà a cui viene negato il diritto di dirsi nativa. Sono gli europei a sentirsi spiegare che la loro identità è sospetta, la loro memoria oppressiva, la loro continuità demografica pericolosa, la loro difesa di sé moralmente inammissibile. Ogni popolo può rivendicare radici, confini, memoria, orgoglio, permanenza. Agli europei è stato imposto di diventare “occidentali”, cioè astratti, mobili, colpevoli, intercambiabili, disponibili a essere minoranza in casa propria pur di restare fedeli al dogma dell’apertura infinita.

L’inverno demografico rende questa crisi molto più concreta di qualsiasi letteratura. Una civiltà che non genera più il proprio futuro entra già, di fatto, nella condizione dei vinti. A questa guerra aperta dell’Occidente contro l’Europa, ovvero alla perpetua riproposizione della guerra dell’Unione contro il Sud, si aggiunge una resa spirituale interna. La decolonizzazione è stata un processo storico preciso, legato alla fine degli imperi europei e alla nascita di nuovi Stati; la sua trasformazione ideologica in anti-europeismo permanente ha prodotto una religione civile dell’autodenigrazione. L’Europa viene chiamata a rispondere non soltanto delle proprie colpe, dei propri errori, delle proprie violenze storiche, ma della propria esistenza in quanto tale. Il giudizio non riguarda più la politica degli imperi, ma la legittimità stessa dell’homo europaeus, nella sua totalità storico-antropologica e culturale.

L’Europa ha un nemico interiore

Questo è il cuore dell’etno-masochismo contemporaneo: l’interiorizzazione del punto di vista del nemico. Le classi dirigenti europee hanno accettato l’idea che l’Europa debba esistere soltanto come spazio aperto, come mercato, come piattaforma umanitaria, come provincia morale dell’Occidente americano. Hanno accettato che il radicamento degli altri sia cultura e il nostro sia esclusione. Hanno accettato che la difesa degli altri sia autodeterminazione e la nostra sia xenofobia. Hanno accettato che ogni popolo possa avere una memoria ferita, tranne il popolo europeo, costretto a vivere in stato permanente di abiura. In questa luce, dalla Confederazione alla Rhodesia, le patrie perdute dei bianchi europei compongono una geografia dolorosa di frontiere cadute, comunità spezzate e mondi scomparsi, forse per sempre. Venner ha compreso questa legge con lucidità spietata, ed è giusto ribadirlo: il suo interesse per i vinti non nasceva dal gusto romantico della sconfitta, ma dalla consapevolezza che nei vinti resta spesso custodita la verità che i vincitori hanno bisogno di seppellire. I vinti mostrano ciò che la storia ufficiale rimuove: il prezzo del progresso, la violenza dell’universalismo, la menzogna morale dell’egualitarismo. La “gloriosa” Unione ne è già l’immagine perfetta: abolisce la schiavitù in nome dell’umanità e consegna il secolo successivo alla segregazione razziale, al moralismo puritano, all’olocausto nucleare, all’interventismo imperialista. In quella frattura si vede la bugia originaria dell’Occidente: proclamare principi universali per costruire il dominio spregiudicato del capitalismo finanziario. Per questo Il bianco sole dei vinti non è soltanto un libro sulla Confederazione, ma un libro sull’Europa davanti alla possibilità della propria estinzione storica.

Venner e il tragico ottimismo della fedeltà

Il suicidio di Venner a Notre Dame è stato la testimonianza suprema di questa visione. Nel cuore simbolico di una cristianità occidentale secolarizzata e profanata, egli ha compiuto un gesto capace di risvegliarci dall’anestesia. Molti lo hanno interpretato come disperazione. In realtà, quello di Venner resta un atto di accusa feroce contro un’Europa incapace di nominare il proprio pericolo, incapace di riconoscersi come civiltà, incapace di reagire alla propria trasformazione in periferia demografica e spirituale. Resta però anche un atto di profonda speranza e lucidità: “Credo nelle qualità uniche degli europei, che sono temporaneamente in letargo. Credo nella loro individualità attiva, nella loro inventiva e nel risveglio della loro energia”. Perché Venner, nel raccontare il Sud, non si limita a rimpiangere una patria perduta: palpita con i suoi eroi per strapparli alla polvere degli archivi e consegnarli alla memoria di un popolo che ancora deve venire e che possa riconoscerli come suoi. Un popolo europeo. Robert E. Lee, Stonewall Jackson, Jeb Stuart, Jefferson Davis; i soldati confederati scalzi, affamati, male armati eppure capaci di resistere alla più grande macchina materiale del loro tempo: tutte queste figure diventano, nella prosa di Venner, qualcosa di più di personaggi storici. Sono archetipi della fedeltà a noi stessi.

Sergio Filacchioni

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