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Come l’America sconfisse il comunismo e salvò il marxismo: una rilettura dei documenti della Cia

by Sergio Filacchioni
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comunismo Cia

Roma, 29 lug – Nel dicembre del 1985 la Cia dedicò un rapporto riservato a un fenomeno che, sulla carta, sembrava riguardare soltanto le università e le pagine culturali dei giornali: la «defezione degli intellettuali di sinistra» francesi. Il marxismo non era più il linguaggio obbligatorio dell’intelligenza nazionale, il Partito comunista aveva perduto parte della propria autorità morale e l’Unione Sovietica non poteva più contare sull’indulgenza quasi automatica di cui aveva goduto nel dopoguerra. Per Washington non era una curiosità accademica. La crisi del marxismo modificava il campo nel quale si decidevano l’immagine degli Stati Uniti, il rapporto con la Nato, il neutralismo europeo e la politica verso Mosca.

Il rapporto del 1985, però, acquista un altro significato quando viene letto insieme a La guerra fredda culturale di Frances Stonor Saunders. La Cia non si limitava a osservare le trasformazioni dell’intellettualità europea: per decenni aveva lavorato affinché quelle trasformazioni prendessero una direzione compatibile con gli interessi americani. Non si trattava soltanto di strappare scrittori e filosofi all’influenza comunista. Occorreva anche impedire che la crisi del marxismo restituisse spazio a un anticomunismo nazionale, identitario o apertamente ostile all’americanizzazione dell’Europa. In altre parole, gli Stati Uniti dovevano combattere contemporaneamente due battaglie. La prima contro il comunismo sovietico. La seconda contro la possibilità che l’anticomunismo tornasse a essere occupato dalle forze sconfitte nel 1945 o da nuove correnti europee capaci di contestare tanto Mosca quanto Washington. La soluzione fu costruire un anticomunismo legittimo, antifascista, democratico e progressista, nel quale la difesa della libertà finisse per coincidere con l’integrazione atlantica.

La guerra culturale della Cia: dalla denazificazione alla sinistra non comunista

Il laboratorio iniziale di questa vasta operazione non poteva che essere la Germania occupata, con una parola che oggi suona ancora attuale: «Denazificare!». Saunders ricostruisce il lavoro degli apparati americani nella stampa, nella radio, nel teatro, nella musica e nell’editoria. Michael Josselson, futuro organizzatore del Congress for Cultural Freedom, e Nicolas Nabokov furono impiegati nella selezione del personale culturale tedesco. Gli artisti dovevano essere autorizzati a esercitare, i programmi dei concerti controllati e le manifestazioni suscettibili di trasformarsi in espressioni nazionaliste impedite. Il compito assegnato a Nabokov era esplicito: utilizzare le armi culturali per distruggere il nazismo e promuovere una Germania democratica. Non bastava eliminare i simboli del regime sconfitto. Occorreva produrre una «rieducazione» politica e spirituale, dimostrare la superiorità della cultura americana e inserire la Germania occidentale in una nuova comunità euro-atlantica. Le biblioteche, i teatri e le sale da concerto diventavano così luoghi di ricostruzione ideologica.

Questa denazificazione non fu tuttavia lineare né priva di compromessi. Gli stessi apparati che epuravano giornalisti e musicisti riabilitarono figure coinvolte con il Terzo Reich quando apparivano utili nella competizione con Mosca. Wilhelm Furtwängler venne recuperato anche per evitare che passasse nel campo culturale sovietico; Herbert von Karajan ed Elisabeth Schwarzkopf tornarono rapidamente al centro della vita musicale nonostante il loro passato. La contraddizione è soltanto apparente. L’obiettivo americano non era applicare una pura giustizia retroattiva, ma amministrare il campo culturale europeo con qualità ed eccellenza. Il personale del vecchio mondo poteva essere riutilizzato, purché non ricostruisse una forza politica autonoma e venisse inserito nel nuovo dispositivo occidentale. Il problema non era soltanto il passato fascista dei singoli, ma la possibilità che cultura, nazione e anticomunismo tornassero a saldarsi fuori dal controllo atlantico.

La democrazia liberale difesa dagli ex comunisti

È qui che entra in scena la strategia più raffinata e più gravida di conseguenze per il nostro presente: la promozione della cosiddetta Non-Communist Left, la sinistra non comunista. Arthur Schlesinger la definì la forza più efficace contro il totalitarismo e, attraverso The Vital Center, le fornì una dottrina. La democrazia occidentale non doveva essere difesa dalla vecchia destra, ma da socialisti democratici, liberali progressisti ed ex comunisti che avevano rotto con Stalin senza rinunciare al linguaggio dell’emancipazione. Per la Cia questa impostazione divenne la base teorica delle operazioni politiche contro il comunismo per quasi vent’anni. E non era una scelta marginale: un anticomunismo proveniente dalla destra sarebbe stato facilmente presentato come restaurazione, reazione sociale o recrudescenza fascista. Quello pronunciato da un ex rivoluzionario, da un socialista o da un resistente possedeva invece una legittimità incomparabilmente superiore. Il volume emblematico di questa stagione fu senz’altro Il dio che è fallito di Ignazio Silone, curato da Richard Crossman e animato da Arthur Koestler. Le testimonianze di André Gide, Ignazio Silone, Louis Fischer, Stephen Spender e degli altri apostati non confutavano il comunismo dall’esterno: raccontavano una conversione, una fede e infine il tradimento di quella fede. L’ex comunista poteva raggiungere un pubblico sul quale il conservatore tradizionale non aveva presa. Non chiedeva di tornare al mondo precedente la rivoluzione, ma di salvare dalla rivoluzione fallita le promesse di libertà e giustizia.

Accanto a quel libro si affermarono 1984 di George Orwell, Buio a mezzogiorno di Koestler, Ritorno dall’Urss di Gide e gli scritti di Silone. Erano opere diverse, spesso nate da convinzioni autentiche e non da ordini ricevuti. Ma la loro diffusione venne favorita perché permetteva di costruire una precisa equivalenza morale: l’opposizione al comunismo non era la continuazione del fascismo, bensì il proseguimento dell’antifascismo contro una nuova forma di totalitarismo. La battaglia decisiva si giocava dunque sulla genealogia dell’anticomunismo. Washington doveva impedire che esso apparisse come la rivincita degli sconfitti del 1945. Doveva presentarlo come una seconda Resistenza.

L’anticomunismo più efficace fu quello dei fuoriusciti

Il Congress for Cultural Freedom, fondato a Berlino nel 1950 e finanziato segretamente dalla Cia, fu lo strumento centrale di questa operazione. Riunì filosofi, scrittori, musicisti, sindacalisti e giornalisti; organizzò conferenze internazionali, sostenne riviste, premiò artisti e costruì una rete presente in trentacinque Paesi. Al suo apice pubblicava più di venti riviste prestigiose, organizzava mostre, concerti e convegni, disponeva di servizi editoriali e distribuiva borse e riconoscimenti. Non era un’appendice ornamentale della politica americana: fu uno dei maggiori sistemi di committenza culturale del Novecento. Thomas Braden, responsabile delle attività culturali della Cia, avrebbe ricordato con soddisfazione che una tournée della Boston Symphony Orchestra poteva guadagnare agli Stati Uniti più prestigio di cento discorsi di Eisenhower o John Foster Dulles. La formula sintetizzava l’intera strategia: l’egemonia è tanto più efficace quanto meno appare come propaganda. Un concerto, un romanzo o una rivista potevano produrre adesione senza esigere una dichiarazione politica esplicita.
La scelta dei protagonisti dice molto. Fra i presidenti onorari figurava Benedetto Croce, conservatore e monarchico, ma soprattutto riconosciuto come padre morale dell’antifascismo italiano e oppositore di Mussolini. La sua presenza permetteva di presentare il fronte anticomunista non come un ritorno della destra autoritaria, ma come una prosecuzione della lotta per la libertà iniziata contro il fascismo. Al contrario, figure come James Burnham e persino Melvin Lasky, troppo aggressive e identificabili con una crociata anticomunista esplicita, dovevano essere tenute in secondo piano. Frank Wisner temeva che la loro esposizione fornisse argomenti alla propaganda comunista. Burnham partecipava all’elaborazione strategica, ma il volto pubblico più efficace doveva essere quello di Croce, Silone, Aron, Schlesinger, Russell o degli ex marxisti.

Il congresso di Berlino mostrò immediatamente la tensione fra queste anime. Koestler voleva trasformare l’intellettualità occidentale in una vera Kampfgruppe contro il comunismo. Burnham distingueva provocatoriamente fra le bombe atomiche sovietiche, strumenti di tirannia, e quelle americane, considerate garanzia della libertà europea. Altri partecipanti temevano invece che il movimento assumesse i caratteri di una mobilitazione fanatica. Il resoconto di Hugh Trevor-Roper arrivò a paragonare l’atmosfera a quella di una manifestazione nazista, provocando il temporaneo allontanamento di Bertrand Russell. La Cia, in ogni caso, comprese che l’anticomunismo più efficace non poteva sembrare una crociata americana. Doveva apparire come il risultato spontaneo della coscienza europea, preferibilmente espresso da uomini con un passato socialista, antifascista o resistenziale.

Dalla cultura ai media e i partiti

Le riviste del Congresso tradussero questa intuizione in un lavoro quotidiano. Der Monat, diretta da Lasky nella Germania occidentale, doveva conquistare le classi colte e costruire un ponte fra cultura tedesca e democrazia americana. Non nascondeva, nei documenti interni, la propria funzione: sostenere gli obiettivi generali della politica statunitense in Europa. In Francia nacque Preuves. Saunders la descrive come una rivista finalizzata alla formazione di un consenso atlantista, antineutralista e favorevole agli Stati Uniti. Il vero bersaglio non erano i comunisti già disciplinati dal partito, né tantomeno la destra tradizionale. Erano Sartre, Simone de Beauvoir e il pubblico della Rive gauche. Occorreva attirare i loro lettori verso un territorio più moderato, spostare il confine della rispettabilità senza dare l’impressione di obbedire a Washington. Per la direzione della rivista vennero cercate personalità della statura di Raymond Aron o Albert Camus: uomini capaci di contestare il marxismo senza poter essere liquidati come nostalgici del fascismo. Sartre costituiva un problema non perché detenesse incarichi istituzionali, ma perché disponeva della facoltà di trasformare un giudizio filosofico in un fatto politico. Il suo prestigio, il rapporto con i movimenti anticoloniali, le denunce dell’imperialismo americano e la capacità di orientare una parte della stampa francese dimostravano quanto potesse pesare un singolo intellettuale inserito in una rete di giornali, editori e relazioni. Il rapporto del 1985 nasce anche dalla memoria di questo potere: la Cia non studiava Foucault, Lacan o Barthes per passione teorica, ma perché riteneva che le categorie prodotte nelle università e nei caffè parigini potessero, attraverso media e partiti, diventare politica estera.

In Italia il problema era ancora più evidente. Gli organizzatori americani rilevavano che molti intellettuali, come Alberto Moravia, temevano il neofascismo più del comunismo. Non sarebbe stato possibile conquistarli attraverso un anticomunismo di destra. Serviva un’azione «lenta, indiretta, diversificata ed estremamente discreta». L’Associazione italiana per la libertà della cultura venne quindi affidata a Ignazio Silone e alimentò una federazione di circoli, conferenze, pubblicazioni e iniziative da cui nacque anche Tempo Presente, diretto da Silone e Nicola Chiaromonte. Il linguaggio era socialista, libertario e internazionalista; la direzione politica, però, conduceva l’intellettualità italiana lontano dal Pci e dentro l’Occidente, almeno fino a quando non fu il Pci stesso a seguire quella traiettoria.

Il marxismo dei caffè parigini contro il comunismo dei gulag

Il rapporto del 1985 mostra una particolare predilezione per le storie di conversione. Gli intellettuali più efficaci nel demolire il marxismo non erano, agli occhi degli analisti, quelli che lo avevano sempre combattuto, ma coloro che erano partiti come credenti e avevano finito per respingere la tradizione alla quale appartenevano. È il modello dell’apostata, già sperimentato con Koestler, Silone e Gide, che ritorna con i Nouveaux Philosophes. André Glucksmann e Bernard-Henri Lévy non parlavano dalla vecchia destra: provenivano dal Sessantotto, dal maoismo, dall’École normale supérieure e dal cuore dell’ambiente radicale. Potevano quindi presentare l’abbandono del marxismo non come una resa, ma come il risultato di una maturazione morale. Qui la conversione individuale finiva per sovrapporsi a una precisa filosofia della storia. L’ex rivoluzionario raccontava la propria esperienza come il passaggio dall’illusione giovanile alla consapevolezza adulta; parallelamente, l’Occidente veniva invitato a considerare il socialismo come una speranza appartenente all’adolescenza del Novecento. La vittoria politica della controrivoluzione poteva così essere narrata come il naturale avanzamento della ragione. Non era stato un determinato equilibrio di forze a sconfiggere un progetto storico: era la Storia stessa a essere «cresciuta».

Questa narrazione aveva un’efficacia particolare sulle nuove generazioni. Non confutava soltanto una dottrina: delegittimava in anticipo qualsiasi nuova mobilitazione radicale, classificandola come ripetizione di errori già superati. La sconfitta diventava saggezza, la rinuncia maturità, l’integrazione nel sistema realismo. Questo, a scanso di equivoci, non significa che le denunce dei gulag o del totalitarismo fossero false, né che fossero falsi i carri armati su Praga e Budapest, né che fossero soltanto propaganda gli orrori commessi dall’Armata Rossa durante la sua “liberazione” dell’Europa orientale. Molta sinistra ha coltivato nel tempo una sindrome da complotto, senza guardare dentro il proprio perimetro politico e morale. Significa però che la loro selezione e organizzazione in un racconto potevano produrre conseguenze politiche ulteriori: rendere ogni trasformazione generale sospetta, ogni progetto collettivo potenzialmente concentrazionario e ogni critica dell’ordine liberale il primo passo verso una nuova tirannide. Un meccanismo sofisticato che conosciamo bene con il termine di reductio ad Hitlerum.

Valutare le teorie in base agli effetti che producono sulla politica

La parte più sottile del documento, tuttavia, non riguarda né Lévy né Glucksmann. Gli analisti ritenevano ancora più efficace il lavoro compiuto dagli studiosi che avevano cominciato applicando il marxismo alle scienze umane e avevano finito per disgregarne le categorie dall’interno. La Cia attribuiva un ruolo fondamentale alla scuola delle Annales, allo strutturalismo, a Claude Lévi-Strauss e a Michel Foucault. Il giudizio non implica che questi autori fossero agenti americani, liberali o consapevoli partecipanti a un piano. Indica qualcosa di più interessante e meno semplicistico: gli apparati statunitensi valutavano le teorie in base agli effetti che potevano produrre sul campo politico, anche quando i loro autori rimanevano personalmente di sinistra. Le Annales avevano sostituito la storia lineare degli eventi e delle rivoluzioni con la lunga durata, le strutture geografiche, le mentalità, la demografia e la pluralità delle temporalità. Lévi-Strauss aveva decentrato il soggetto umano e mostrato sistemi culturali non riducibili immediatamente all’economia. Lo strutturalismo, pur non essendo semplicemente antimarxista, rendeva meno credibile l’idea di una storia governata da una contraddizione fondamentale e orientata verso un esito necessario. Foucault andava ancora oltre. La sua genealogia del potere dissolveva l’immagine di un centro unico della dominazione e spostava l’attenzione verso istituzioni, saperi, discipline, pratiche mediche, carcerarie e sessuali. Non più soltanto capitale contro lavoro o Stato contro proletariato, ma una molteplicità di dispositivi disseminati nel corpo sociale. La forza del suo pensiero consisteva proprio nella capacità di scoprire il potere dove il marxismo classico non lo cercava.

Ma questo spostamento aveva anche un effetto politico ambivalente. Se il potere è ovunque, se attraversa ogni discorso e se nessun soggetto può collocarsi interamente fuori da esso, diventa più difficile individuare il punto dal quale rovesciare l’ordine generale. La critica si moltiplica, ma il progetto si indebolisce. La rivoluzione lascia il posto alla resistenza locale; la conquista del potere alla contestazione dei dispositivi; la trasformazione storica a una vigilanza permanente sulle forme della normalizzazione. Il rapporto definiva Foucault uno dei pensatori francesi più profondi e influenti e registrava con interesse la sua disponibilità a riconoscere alla Nouvelle Droite il merito di avere ricordato le conseguenze sanguinose prodotte dalla teoria razionalista dell’Illuminismo e dell’età rivoluzionaria. La Cia comprendeva che una critica proveniente da sinistra alla ragione universale, al progresso e alla rivoluzione poteva erodere il marxismo più efficacemente di cento pamphlet conservatori. Anche l’accostamento compiuto dagli analisti tra Sartre, Barthes, Lacan e Althusser come ultima congrega dei «sapienti comunisti» appare grossolano. Barthes e Lacan non furono semplicemente teorici marxisti e Foucault non può essere ridotto a un propagandista dell’ordine liberale. Ma proprio le semplificazioni del dossier sono rivelatrici. L’intelligence non era interessata a ricostruire ogni filiazione accademica: voleva individuare quali pensieri mantenessero aperta la possibilità di una politica rivoluzionaria e quali, volontariamente o meno, contribuissero a dissiparla in conflitti irrealistici o puramente simbolici (femminismo, teoria di genere, woke), se non proprio a chiuderla.

Decostruire l’identità senza mettere in pericolo la struttura

Questa è una delle grandi ironie della cultura tardo-novecentesca. Autori recepiti soprattutto nel mondo anglofono come espressione di una critica radicalissima potevano essere letti dalla Cia come fattori utili alla stabilizzazione occidentale. Si potevano decostruire il soggetto, la verità, la normalità, l’identità e il linguaggio senza mettere realmente in pericolo l’infrastruttura geopolitica e produttiva degli Stati Uniti. Anzi, una critica sempre più sofisticata e sempre meno capace di tradursi in organizzazione poteva risultare più gestibile del marxismo dei partiti, dei sindacati e dei movimenti anticoloniali. Il problema per Washington non era la presenza di idee scandalose in un seminario universitario. Era la possibilità che quelle idee costruissero una forza collettiva, mobilitassero masse e producessero un fronte internazionale contro la politica americana. Da questo punto di vista, la funzione storica di una parte del postmarxismo non fu quella di abolire la sinistra, ma di separare la critica dalla trasformazione. Rimase l’analisi dei rapporti di potere, ma si indebolì la ricerca di un soggetto storico capace di affrontarli. Rimase la denuncia, ma venne meno l’idea di una totalità da costruire. Rimase la trasgressione culturale, mentre il dispositivo economico e geopolitico poteva proseguire quasi indisturbato.

Il rapporto coglieva anche un risultato immediato di questo spostamento: la critica intellettuale si concentrava sempre più sull’Urss e sempre meno sugli Stati Uniti. L’antitotalitarismo permetteva di illuminare i crimini sovietici e, contemporaneamente, di relegare sullo sfondo le operazioni americane in America Latina. Secondo gli stessi analisti, il nuovo clima rendeva difficile mobilitare una significativa opposizione delle élite intellettuali alle politiche statunitensi in America centrale. Il punto non è usare il Guatemala, il Cile, El Salvador o il Nicaragua per assolvere lo stalinismo. È riconoscere l’asimmetria del dispositivo morale. I crimini sovietici venivano trasformati nella prova definitiva contro ogni progetto rivoluzionario; quelli americani rimanevano deviazioni, eccessi o errori che non intaccavano la pretesa degli Stati Uniti di rappresentare la democrazia. L’antitotalitarismo poteva così diventare non una critica universale del dominio, ma la lingua morale di un solo blocco.

Un’idea ha sempre bisogno di una trasmissione

La battaglia non si svolgeva soltanto nei libri. In questo senso il rapporto insiste sul ruolo strutturale delle università, degli editori e dei mezzi di comunicazione nella formazione di un clima collettivo. Un’idea non diventa egemone perché è vera o brillante: deve incontrare cattedre, collane, recensioni, giornali, programmi televisivi e reti di relazioni capaci di moltiplicarne la presenza. La trasformazione dei Nouveaux Philosophes in celebrità mediatiche ne fu un esempio. Lévy disponeva di una posizione editoriale presso Grasset; i grandi quotidiani e la televisione trasformarono dispute complesse sul marxismo in una successione di volti, formule e casi editoriali. Il filosofo non era più soltanto l’autore di un sistema, ma un personaggio capace di condensare un mutamento storico e renderlo consumabile dal grande pubblico. La Cia osservava con favore anche la trasformazione dell’università francese. Il rapporto menziona la spinta degli studenti verso corsi economici, aziendali, scientifici e tecnici. Non si trattava necessariamente di una direttiva clandestina americana: era una tendenza più ampia delle società occidentali. Ma gli analisti ne comprendevano l’effetto politico. Un’università orientata principalmente alla produzione di competenze professionali riduce lo spazio nel quale possono formarsi comunità intellettuali dotate del tempo, dei mezzi e del linguaggio necessari a costruire una critica generale.

Anche la precarizzazione del lavoro culturale produce un effetto ideologico senza bisogno di censura. Chi dipende da concorsi, editori, incarichi temporanei e visibilità mediatica impara quali argomenti assicurano una carriera e quali conducono all’isolamento. Non occorre impartire ordini a ogni docente o giornalista: basta modellare le condizioni materiali entro cui può parlare. Il potere americano aveva compreso precisamente questo rapporto tra libertà formale e selezione strutturale. Il Congress for Cultural Freedom non doveva scrivere i libri al posto degli autori. Doveva aumentare la probabilità che alcuni libri venissero tradotti, discussi e consacrati, mentre altri restavano invisibili. La formula della propaganda più efficace, ricordata da Saunders, era portare il soggetto nella direzione desiderata lasciandogli credere di essersi mosso per ragioni esclusivamente proprie, e il più delle volte era vero.

Mosca giocava la partita ma l’ha persa

Parlare di questa «occupazione» americana dell’anticomunismo non ci deve far cadere in una posizione paranoica. Sarebbe irragionevole, oltre che falso, sostenere che dal 1945 in poi dietro ogni decisione politica, culturale o economica in Europa occidentale ci fosse un agente di Langley pronto a tutto pur di demolire il socialismo reale. È un’illusione comoda che soprattutto in Italia ha alimentato quelle mezze verità diventate canoniche, trasformando episodi reali di guerra fredda, intelligence e condizionamento politico in una spiegazione totale della storia repubblicana: dalle «sedicenti» Brigate Rosse alla P2 fino alla strage di Bologna. Difatti, ed è il punto più difficile da ammettere, l’operazione consisteva in altro: selezionare, finanziare e amplificare alcune forme rispetto ad altre. Sarebbe interessante, parimenti, disporre di un lavoro altrettanto organico sulla guerra fredda culturale dell’Urss, perché Mosca giocava esattamente la stessa partita, sebbene con strumenti, linguaggi e capacità differenti. Saunders stessa ricorda il ruolo del Cominform, delle organizzazioni per la pace, dei sindacati, dei movimenti giovanili e femminili, delle case editrici e delle istituzioni culturali utilizzate per costruire consenso attorno all’Unione Sovietica. Ždanov aveva perfettamente compreso che la competizione con l’Occidente si sarebbe combattuta anche tra scrittori, artisti, universitari e giornalisti: la cultura era un’arma perché definiva chi rappresentasse il progresso e chi la reazione.

La differenza decisiva non sta dunque nell’esistenza della propaganda — comune a entrambi i blocchi — ma nella capacità americana di rendere sempre meno riconoscibile come propaganda la propria egemonia. Washington non aveva bisogno che un intellettuale proclamasse fedeltà agli Stati Uniti. Era sufficiente che il perimetro delle alternative legittime si restringesse: comunismo sovietico fuori gioco, fascismo politicamente indicibile, nazionalismi europei sospetti, mentre liberalismo, socialdemocrazia e antitotalitarismo diventavano progressivamente il terreno comune sul quale persino gli avversari dell’America erano costretti a muoversi. Ed è proprio qui che bisogna abbandonare la dietrologia per comprendere qualcosa di molto più serio. L’egemonia non funziona principalmente attraverso gli ordini, ma attraverso la selezione. Non stabilisce necessariamente che cosa un intellettuale debba pensare; contribuisce a decidere quali intellettuali avranno una cattedra, una rivista, un editore, un convegno internazionale, una traduzione, una recensione e quindi la possibilità di diventare rappresentativi di un’epoca. Non inventa dal nulla le idee: costruisce le condizioni perché alcune acquistino velocità e altre rimangano minoritarie. E fu così che gli Stati Uniti ottennero forse il risultato più importante della caduta stessa dell’URSS: non monopolizzare ogni pensiero europeo, cosa impossibile, ma restringere lo spazio entro il quale quel pensiero poteva trasformarsi in alternativa politica.

Il marxismo sopravvissuto al crollo del Muro

C’è infine un paradosso che merita di essere portato fino in fondo. Nel tentativo di sconfiggere il comunismo politico, il dispositivo occidentale contribuì indirettamente a salvare una parte della sua genealogia culturale. Se il nemico principale diventava il marxismo-leninismo sovietico, rimanevano perfettamente compatibili con il nuovo ordine forme di socialismo democratico, marxismo occidentale, critica della società borghese e radicalismo culturale che avessero rinunciato all’allineamento con Mosca. Non è un effetto collaterale irrilevante: la Cia costruì esplicitamente una parte della propria politica culturale attorno alla Non-Communist Left, fino al punto da doverla proteggere dal maccartismo americano, che non comprendeva perché un servizio anticomunista dovesse finanziare riviste di sinistra, sindacati socialisti e intellettuali ancora legati agli ideali dell’eguaglianza. È dentro questa contraddizione che si può leggere anche la fortuna occidentale del marxismo eterodosso, dalla critica della società di massa alla progressiva traslazione del conflitto dal terreno strettamente economico a quello della cultura, dell’autorità, della famiglia, dei consumi, della comunicazione e delle forme della soggettività. La Scuola di Francoforte rappresenta uno dei laboratori fondamentali di questo passaggio: quel marxismo, proprio perché antisovietico, non ortodosso e sempre meno legato alla presa “classica” del potere, poteva mettere radici nelle università e nelle istituzioni culturali occidentali molto più facilmente del comunismo di partito.

La vittoria americana nella guerra fredda culturale, allora, appare sotto una luce quasi ironica. Washington contribuì a marginalizzare il marxismo capace di organizzare partiti, sindacati e Stati, ma non necessariamente la sua morale politica. Uguaglianza sostanziale, emancipazione, sospetto verso le gerarchie tradizionali, critica dell’autorità e progressiva politicizzazione delle relazioni sociali potevano essere separate dalla proprietà collettiva dei mezzi di produzione e innestate dentro l’economia di mercato. Il capitale restava; la rivoluzione scompariva; una parte della critica marxista sopravviveva come egemonia culturale “dopata” da Washington. Non viviamo evidentemente in una società comunista: proprietà privata, mercato e finanza ne costituiscono l’ossatura. Ma l’ordine occidentale contemporaneo combina un’economia radicalmente liberale con un immaginario morale fortemente egualitario, universalista ed emancipazionista. Due tradizioni un tempo nemiche hanno finito per convivere perché sono state private dei rispettivi elementi incompatibili: il liberalismo ha progressivamente abbandonato una parte delle sue vecchie gerarchie sociali e morali; la sinistra ha abbandonato la rivoluzione economica e la proprietà collettiva. Il compromesso risultante conserva il mercato e democratizza indefinitamente i costumi.

L’egemonia della sinistra culturale in occidente

Ed è forse questa la vera eredità della selezione compiuta durante la guerra fredda. Non la scomparsa dell’ideologia, ma l’ibridazione tra marxismo e liberalismo. Il comunismo poteva essere sconfitto proprio mentre alcune delle sue categorie diventavano parte del senso comune dell’Occidente, dando vita a quella strana illusione per cui oggi si può dire: «Certo, il comunismo ha fatto milioni di morti, ma le sue intenzioni erano buone». Insomma, la stessa strategia che neutralizzò la sinistra rivoluzionaria contribuì così a rendere molto più resistente la sinistra culturale. In fondo, la lezione è semplice quanto brutale: il più grande successo ideologico non consiste nel convincere tutti a dichiararsi fedeli a una dottrina, ma nel fare apparire quella dottrina come la conclusione naturale della storia. È allora che l’egemonia diventa davvero profonda: quando non ha più bisogno di proclamarsi, perché ha stabilito in anticipo ciò che è ragionevole, ciò che è rispettabile e persino ciò che è pensabile. Prima di occupare uno spazio politico, occorre occupare le parole con cui quello spazio viene descritto. E chi riesce a definire le parole, alla lunga, finisce per definire anche i confini del possibile.

Sergio Filacchioni

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