Roma, 26 mag – La polemica scoppiata dentro la Consulta provinciale degli studenti di Roma sembra, a prima vista, una delle tante schermaglie scolastiche destinate a consumarsi tra comunicati, post indignati e dichiarazioni di rito. Una commissione cambia nome, la sinistra studentesca grida alla cancellazione dell’antifascismo, la destra rivendica una formula più “democratica”, i giornali progressisti raccontano il caso come l’ennesimo assalto simbolico alle radici repubblicane. Tutto già visto, tutto prevedibile. Eppure, proprio per questo, la vicenda merita di essere presa sul serio. Non perché il cambio di nome di una commissione studentesca rappresenti di per sé un avvenimento storico, ma perché rivela con chiarezza chirurgica il cortocircuito ideologico in cui si muove da decenni il discorso pubblico italiano.
La Consulta studentesca di Roma e la battaglia delle parole
La commissione “Antifascismo e memoria storica” della Consulta provinciale degli studenti di Roma è stata rinominata “Memoria storica e democrazia”, o “Democrazia e memoria storica” secondo alcune ricostruzioni giornalistiche. La modifica, attribuita alla presidenza studentesca di Azione Studentesca, ha subito prodotto la reazione della sinistra: accuse di revisionismo, allarmi sulla cancellazione della memoria, denunce di un presunto aggiramento dell’assemblea plenaria. Fanpage ha raccolto le parole di Simone Casalino, presidente della commissione, che ha parlato dell’“ennesimo ostacolo dalla destra”, mentre Il Fatto Quotidiano ha insistito sulla contestazione procedurale avanzata dalla Rete degli Studenti Medi, secondo cui la decisione sarebbe stata presa senza voto dell’assemblea plenaria. Fin qui, la cronaca. Ma il punto politico sta altrove. Da anni, anzi da decenni, la sinistra ripete che l’antifascismo è la democrazia, che la Costituzione è antifascista in quanto nata dalla Resistenza, che non esiste democrazia italiana fuori dal perimetro dell’antifascismo. Non si tratta di una sfumatura retorica, ma di uno degli assi fondamentali della pedagogia pubblica repubblicana: antifascismo e democrazia vengono presentati come termini coincidenti, sovrapponibili, inseparabili. Bene. Se questa equivalenza è vera, perché mai sostituire la parola “antifascismo” con la parola “democrazia” dovrebbe produrre scandalo?
“L’antifascismo è democrazia”, ma non chiamatelo democratico
Se l’antifascismo è davvero il nome storico della democrazia italiana, allora la parola “democrazia” dovrebbe contenere l’antifascismo senza bisogno di ulteriori precisazioni. Se la democrazia repubblicana è strutturalmente antifascista, allora una commissione chiamata “Memoria storica e democrazia” dovrebbe risultare persino più ampia, più istituzionale, più inclusiva, più capace di tenere insieme ciò che la sinistra dice di voler difendere. Invece no. Appena la parola “antifascismo” viene rimossa dal titolo, anche se sostituita da “democrazia”, scatta l’allarme. La sinistra reagisce come se non fosse cambiato un nome, ma fosse stato abbattuto un presidio. Ed è proprio questa reazione a dire la verità. Perché se due parole sono davvero sinonime, la sostituzione non dovrebbe produrre trauma. Se invece il trauma si produce, significa che non sono sinonime affatto. O meglio: significa che nel linguaggio militante contemporaneo l’antifascismo non funziona semplicemente come sinonimo di democrazia, ma come dispositivo di potere simbolico. “Democrazia” è una parola larga, istituzionale, contendibile. Può essere invocata da forze diverse, discussa, interpretata, perfino rivendicata dall’avversario. “Antifascismo”, invece, nel lessico della sinistra, è una parola proprietaria. Non descrive soltanto un principio: assegna patenti, delimita confini, stabilisce chi è dentro e chi è fuori dallo spazio della legittimità.
Per questo la sostituzione manda in tilt gli schemi. Non perché la parola “democrazia” sia meno impegnativa, ma perché è meno controllabile. La democrazia, almeno in teoria, obbliga a riconoscere il pluralismo, il conflitto, la rappresentanza, il voto, la possibilità che anche chi non appartiene alla sinistra possa ottenere consenso e governare un organismo studentesco. L’antifascismo, nella sua versione scolastica e militante, consente invece un’operazione più comoda: trasformare l’avversario in un’anomalia, in una presenza abusiva, in un problema da contenere prima ancora che in un soggetto con cui confrontarsi. Non è un caso che la frase ricorrente in queste polemiche sia sempre la stessa: la scuola appartiene agli studenti, non alla destra. Ma se la scuola appartiene agli studenti, appartiene anche agli studenti che votano a destra, che si organizzano a destra, che vincono organismi rappresentativi e che provano a incidere sulle loro strutture interne.
Le parole del pensiero dominante non producono alternativa
Questo non significa, però, che l’operazione della destra studentesca meriti di essere celebrata come una vittoria politica. Sarebbe un errore grossolano, e soprattutto sarebbe un regalo alla mediocrità. Criticare il cortocircuito dell’antifascismo è facile. Più difficile è riconoscere il limite simmetrico che emerge dall’altra parte: la tentazione, tipica di una certa destra istituzionalizzata, di cercare legittimazione dentro le parole del pensiero dominante. La destra sostituisce “antifascismo” con “democrazia” e così costringe la sinistra a rivelare la propria contraddizione. Questo è vero. Ma sul piano politico profondo, cosa resta? Resta una formula più neutra, più amministrativa, più presentabile. Resta l’idea che il problema sia togliere una parola divisiva e sostituirla con una parola astrattamente condivisa. Resta, ancora una volta, l’inchino alla grammatica dell’avversario. Inutile girarci intorno: le realtà studentesche di destra non prendono voti perché si presentano come più democratiche della sinistra. Non avanzano nelle scuole perché promettono una gestione più neutrale degli organismi, una memoria più asettica, un linguaggio più educato o una burocrazia più ordinata. Quando funzionano, funzionano perché intercettano qualcosa di più profondo: un bisogno di identità, appartenenza, comunità, presenza, stile, riconoscimento. Parlano a studenti che non vogliono essere soltanto individui amministrati dentro assemblee grigie, ma parte di un noi. Evocano legami, simboli, militanza, forma, continuità. È questo il dato che la sinistra demonizza e che la destra, spesso, dimentica appena entra negli organismi istituzionali.
La Consulta studentesca e la memoria storica
La battaglia scolastica non si vince dimostrando di essere più democratici degli antifascisti. Si vince mostrando che l’antifascismo non esaurisce la memoria, non possiede la storia, non può sequestrare per sempre l’educazione politica delle nuove generazioni. Si vince costruendo un altro immaginario, un altro rapporto con il passato, un’altra idea di comunità studentesca. Se la destra si limita a dire “non siamo antifascisti, siamo democratici”, resta dentro una posizione difensiva. La questione della “memoria storica” poi è ancora più importante. Perché la memoria storica non è un campo neutro, né potrebbe mai esserlo. È forse il terreno meno neutro di tutti, quello meno pacificato – nonostante le tentazioni utopiche. Non esiste memoria senza selezione. Non esiste commemorazione senza gerarchia. Non esiste racconto pubblico del passato senza una decisione su ciò che deve essere ricordato, su ciò che deve essere dimenticato, su ciò che deve essere condannato, su ciò che può essere compreso, su ciò che deve restare indicibile. La memoria storica non è l’archivio dei fatti, ma il modo in cui una comunità trasforma i fatti in coscienza di sé. Proprio per questo è sempre stata presidiata, sorvegliata, occupata. E in Italia, più che altrove, è stata consegnata a un dispositivo antifascista che ha preteso di presentarsi come neutro proprio mentre costruiva il proprio dominio simbolico.
Educare alla memoria significa educare la legittimità politica
La sinistra conosce benissimo questa funzione. Per questo difende ogni parola, ogni titolo, ogni targa, ogni commissione, ogni giornata, ogni rito. Sa che la politica della memoria non vive soltanto nei grandi manuali o nelle celebrazioni nazionali, ma anche nelle piccole strutture scolastiche, nei progetti extracurricolari, nelle assemblee, nei percorsi formativi, nelle commissioni studentesche. Sa che chi educa alla memoria educa anche alla legittimità politica. Stabilisce quali genealogie siano nobili e quali sospette, quali appartenenze siano presentabili e quali debbano giustificarsi, quali morti abbiano diritto alla parola e quali restino muti, quali sconfitte possano diventare fondazione morale e quali invece debbano essere consegnate all’infamia. Per questo ridurre tutto alla domanda “antifascismo sì o no” è insufficiente. La vera domanda è: chi decide il racconto storico dentro la scuola? Chi stabilisce che cosa sia memoria e che cosa sia revisionismo? Chi può commemorare e chi deve solo chiedere scusa? Chi ha il diritto di trasmettere simboli, appartenenze, continuità? La polemica sulla Consulta romana è interessante non perché abbia risolto queste domande, ma perché le ha fatte emergere. La sinistra protesta perché sente vacillare un automatismo. La destra rivendica la democrazia perché cerca una formula inattaccabile. Ma il conflitto reale resta più profondo di entrambe le posizioni.
Mandare in tilt la sinistra è troppo facile
Insomma, si può cambiare il nome di una commissione e lasciare intatto il monopolio antifascista sulla memoria. Si può mandare in crisi la retorica della sinistra e al tempo stesso non produrre nessuna visione alternativa. È questo il rischio: accontentarsi della mossa tattica, del piccolo scacco comunicativo, della soddisfazione di vedere l’avversario indignato. Ma nelle scuole c’è bisogno di maggiore ambizione. Non dovrebbe limitarsi a chiedere che la memoria sia “democratica”, perché la memoria democratica, senza contenuto, è una formula vuota. Dovrebbe pretendere che la memoria sia intera, tragica, europea, nazionale, capace di guardare il Novecento senza ridurlo a catechismo. Dovrebbe rompere la pedagogia binaria che divide la storia tra buoni certificati e cattivi assoluti. Dovrebbe riportare dentro il discorso scolastico le pagine rimosse, le sconfitte taciute, le vittime non conformi, le rivolte dimenticate, le ambiguità degli stessi vincitori. Dovrebbe contestare non solo una parola, ma il sistema di potere che quella parola ha costruito. La sinistra ha paura che la parola “antifascismo” venga sostituita da “democrazia” perché sa che il proprio potere simbolico vive nei nomi, nei rituali, negli ambienti. La destra, dal canto suo, dovrebbe capire che non basta cambiare quei nomi se non si ha la forza di riempire lo spazio liberato con un’altra visione. Non serve una memoria più grigia ma una memoria più profonda.
La battaglia culturale è più importante di questo
Il caso romano, dunque, è la storia di un conflitto ancora aperto. Da una parte, l’antifascismo che pretende di essere democrazia ma non sopporta di essere sostituito dalla parola democrazia. Dall’altra, una destra che intercetta identità ma rischia di neutralizzarla subito nel linguaggio perbene. In mezzo, la scuola: il luogo in cui la memoria viene trasmessa, addomesticata o riconquistata. E proprio per questo, il luogo in cui la battaglia culturale è più implacabile.
Sergio Filacchioni