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Consulta di Roma, il metodo mafioso degli antifascisti e la disinformazione della sinistra

by La Redazione
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Consulta Roma Azione Studentesca

Roma, 27 mag – Il giorno dopo l’assalto alla plenaria della Consulta provinciale degli studenti di Roma, la macchina della disinformazione si è già messa in moto. La dinamica è sempre la stessa: prima si impedisce fisicamente lo svolgimento di un’assemblea, poi si prova a riscrivere l’accaduto; prima si alza la tensione, poi ci si presenta come vittime; prima si contesta una maggioranza eletta, poi si accusa quella maggioranza di “violenza” perché non accetta di farsi mettere sotto sequestro politico.

È quanto accaduto dopo la seduta della Consulta, già al centro delle polemiche per il cambio di nome della commissione “Antifascismo e memoria storica”, diventata “Memoria storica e democrazia”. La Rete degli Studenti Medi ha rivendicato l’occupazione della plenaria, sostenendo di voler difendere la “sovranità dell’assemblea”. Peccato che quella sovranità sia stata contestata proprio bloccando i lavori dell’assemblea stessa. Il solito metodo mafioso: in nome della democrazia si impedisce alla democrazia studentesca di funzionare.

Consulta di Roma, gli antifascisti aggrediscono e poi riscrivono i fatti

Azione Studentesca, però, respinge il racconto che sta circolando in queste ore e denuncia una dinamica opposta. Andrea Catalini, responsabile di Azione Studentesca Roma, parla di “fatti gravissimi” avvenuti nella Consulta provinciale degli studenti di Roma. Secondo Catalini, membri della Rete degli Studenti Medi, realtà legata alla Cgil, avrebbero aggredito fisicamente una militante di Azione Studentesca eletta nell’organo, “spintonandola, lasciandole segni visibili di colpi sul corpo e quasi gettandola in terra”. Lo stesso Catalini aggiunge che, pochi secondi dopo, gli stessi soggetti, insieme ad altri con magliette “free antifa”, avrebbero iniziato a lanciare sedie contro il tavolo di presidenza e contro i ragazzi dei licei romani presenti per svolgere il ruolo per cui erano stati eletti. Il punto politico è tutto qui. Per giorni la sinistra studentesca ha accusato Azione Studentesca di calpestare la democrazia per aver sostituito la parola “antifascismo” con “democrazia”. Poi, davanti a un organo rappresentativo che non controlla più, il fronte antifascista ha scelto il vecchio metodo: pressione fisica, intimidazione, caos, blocco dei lavori. E quando il metodo viene documentato, parte il secondo tempo: il ribaltamento della realtà. Catalini lo dice senza giri di parole: “Se questo è il movimento antifascista, ha fatto decisamente bene la Consulta a cambiare nome a quella commissione da ‘Memoria storica e antifascismo’ a ‘Memoria storica e democrazia’”. Una frase che inchioda la contraddizione. Perché il problema non è mai stato la memoria storica. Il problema è il monopolio antifascista sulla memoria. Appena quel monopolio viene toccato, la democrazia smette di essere un valore e diventa qualcosa di sospetto.

Azione Studentesca smonta la narrazione della sinistra

Ancora più netta la nota firmata da Riccardo Ponzio, presidente di Azione Studentesca, dopo la diffusione del video dell’aggressione: “Le immagini di questo video sono chiarissime. La Rete degli Studenti-Cgil attacca in massa, a decine, la segretaria della Cps, sulla sinistra, bionda in maglietta bianca. Qualsiasi giornale che decida di pubblicare notizie su presunte violenze da parte di militanti di Azione Studentesca sta operando in maniera completamente disonesta e contro lo svolgimento democratico delle assemblee studentesche”. È questo il nodo del giorno dopo. Non solo l’aggressione, ma la costruzione immediata di una versione comoda, utile a trasformare gli aggressori in vittime e gli eletti in provocatori. La sinistra studentesca pretende di decidere chi possa rappresentare gli studenti, quali parole siano ammesse, quali commissioni siano legittime, quale memoria debba essere custodita. Quando perde questo controllo, passa dalla retorica alla forza. Quando la forza viene mostrata, passa alla narrazione. Alla Consulta di Roma è andato in scena il metodo politico dell’antifascismo militante: delegittimare, assediare, impedire, poi accusare l’avversario. La democrazia, per costoro, vale solo se conferma il loro potere. Quando votano gli altri, diventa un problema da bloccare. Quando governano gli altri, diventa un abuso da denunciare. Quando parlano gli altri, diventa una provocazione da zittire.

Il giorno dopo l’assalto parte la macchina della disinformazione

Per questo l’attacco di ieri alla Consulta non può essere liquidato come la solita tensione tra studenti di destra e di sinistra. È il sintomo di un sistema più largo: quello in cui l’antifascismo si presenta come garanzia democratica mentre pratica l’intimidazione, e in cui una certa stampa si affretta a rovesciare la scena pur di non ammettere che la sinistra giovanile, sospinta e coperta dal sistema politico-mediatico, ha dichiarato guerra a ogni forma di alternativa studentesca che non sia la sua. Ed è inutile, a questo punto, rifugiarsi nella retorica degli “opposti estremismi”. È una formula pigra, buona per chi non vuole vedere i rapporti di forza reali. Qui non ci sono due estremi equivalenti che si scontrano ai margini della democrazia. C’è un fronte che pretende di identificarsi con la democrazia stessa e che, proprio in nome di questa identificazione, si sente autorizzato a impedire all’avversario di esistere politicamente. . Allo stesso modo, serve a poco cavarsela con la battuta dei “fascisti rossi”. È una scorciatoia retorica che finisce quasi per assolverli, come se la loro violenza fosse una contraddizione inconsapevole, un paradosso buffo, un tradimento accidentale dei loro stessi valori. Ma questi non stanno tradendo nulla. Stanno applicando fino in fondo la loro logica politica. Sanno benissimo cosa fanno quando intimidiscono l’avversario. Sanno benissimo cosa fanno quando occupano un’assemblea. Sanno benissimo cosa fanno quando cercano di impedire fisicamente a studenti eletti di parlare, votare, presiedere, rappresentare.

Il metodo mafioso degli antifascisti

Quindi abbattiamo uno dei più grossi cliché che circolano in Italia rispetto alla politica giovanile: non siamo davanti a ragazzi confusi, né a una degenerazione momentanea del conflitto studentesco. Siamo davanti a un ambiente politico abituato a muoversi dentro una zona franca, protetto da sigle, sindacati, partiti, redazioni compiacenti e automatismi narrativi sempre uguali: qualunque cosa accada, la colpa deve ricadere sulla destra. Non c’è nessuna prudenza giornalistica nel trasformare una dinamica chiarissima nell’ennesimo teatrino indistinto tra “destra e sinistra”. Questa è disinformazione politica, e serve a proteggere sempre lo stesso campo. Perciò basta attenuanti. Basta formule comode. Basta “ragazzi che esagerano”, basta “clima teso”, basta “opposti estremismi”. Chi aggredisce e poi pretende di dettare la versione ufficiale dei fatti non è vittima di una provocazione: sta praticando un metodo mafioso. E chi, dalla politica o dalla stampa, copre questo metodo sta partecipando alla sua falsificazione.

Vincenzo Monti

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