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Meno libri meno liberi: a Roma si inaugura la fiera con la propiska

by Tony Fabrizio
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Più libri più liberi

Roma, 15 giu – Signore e signori, giù il cappello davanti al capolavoro definitivo del progressismo de noantri. L’ultimo feticcio dell’inclusività a targhe alterne va in scena a Roma, sponda “Più libri più liberi”. Una fiera della piccola e media editoria che – già nel nome – evoca spazi aperti, profumo di carta e assoluta anarchia del pensiero. E invece no. Quest’anno, per esporre quattro volumi in croce, gli editori dovranno esibire il “patentino antifascista”. Una bella autocertificazione di conformità ideologica, una genuflessione preventiva firmata col sangue (o con l’inchiostro simpatizzante) per dimostrare di essere “buoni”, “puliti” e, soprattutto, allineati. Il paradosso si commenterebbe da solo, ma merita di essere preso a ceffoni per la sua sfacciata, aristocratica ipocrisia. Siamo dalle parti del ridicolo spinto: la kermesse del più liberi che inaugura la stagione del più controllati, del più marchiati, del più sottomessi.

La vendetta dei “compagni” (orfani di lettori)

Ma da dove nasce questa alzata d’ingegno burocratica? Semplice: nasce dal fegato amaro dell’anno scorso. Ricordiamocelo cos’è successo nell’ultima edizione. Tra gli stand si è presentata Passaggio al Bosco, casa editrice orgogliosamente “non conforme”, geneticamente distante dalle parrocchie della sinistra Ztl. Risultato? Mentre i tromboni del pensiero unico presentavano saggi sulla fluidità del genere davanti a tre parenti e due passanti annoiati, lo stand dei “ragazzi proibiti” faceva registrare il tutto esaurito. Libri finiti, file chilometriche, code di giovani entusiasti.

E questa, per il politburo della cultura progressista, è una violazione del Codice penale dei loro sentimenti. La sinistra soffre da tempo di una gravissima penuria di autori capaci di bucare lo schermo e di testi che non sembrino volantini condominiali. Non vendono più? Non li legge nessuno? E allora scatta il riflesso condizionato del compagno burocrate: se non riesco a batterti sul bancone delle vendite con le idee, ti caccio dal salone con i regolamenti.

Più libri più liberi e il vecchio vizio del cordone sanitario

Sia chiaro, non stiamo scoprendo l’acqua calda. Questo è un vizio antico, un tic nervoso che la sinistra si trascina dai tempi del centralismo democratico. Cambiano i nomi, non i metodi. Oggi lo chiamano “creare uno spazio sicuro”, ieri la chiamavano “epurazione”.

Ricordate il precedente di Altaforte al Salone del Libro di Torino? Stessa identica messinscena. Lì bastò il reato di opinione (o il sospetto di esso) per alzare i ponti levatoi, scatenare il boicottaggio degli intellettuali con la sciarpa di cachemire e decretare l’espulsione della casa editrice “appestata”. Lì fu l’ostracismo di piazza e di palazzo. Oggi, a Roma, facciamo lo scatto di carriera burocratico. Arriva il modulo istituzionale, il lasciapassare della corretta dottrina. Il patentino, appunto. Come per i cani pericolosi, o per l’amianto.

Immaginate, per un solo secondo, la reazione a parti invertite. Se un assessore di destra, o comunque non antifascista chiedesse un “patentino di patriottismo” per accedere a una fiera, griderebbero al golpe, al ritorno del Ventennio, all’oscurantismo censorio. Se lo fa la sinistra, invece, diventa “un’opportuna misura di convivenza civile”. Addirittura, se lo fa con i fondi pubblici, visto che la kermesse è foraggiata in eguale maniera, e, dunque anche con le casse versate da coloro che non sono esattamente antifascisti.

La cultura col timbro postale

La narrazione della sinistra paladina della cultura contro i “barbari alle porte” è una storiella patetica a cui non crede più nessuno. Nemmeno chi la scrive sui propri giornali in via di estinzione. Questa non è difesa della Costituzione dove – e la stragrande maggioranza dei compagni che non l’ha nemmeno letta – la parola antifascismo non compare mezza volta. Questo è bullismo culturale nei confronti di piccoli editori che, spesso autofinanziandosi e rischiando l’osso del collo, cercano di portare un briciolo di pluralismo nelle librerie italiane. Costringerli a firmare un editto ideologico per poter vendere le proprie pagine è un ricatto morale disgustoso. La realtà è molto più banale, terrena e squallida: si chiama censura preventiva

Si chiama discriminazione commerciale su base politica. Si chiama totale, assoluta incapacità di tollerare il dissenso. La censura, in ogni sua forma, sotto qualsiasi travestimento morale o antifascista si presenti è strutturalmente incompatibile con una società libera. Una fiera del libro dovrebbe essere il tempio del libero pensiero. L’arena dove anche l’idea più urticante, eccentrica o contraria al mainstream ha il diritto di essere stampata, esposta e giudicata dal lettore. Il lettore è l’unico giudice sovrano, non il burocrate col bollino rosso.

Se per essere “più liberi” bisogna chiedere il permesso col cappello in mano, la testa china e la tessera ideologica in tasca, allora quel salone ha già chiuso i battenti dello spirito. E i primi a fare la figura degli analfabeti della democrazia sono proprio i fenomeni che hanno inventato il modulo d’iscrizione. Cianciano di difesa della democrazia, della libertà e del pluralismo a ogni alitata, ma incassano l’assoluto niet persino dalla loro intelligenza: Massimo Cacciari, Giuliano Ferrara, Paolo Mieli, Luciano Canfora.

Applausi, signori, applausi per l’esibizione della propiska che serve solo per circolare nel vostro mondo di plastica. Ma, attenzione: caso mai venisse loro in mente di uscire dalla loro “nuvola fucsia”, al netto dei capricci e dei piagnistei, assisterebbero direttamente allo spettacolo dell’Eur e lì fuori la realtà racconta tutta un’altra storia. La Storia.

Tony Fabrizio

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