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Amsterdam, 29 giugno 2000: dalle parate di Toldo al cucchiaio di Totti. Due simboli sportivi di una sola Nazione

by Marco Battistini
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Roma, 29 giu – Chi vince festeggia, chi perde spiega. E chi non partecipa ai Mondiali è costretto a consolarsi con le glorie e i fasti del (più o meno recente) passato. Esercizio non per forza incapacitante, a patto di saper prendere il meglio di quello che fu per proiettarlo nella maniera migliore verso il futuro. E allora riavvolgiamo il nastro a ventisei anni fa, fino alle semifinali di Euro 2000. Ovvero quando l’eroica – sportivamente parlando – Italia allenata da Dino Zoff strappò ad Amsterdam, ai padroni di casa dell’Olanda, un insperato pareggio. Per poi beffardamente superarla ai calci di rigore.

Euro 2000, una Nazionale operaia  

Dino Zoff – cittì dimissionario a fine torneo a causa delle note ingerenze tattiche berlusconiane – si presentò ai nastri di partenza del torneo continentale una Nazionale spiccatamente operaia: una difesa di ferro (da capitan Paolo Maldini a Fabio Cannavaro, passando per un giovane Alessandro Nesta), centrocampo senza tanti nomi di grido, attacco fondato sul ballottaggio tra Francesco Totti e Alessandro Del Piero – con un certo Roberto Baggio lasciato addirittura a casa per scelta tecnica. In porta fuori causa Gianluigi Buffon per un infortunio alla mano sinistra rimediato nell’ultima amichevole pre-europeo, fu promosso come numero uno Francesco Toldo, la cui ultima apparizione azzurra risaliva al già lontano 1996.

Superato abbastanza agevolmente il girone contro Turchia, Belgio (nazione organizzatrice insieme ai Paesi Bassi) e Svezia, la Nazionale ai quarti liquidò la Romania. Per ritrovarsi così in semifinale al cospetto degli oranje.

Da Amsterdam a Zenica

Una partita, se vogliamo, manifesto di due modi differenti di intendere il pallone. Al dominio tecnico olandese – tredici reti segnate in quattro partite, con tanto di scalpo dei campioni del mondo francesi – si contrappose l’organizzazione, anche caratteriale, di Maldini e soci. Complicata dall’espulsione di Gianluca Zambrotta alla mezz’ora, le statistiche ben spiegano lo spartito della gara: più del 70% di possesso palla arancione, trentuno conclusioni a sei, due legni colpiti, altrettanti rigori (entrambi dubbi, va detto, uno parato da Toldo e l’altro finito sul palo) a favore.

Ma non tutti i catenacci sono uguali. Da Italia-Olanda del 2000 a Bosnia-Italia del 2026, giusto per prendere qualche nota. Si perchè ci passa tutta la differenza del mondo tra chi si conquistò una finale con le unghie e con i denti contro un avversario potenzialmente più forte e chi – guidato solamente dalla paura di non farcela – ha badato a difendere una misera rete di vantaggio davanti a una squadra inferiore che non aveva nulla da perdere. Per un Gattuso che cercava di abbottonarsi il più possibile c’è stato un Dino Zoff – non proprio il commissario tecnico più indimenticabile della storia – che in pieno assedio, a dieci minuti dal novantesimo, tolse Fiore per andarsi a giocare ultimi minuti e supplementari con il tridente Del Piero-Totti-Delvecchio. Nonostante l’inferiorità numerica.

Toldo e Totti, due simboli diversi

All’Amsterdam Arena non bastarono centoventi minuti di gioco. Ma ai calci di rigore la tenacia dell’undici italiano si conquistò il biglietto per l’ultimo atto, frantumando tra l’altro una maledizione che dagli undici metri ci colpiva inesorabilmente dagli Europei del 1980. Gli azzurri si consegnarono alla storia del pallone nostrano – impresa solo parzialmente graffiata dalla sfortunata finale persa contro la Francia per una questione di secondi – grazie alle parate di Toldo e al cucchiaio di Totti. Il primo alzò il muro senza mai tremare, il secondo miscelò tecnica, genio, personalità e forse («Con un gesto così o sei matto o sei bravo, e io sinceramente matto non lo sono…») un pizzico di follia. 

Il portiere e l’attaccante, ruoli esattamente all’opposto. Chi deve badare a non prenderle e chi, al contrario, ha il compito di metterla dentro. Due eroi per caso? Assolutamente no perché nella loro carriera sono stati rappresentanti di altrettante tipologie di intendere – almeno calcisticamente – il concetto di italianità.

Il campanile e la Nazione

Di Totti sappiamo ormai tutto: romano e romanista, rifiutò le squadre più grandi – serrata nel 2004 fu la corte del Real Madrid – pur di rimanere bandiera e simbolo nella sua Roma. Differente, invece, il percorso di Toldo. Nel 2001 lo cercò, con un ricco contratto il Barcellona. Lui, però, scelse l’offerta “al ribasso” dell’Inter: «I blaugrana mi offrirono un contratto quinquennale a cifre molto più alte. Ma rifiutai: volevo rimanere in Serie A, sono un patriota e volevo vincere titoli in Italia». E ancora:  «Se oggi le cose sono cambiate? So solo che, se dai la priorità alla lealtà verso un luogo o una squadra, non ti interessano i soldi che arrivano da fuori».

Campanile e Nazione, Nazione e campanile, le due anime che da secoli muovono l’Italia. Rinnovare il futuro, il tanto citato dossier redatto nel 2010 da Roberto Baggio per rilanciare il calcio nostrano e cestinato forse un po’ troppo frettolosamente dai vertici federali, aveva centrato il punto. Formazione, integrazione tra dati atletici e qualità tecniche, tecnologia. Ma soprattutto la crescita morale dell’uomo prima ancora di quella del calciatore

Marco Battistini

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