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Abbattiamo la Porta d’Europa

by Sergio Filacchioni
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Roma, 4 lug – La visita del Papa a Lampedusa è stata raccontata secondo un copione ormai perfettamente riconoscibile: l’arrivo sull’isola, la sosta davanti alla Porta d’Europa, lo sguardo rivolto al mare, l’incontro con una famiglia di migranti, il gesto simbolico del bambino che consegna un pallone. Tutto è vero, tutto è umano, tutto è comprensibile sul piano della commozione immediata. Ma proprio per questo tutto diventa anche politicamente problematico.

Perché Lampedusa, da anni, non viene più trattata come un confine reale dello Stato italiano e dell’Europa, ma come un luogo di legittimazione morale dell’accoglienza. È il santuario civile in cui il potere religioso, quello mediatico e quello progressista si ritrovano per dire sempre la stessa cosa: davanti alla sofferenza, la politica deve tacere. Nella sua omelia, infatti, Papa Leone XIV ha chiesto che “la dignità delle persone migranti sia rispettata” e ha richiamato con forza le istituzioni e i governi europei alle loro epocali responsabilità politiche: garantire il primo soccorso, accogliere e proteggere, promuovere e (ovviamente) integrare.

La Porta d’Europa e il regime dell’empatia

Per questo abbattere la Porta d’Europa non significa invocare un semplice ed effimero gesto iconoclasta contro un monumento. Le rivolte abbattono le statue; ma qui non è di pura e semplice rivolta che stiamo parlando. Significa piuttosto contestare radicalmente e senza compromessi la funzione ideologica che quel monumento ha assunto. Una porta, in ogni civiltà normale, serve a separare, ordinare, proteggere, permettere un ingresso regolato. La Porta d’Europa, invece, è stata trasformata in un simbolo rovesciato: non indica più un limite, quindi nemmeno un plus ultra, ma la sua cancellazione ontologica. Non rappresenta la sovranità di una comunità che decide chi entra e a quali condizioni, ma l’obbligo morale di aprirsi senza una vera discussione sulle conseguenze

Qui torna utile una vecchia riflessione di Adriano Scianca sull’empatia, sviluppata a partire dalle analisi dello psichiatra francese Serge Tisseron. Tisseron osservava come l’empatia sia diventata un totem contemporaneo, usato per spiegare e risolvere ogni questione, spesso senza definirla davvero. “Mettersi al posto dell’altro” può sembrare una formula nobile, ma se si trasforma in criterio assoluto impedisce ogni distanza critica. Una società che pretende di decidere immedesimandosi sempre nella vittima selezionata dal racconto mediatico rinuncia alla giustizia, alla politica, alla prudenza. Il diritto stesso nasce dall’idea opposta: non giudica chi è più capace di commuoverci, ma cerca una misura terza.

Il cristianesimo e l’umanità astratta

Nel caso dell’immigrazione, questo meccanismo è fin troppo evidente. Con il Papa in pellegrinaggio a Lampedusa poi, la sequenza emotiva è così forte da rendere quasi indecente ogni domanda generale. Eppure quelle domande restano. Chi governa i flussi? Chi stabilisce il limite? Chi risponde agli italiani e agli europei che vedono cambiare le proprie città, il proprio lavoro, la propria sicurezza, la propria continuità culturale? Chi ha deciso che l’Europa debba essere il luogo di compensazione materiale e simbolica di tutte le sofferenze del mondo? Lo storytelling umanitario funziona proprio così: non nega formalmente il problema politico, ma lo sposta fuori campo.

Il cristianesimo contemporaneo sembra ormai inserirsi pienamente in questo dispositivo. Non parla più all’Europa come a una civiltà storica, con radici, doveri, confini e responsabilità verso se stessa. Preferisce rivolgersi all’umanità astratta, all’uomo generico, al sofferente universale. Perché quando la sofferenza diventa superiorità morale, ogni forma, ogni gerarchia, ogni appartenenza viene sospettata di crudeltà. E in questa dinamica possiamo leggere una delle espressioni più compiute e perfette dell’egualitarismo cristiano: l’idea che tutte le differenze storiche e politiche debbano dissolversi davanti a un umano indistinto, senza volto e senza destino.

Chi non ha nemici non ha nemmeno amici

Ma la politica comincia proprio dove l’umanità astratta “non è”. Un popolo è una continuità storica, biologica, culturale, linguistica, spirituale. Può aiutare, può accogliere, può anche sacrificarsi entro una misura, ma non può essere chiamato a negare se stesso in nome di una compassione permanente. Quando questo avviene, la carità non può più sorreggere il disordine. Intanto i trafficanti continuano a prosperare, le Ong riempiono il vuoto lasciato dagli Stati, il capitale trova manodopera ricattabile, le periferie assorbono le tensioni e Lampedusa viene usata come scenografia della colpa europea.

Come dicevamo in un articolo precedente, ogni epoca va compresa a partire dalla sua domanda storica decisiva. La nostra è semplice da formulare, anche se difficile da affrontare: l’Europa vuole ancora essere una civiltà capace di decidere il proprio destino, oppure accetta di ridursi a spazio neutro, mercato aperto e piattaforma dell’accoglienza globale? A questa domanda non può rispondere la fotografia del Papa davanti al mare e nemmeno la commozione, che appartiene alla coscienza individuale ma non può sostituire il governo della storia. La compassione per chi soffre non può diventare il dispositivo con cui si impedisce agli europei di pensarsi come popolo, di difendere la propria casa e di stabilire un ordine. Una porta che può solo aprirsi non è più una porta ma un valico, una breccia, una tunnel. Il simbolo perfetto della civiltà dell’ultimo uomo, quello che “non ha un nemico al mondo” e, proprio per questo, non ha nemmeno amici.

Sergio Filacchioni

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