D Editore teorizza la violenza contro i “fascisti”, mentre l’eurodeputata di Avs denuncia il summit americano contro l’estremismo Antifa.
Roma, 14 lug – Ilaria Salis ha già emesso la sentenza. Il vertice convocato a Washington sul ritorno del terrorismo politico di estrema sinistra sarebbe un «surreale summit anti-antifa», organizzato per trasformare l’antifascismo in una forma di terrorismo e offrire una copertura internazionale alla repressione dei movimenti di sinistra. L’Italia, che secondo le ultime ricostruzioni dovrebbe essere rappresentata dal sottosegretario all’Interno Emanuele Prisco, viene descritta come una provincia obbediente dell’«estrema destra globale».
La Salis piange per il summit “anti-antifa” di Washington
La conclusione dell’eurodeputata di Avs è quella prevedibile: l’obiettivo non sarebbe contrastare gruppi violenti, ma «criminalizzare l’antifascismo e, più in generale, ogni forma di dissenso politico». Quindi la chiamata alle armi identitaria: «Uniti, senza divisioni. Siamo tutt* antifascisti». Peccato che, praticamente nelle stesse ore, una casa editrice abbia pensato di spiegare pubblicamente che cosa intende per antifascismo. D Editore, intervenendo nella polemica intorno alla fiera Più libri più liberi, ha scritto sul proprio profilo ufficiale: «Il fascismo si combatte con una violenza senza quartiere, con l’eliminazione fisica dei suoi gerarchi, con lo smantellamento dei suoi canali di divulgazione ideologica». Non una metafora particolarmente infelice sfuggita a un adolescente dietro un profilo anonimo. Non il commento isolato di qualche esaltato. È una dichiarazione pubblica, consapevole e rivendicata da una realtà editoriale. E compare nel contesto di una discussione che dovrebbe riguardare libri, espositori, documenti programmatici e libertà culturale. Si parte da una fiera editoriale e si arriva all’«eliminazione fisica».
D Editore non è un soggetto capitato per caso nella polemica. Nata nel 2016 nel quartiere romano di San Lorenzo, si definisce apertamente una casa editrice anarchica e libertaria, impegnata a portare nel dibattito italiano temi che spaziano dal pensiero anarchico al transfemminismo, dall’antirazzismo alla cultura punk. Sul proprio sito presenta l’attività editoriale non come semplice produzione culturale, ma come parte di una lotta politica: i libri vengono descritti come strumenti di emancipazione, gli eventi come atti di resistenza e le collaborazioni come alleanze strategiche contro l’ordine esistente.
Intanto D Editore invoca l’eliminazione fisica dei fascisti
Fin qui, naturalmente, siamo nel campo della radicalità culturale e dell’autorappresentazione militante. Ma il linguaggio scelto dalla casa editrice va oltre la consueta estetica antagonista. Nella pagina dedicata alla redazione, il fondatore e direttore editoriale Emmanuele Jonathan Pilia viene presentato anche come «mujahidun»; l’amministratrice Magda Crepas come «queerterrorista»; il responsabile dell’ufficio stampa come «dinamitardo»; l’art director come «addetto alle molotov». È certamente un lessico volutamente provocatorio e in parte giocato sull’ironia, ma non è un dettaglio insignificante quando dalla stessa realtà arriva una dichiarazione che invoca letteralmente l’eliminazione fisica degli avversari politici. Insomma, non siamo davanti a un editore neutrale che, nel corso di una polemica, ha adoperato accidentalmente una formula infelice. Siamo davanti a una struttura che ha costruito la propria identità pubblica sulla sovrapposizione tra editoria, antagonismo e immaginario insurrezionale.
Questo non significa che definirsi «dinamitardi» su una pagina internet costituisca un reato, né che una provocazione grafica equivalga a un progetto terroristico. Significa però che non si può invocare continuamente la dinamite, le molotov, il terrorismo e infine l’eliminazione fisica, salvo poi rifugiarsi nell’ironia o nella libertà culturale quando qualcuno prende sul serio quelle parole. A maggior ragione se il bersaglio non è un apparato repressivo, ma la presenza di libri e case editrici ritenute politicamente ostili dentro una fiera. È proprio qui che il piagnisteo di Salis diventa grottesco se paragonato a ciò che il suo stesso ambiente esprime: perché la presunta «criminalizzazione dell’antifascismo» viene denunciata mentre una parte dell’antifascismo militante fa di tutto per adottare, ostentare e normalizzare il lessico della violenza politica.
L’antifascismo e la normalizzazione della violenza politica
È precisamente questo il cortocircuito che il piagnisteo di Salis tenta di nascondere. Nessuno sostiene seriamente che dichiararsi antifascisti, leggere Gramsci o contestare il governo equivalga a fare parte di un’organizzazione terroristica. La questione è un’altra: che cosa accade quando l’antifascismo non indica più una posizione storica o politica, ma diventa la giustificazione preventiva della violenza contro persone considerate indegne di avere diritti? La formula adoperata da D Editore è chiarissima. Non si parla di sconfiggere una proposta elettorale, confutare un libro o impedire la ricostituzione del Partito fascista. Si parla di eliminazione fisica e distruzione dei canali di divulgazione. Prima i corpi, poi le idee. Una definizione del nemico sufficientemente elastica da poter comprendere militanti, giornalisti, editori, associazioni e semplici partecipanti a un evento culturale.
A quel punto diventa difficile sostenere che il problema sia stato inventato da Donald Trump o dal suo consigliere Sebastian Gorka. Il vertice statunitense nasce da una strategia che considera la violenza politica transnazionale una minaccia da affrontare attraverso la cooperazione e lo scambio di informazioni. Sono stati invitati rappresentanti di oltre sessanta Paesi e l’amministrazione americana punta esplicitamente l’attenzione sulle componenti violente riconducibili all’area Antifa. Si può discutere l’impostazione americana, contestarne le forzature e ricordare che Antifa non costituisce un’organizzazione unitaria dotata di tessere, vertici e catena di comando. Lo riconoscono anche diversi esperti di antiterrorismo. Ma la natura decentralizzata non cancella né le azioni violente compiute da singoli e gruppi che si richiamano a quell’identità, né la circolazione di un linguaggio che presenta l’aggressione fisica come una normale tecnica politica.
Perchè lamentarsi della repressione non basta
In senso strettamente giuridico, naturalmente, non basta un post per trasformare automaticamente una casa editrice o un’area politica in un’organizzazione terroristica. Il codice penale italiano collega la finalità terroristica a condotte capaci di arrecare grave danno e dirette a intimidire la popolazione, costringere i poteri pubblici o destabilizzare le strutture fondamentali di uno Stato. La valutazione penale spetta alla magistratura e deve poggiare su fatti, organizzazione e concrete capacità operative. Ma questa necessaria precisione non assolve il discorso politico. Chi invoca l’eliminazione fisica dell’avversario non può, pochi minuti dopo, rifugiarsi dietro la parola «dissenso». Chi trasforma l’antifascismo in un lasciapassare morale per la violenza non può indignarsi se le istituzioni cominciano a domandarsi quali reti, collegamenti e pratiche si sviluppino dietro quella retorica.
La domanda, allora, non è perché Trump voglia criminalizzare chiunque sia di sinistra. La domanda è perché un’area che parla apertamente di eliminazione fisica dovrebbe continuare a essere considerata soltanto una componente pittoresca del dibattito democratico. Salis pretende che tutto venga confuso: antifascismo costituzionale, militanza politica, protesta sociale, gruppi organizzati, aggressioni e teorizzazione della violenza. Basta inserire ogni cosa sotto la stessa etichetta e qualsiasi indagine diventa automaticamente repressione. È un trucco comodo, ma sempre meno credibile. Perchè quando le minacce, implicite o esplicite, vengono ignorate, minimizzate o protette in nome dell’appartenenza comune, il problema non è più la «criminalizzazione del dissenso». È la pretesa di ottenere l’impunità politica dichiarandosi antifascisti prima di indicare il bersaglio.
Vincenzo Monti