Roma, 13 lug – L’ammanco di 80 fiale di fentanyl all’Ospedale Israelitico di Roma ha attirato l’attenzione, fin qui comprensibilmente, su questa molecola, che può essere oggetto di abuso e indurre una dipendenza da oppiacei. Una dipendenza già conosciuta da noi con l’eroina e negli Stati Uniti con eroina e ossicodone, ma che con il fentanyl può assumere una forma, se possibile, ancora più aggressiva e grave.
Ormai tutti avranno visto almeno uno spezzone di documentario che mostra intere vie delle metropoli statunitensi popolate da spettri umani: persone che giacciono raggomitolate a terra, vagano con la lentezza dei morti viventi – almeno quelli di Romero – oppure rimangono bloccate come statue di sale, ripiegate su se stesse. Sembrano uccelli appoggiati sui fili della luce, immobili in strane pose contorte, con espressioni facciali spente o smorfie da “Urlo” di Munch.
La dipendenza da oppiacei che abbiamo smesso di vedere
Si tratta comunque di una dipendenza da oppiacei, alla quale noi abbiamo un po’ perso l’occhio per due motivi. Le scene dei tossicomani di strada, abbandonati sui prati, sulle panchine o negli androni dei palazzi, sono ormai lontane nel tempo. In parte perché le attuali modalità di consumo hanno visto una ripresa dell’uso per via fumata, in parte perché, a differenza dell’epidemia degli anni Settanta e della strage silenziosa degli anni Ottanta, oggi la malattia è curabile o quantomeno arginabile. Anche i prezzi degli stupefacenti sono scesi. Probabilmente perché, se è vero che gli spacciatori sono comunque “venditori di morte”, è loro interesse che questa morte arrivi il più tardi possibile e che le persone continuino a portare denaro, anche poco, per il maggior tempo possibile. Meglio, quindi, tossicodipendenti malati in maniera meno aggressiva e più funzionali, capaci di procurare denaro e anche meno “clamorosi” sul piano sociale.
Il fentanyl è più potente e produce anche questi effetti particolarmente vistosi, dovuti a una sua azione sui centri motori involontari. Ma non è così semplice da gestire. In dosi microscopiche può già risultare letale, per cui l’inizio dell’uso deve poter contare su dosaggi preparati con precisione. Chi è ormai assuefatto, invece, consuma quantità elevate ed è relativamente meno esposto all’overdose, raggiungendo spesso dosaggi corrispondenti a decine o centinaia di unità. Il rapporto tra i costi di produzione delle sostanze sintetiche e quelli dei semisintetici come l’eroina è favorevole, considerando sia il costo di produzione sia la potenza per mole di prodotto.
I quartieri del fentanyl come laboratori a cielo aperto
I quartieri del fentanyl negli Stati Uniti sono probabilmente, come lo erano le piazze di Scampia, laboratori a cielo aperto per studiare un nuovo modello del mercato degli stupefacenti. A Scampia l’idea era mantenere i tossicodipendenti in condizioni di non nuocere e attrarli con prezzi stracciati e disponibilità illimitata. Qui, invece, il punto sembra essere la gestione di ghetti naturali ad alta pericolosità teorica, ma di fatto monitorati dalle stesse organizzazioni. Da un lato, il mondo dello spaccio cerca di capire come generare dipendenze ad alta e lunga resa, una sorta di investimento sicuro. Dall’altro, tenta di rilanciare forme speculative: guadagni altissimi, con il rischio però di un esaurimento a medio termine, perché i consumatori diventano mentalmente e fisicamente incapaci di guadagnare e perfino di delinquere in maniera efficace.
Ottanta fiale equivalgono davvero a 20mila dosi?
Tornando al caso specifico, resta misterioso come si sia arrivati alla stima delle 20mila dosi, rimbalzata da un articolo all’altro. Una fiala di fentanyl da 10 millilitri contiene 0,5 milligrammi di principio attivo. Le 80 fiale corrispondono quindi complessivamente a 40 milligrammi. Un tossicodipendente da fentanyl, per esempio a Los Angeles, può consumare mediamente quantità di fentanyl illegale – non in fiale, ma solido o in polvere – pari a 60 compresse al giorno, ciascuna contenente una quantità media di 2 milligrammi, con valori compresi tra 0,02 e 5,1 milligrammi.
Facendo un calcolo, quindi, un consumatore ormai avviato e in una fase conclamata di dipendenza potrebbe assumere il contenuto di quelle fiale in meno di mezza giornata. Anche volendo dividere i 40 milligrammi contenuti nelle 80 fiale per la dose minima di 0,02 milligrammi, si otterrebbero 2mila dosi minime di fentanyl, peraltro irrilevanti per un consumatore dipendente.
Un patrimonio iniziale per una rete di spaccio?
Possono queste fiale costituire un patrimonio iniziale per una rete di spaccio? A dire il vero, si dovrebbe pensare che ogni fiala costituisca una singola dose – e allora le dosi sarebbero 80, non 2mila – oppure che qualcuno apra le fiale e ne divida il contenuto in dosi liquide da conservare in qualche modo, ciascuna composta da piccolissime quantità di liquido, inferiori al millilitro. È ancora meno probabile che qualcuno ne ricavi il residuo secco per poi suddividerlo in dosi letteralmente microscopiche. Ma anche ammettendo che ciò sia possibile, come potrebbe proseguire uno spaccio di fentanyl avviato in maniera così difficilmente ripetibile? Se lo scopo fosse iniziare alcune persone al consumo di fentanyl, a un costo chiaramente non elevato perché non ancora dipendenti, l’operazione finirebbe comunque lì. Accanto all’ipotesi che qualcuno abbia sottratto questa quantità con l’idea di ricavarne qualche soldo, vendendola in piccole dosi in maniera molto avventurosa e tecnicamente ardua, esistono dunque altre possibilità.
In Italia, la casistica relativa all’abuso di oppiacei potenti di origine farmaceutica è sempre stata di nicchia e riferibile soprattutto a chi ha accesso al farmaco: soggetti che possono falsificare i dati di un registro, simulare l’impiego per procedure mediche o sottrarre piccole quantità. Quando queste persone sviluppano una dipendenza vengono generalmente notate in tempi brevi, anche se non sempre denunciate, proprio perché nessuno vuole esporre l’ospedale a controlli e verifiche.
Certo, oltre all’ipotesi di un “Dr. House” interno, resta sempre possibile che qualcuno, poco esperto, si sia convinto di poter racimolare qualcosa mettendo in circolazione il fentanyl in una zona nella quale è ancora raro, a beneficio di chi non vede l’ora di provarlo. Un comportamento sicuramente rischioso, ma circoscritto e non necessariamente indicativo di un allarme criminologico più generale.
L’allarme che oscura il vero problema del fentanyl
La vicenda invita semmai a riflettere su un altro punto. Di fronte a un allarme alimentato da calcoli matematici completamente sballati, nessuno sembra porsi il problema di come si curi la dipendenza da fentanyl. Accade un po’ come con l’eroina, che tutti sono convinti si possa curare semplicemente con forza di volontà, disintossicazione e comunità. Il giornalismo continua a essere poco attento nell’informare e orientare chi dovesse averne bisogno o dovesse, in futuro, trovarsi ad affrontare il problema.
Anche se l’eroina viene considerata la sostanza più estrema e degradante, e quindi evitata perfino da chi è disposto a provarne molte altre, va ricordato che la dipendenza da eroina è curabile attraverso procedure standardizzate, a differenza di altre forme di dipendenza. Il pericolo più grande, rispetto a una possibile epidemia di fentanyl, è che non abbiamo ancora compreso né imparato come si cura, in generale, la dipendenza da oppiacei, neppure nella sua versione meno aggressiva. Su questo stesso giornale, però, abbiamo avuto più volte occasione di ricordarlo.
Dr. Matteo Pacini