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Senso del sacro, fiuto del gol: Mikel Merino e una Spagna tornata alle origini

by Marco Battistini
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Roma, 14 lug – L’Argentina di Lionel Messi, la Francia di Kylian Mbappé, l’Inghilterra di Jude Bellingham. Grandi campioni con numeri impressionanti capaci di confermarsi anche in questo tanto discusso Mondiale nordamericano. E poi c’è la Spagna: tutti aspettavano Lamine Yamal, è sbucato invece – silenzioso, in mezzo all’area di rigore – il preziosissimo Mikel Merino.

Un po’ centrocampista, un po’ attaccante

Una decina di minuti giocati tra ottavi e quarti di finale, due reti decisive. Prima l’imbucata che proprio sul gong ha fatto piangere CR7 – a proposito di stelle – nel derby iberico contro il Portogallo. Quindi la rete, alla Pippo Inzaghi, che ha rispedito a Bruxelles quel che rimane del fu perchè-è-così-forte Belgio. Un po’ centrocampista, un po’ attaccante il giocatore dell’Arsenal ha rischiato di non partire per la kermesse iridata. Una frattura da stress rimediata al piede destro l’ha portato sotto i ferri a inizio febbraio: da allora con il club campione d’Inghilterra aveva racimolato una mezz’ora scarsa a Premier League già in tasca.

Nonostante i dubbi (sulla condizione fisica) Luis De la Fuente, cittì della Spagna, se l’è portato con sé. Classe 1996, il buon Merino viene da Pamplona, città fondata dal generale romano Pompeo e cara allo scrittore statunitense Ernest Hemingway. 

Mikel Merino: “Viva San Fermin”

In questi giorni da quelle parti si festeggia la settimana di San Firmino. Famosa in tutto il globo per il suo encierro – la tanto discussa corsa con i tori per le vie del centro preliminari alla corrida (ma, come insegna Eraclito, il conflitto dinamico è sempre “padre di tutte le cose”) – rientra nel novero di tutta una serie di festività popolari tipicamente europee: dalla simbologia taurina al martire decapitato, arcaiche radici pagane sulle quali si è successivamente stratificato nel corso dei secoli il cattolicesimo romano

Viva San Fermin ha urlato Merino a favore di telecamera dopo il timbro alla selezione lusitana, messaggio poi ribadito sui social. Tra senso del sacro e fiuto del gol ha spiegato lo stesso calciatore: “San Firmino mi protegge. Ogni volta che siamo vicini alla festa mi capitano queste fortune”. Infatti c’è un altro precedente, ovvero a Stoccarda, il 5 luglio 2024, quando i padroni di casa hanno affrontato nella semifinale del campionato europeo i futuri campioni continentali. Merino entrò a dieci giri di lancette dal termine del tempo regolamentare: superfluo dire chi segnò, con un perfetto inserimento aereo da due passi, al minuto 119 dei supplementari.

La metamorfosi della Spagna

Ma sarebbe fuorviante, e probabilmente anche un po’ irrispettoso verso i compagni di squadra, sintetizzare il bel percorso spagnolo nel tempismo del suo numero sei. Laddove c’era una volta una generazione di abilissimi palleggiatori, capace di conquistare l’intero mondo calcistico, c’è oggi una selezione che sa vincere sporco, all’ultimo respiro, magari non convincendo appieno. Perché prima ancora delle qualità tecniche dei vari Xabi Alonso, Iniesta, Xavi, David Villa, Pedro c’era – appunto – l’agonismo originario delle furie rosse

Ma la Spagna di De la Fuente – al trentaseiesimo risultato utile consecutivo – vince soprattutto senza (quasi) mai subire gol. In parte all’italiana, se vogliamo. Un cambio di paradigma a suo tempo suggerito proprio dall’ambiente culturale: era il 12 luglio 2021 quando Marca – il maggior quotidiano sportivo spagnolo – proponeva il pallone d’oro congiunto per Giorgio Chiellini e Leonardo Bonucci. L’apologia del catenaccio direttamente dalla patria del tiki taka, eresia efficacemente sintetizzata un lustro più tardi nella concretezza mondiale di Mikel Merino. Francia (e Argentina o Inghilterra) permettendo.

Marco Battistini

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