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Parola a don Ambrogio Mazzai: il sacerdote-influencer che parla d’identità

by La Redazione
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Roma, 13 lug – Scisma lefebvriano, questione migratoria, apertura alle fedi diverse. La cronaca odierna sembra aver ridotto la dottrina cattolica a una faccenda di gossip politico. Il tutto, ovviamente, quasi mai interpellando i diretti interessati. Stiamo parlando dei sacerdoti e dei pastori che rappresentano la Chiesa cattolica, l’istituzione religiosa più antica e longeva del nostro continente.

A questa tendenza, a una narrazione che si fa pettegolezzo, abbiamo voluto ovviare andando al cuore della questione e intervistando don Ambrogio Mazzai. Il sacerdote veronese è salito agli onori della popolarità grazie al sapiente uso dei social, come TikTok e Instagram. Veicola messaggi di fede e dottrina, ma commenta anche, in chiave cattolica, argomenti di stretta attualità come la battaglia per la Remigrazione.

Intervista esclusiva a Don Ambrogio Mazzai

Per i lettori che non ti conoscono, ci piacerebbe fornire innanzitutto una breve presentazione. Ti va di raccontarci della tua vocazione?

Sono don Ambrogio, prete già da dieci anni, e ora sono parroco allo Spirito Santo a Verona. La mia vocazione è nata verso la fine delle superiori, quando ho cominciato a chiedermi cosa avrei voluto fare da grande. Una cosa che ho capito, e che forse è anche strana, è che a volte ci si fa delle aspettative sulla vita da prete. Ci si chiede, insomma, come sarà. Anche se avevo capito che era il tipo di vita che mi attraeva e che mi dava più pace interiore, devo dire che, quando sono effettivamente diventato prete, ho trovato qualcosa di ancora più grande di quanto mi aspettassi. Per questo sono estremamente grato della scelta che ho fatto e nella quale mi ha accompagnato il Signore. È quel tipo di scelta e di consapevolezza che, portata avanti, ti accompagna a viverla sempre meglio.

Oltre che sacerdote sei anche uno sportivo, un ciclista, hai scritto dei libri e hai intrapreso un percorso sui social. Quest’ultimo, in particolare, come nasce?

Devo dire che sono sempre stato diffidente verso il mondo dei social. Certo, avevo i miei account personali, li ho sempre avuti da quando avevo vent’anni, però non ne avevo mai fatto grande uso. È stato nel 2021 che un animatore della mia parrocchia mi ha spronato a usare TikTok e a creare dei contenuti, vedendo quanto i giovani utilizzassero quella piattaforma. A quel tempo già conoscevo TikTok, ma i contenuti erano molto superficiali e si limitavano magari ai balletti delle ragazzine. Adesso è già diverso e, se uno forma bene il proprio algoritmo, può trovare contenuti anche interessanti. Mi sono chiesto: cosa può dire un prete in un contenuto di pochi secondi che andrà in pasto a ragazzini ai quali magari della fede non interessa niente? Lui, comunque, ha insistito tanto. Alla fine ho provato e ho dovuto ricredermi. I miei contenuti hanno colpito molto e sono arrivate tante domande e richieste di approfondimento sulla fede e sulla vita cristiana.

Sembra che sui social ci fosse bisogno di contenuti diversi dalle classiche frivolezze. I giovani di cui parli hanno portato questo riscontro anche nella vita reale oppure è qualcosa che rimane limitato alla dimensione social?

Nella stragrande maggioranza dei casi rimane lì. Già il fatto che molte persone mettano like e interagiscano con il post va bene, perché significa che è stato apprezzato e guardato. Questo vale anche per chi, ovviamente, non apprezza e magari butta lì una critica. Su una piccola minoranza, che è quella che dà più soddisfazione, si riesce a ottenere qualcosa di più. Ci sono stati segnali di interesse anche nella vita reale, incontri nuovi e interessanti e una fetta di persone, ancora più piccola, che ha proprio cambiato vita, decidendo magari di intraprendere un percorso seminariale. Questo ripaga della fatica e della negatività che spesso comporta esporsi al pubblico.

Criminalità giovanile e crisi dei modelli educativi

Abbiamo parlato di giovani e ora ci piacerebbe toccare un aspetto della condizione giovanile ben diverso dalla vita di fede: quello della criminalità. Una criminalità giovanile che è in aumento, anche nella tua Verona, soprattutto quando parliamo di reati come spaccio, rapine e piccoli furti. Tu, da sacerdote, come leggi il fenomeno?

Ti dico questo: nella mia vita ho sempre guardato i miei genitori con ammirazione per il grande senso della giustizia che mi trasmettevano. Hanno sempre messo la giustizia al primo posto, anche a costo di pagare in prima persona e di subire delle ingiustizie. Sono cresciuto con l’idea che la giustizia valga più dell’inseguimento del beneficio personale. Questa, secondo me, è la potenza della testimonianza offerta dalle figure genitoriali. Quando la figura del genitore viene a mancare, perché magari gli stessi genitori si preoccupano più della propria vita personale che di trasmettere qualcosa al figlio, è chiaro che si finiscano per emulare altri modelli. Certi messaggi veicolati da questi nuovi idoli, magari attraverso la musica, si traducono in valori negativi. Sembra quasi che la vita del bulletto, del maranza o del criminale sia più forte e attraente proprio in virtù del compimento di qualche reato. Il fatto che siamo bombardati da queste notizie e che la microcriminalità sia una presenza costante ci porta a pensare che tutto questo sia normale, che tutto rimanga impunito. È pericoloso, perché dà l’idea che tutto sia possibile e tutto sia lecito.

Pensi che queste mode, come la musica che veicola un determinato stile di vita deviato, riescano ad attecchire sui giovani anche in virtù della mancanza di una visione religiosa?

Sicuramente. Fosse anche solo perché, se hai uno stile di vita religioso e credi in qualcosa, anche al di là della giustizia terrena vuoi comportarti bene davanti al Signore, anche nel privato. Nel mio piccolo voglio comportarmi in maniera integra non tanto per il senso della punizione o del premio, quanto per l’idea di voler essere una persona giusta. Se questo manca, quali freni può avere una persona nella propria moralità? Non c’è nessuno che ti impedisca di fare ciò che vuoi, non c’è un riferimento che ti insegni a comportarti in modo retto.

La crisi del cattolicesimo in Occidente secondo Mazzai

Il cattolicesimo è in crescita nel mondo, specialmente in Sud America e in Africa, ma è in forte calo in Occidente e, in particolar modo, in Italia. Trovi che l’istituzione ecclesiastica possa avere una responsabilità in questo declino proprio nella sua culla, ovvero l’Occidente?

La responsabilità c’è sempre. Più che dell’istituzione della Chiesa, parlerei della responsabilità dei pastori, tra i quali mi metto anch’io. Se siamo diventati meno significativi, forse è anche colpa nostra, sebbene ci siano guide e vescovi che sono sante persone. Credo però che il motivo principale sia un altro. Quando una persona sostituisce Dio con un altro “dio”, che viene dal benessere o dal denaro, è chiaro che la fede venga meno. Tutti noi crediamo in qualcosa, in un idolo al cui servizio ci mettiamo. Se sostituiamo Dio con altri idoli, legati alla condizione economica e sociale, il punto di arrivo è questo.

Parlando di idoli moderni, tu tocchi spesso argomenti di attualità in modo anche non convenzionale per una Chiesa o per dei pastori che cercano di essere quanto più progressisti possibile, quasi per allargare il pubblico al quale si rivolgono. Questa tua visione, diciamo più tradizionale, ti porta riscontri positivi o negativi?

Guarda, più che parlare di tradizione o progressismo, categorie con le quali sembra di voler adattare il linguaggio politico alla Chiesa, io cerco di essere quanto più fedele possibile alla Chiesa e alla Parola di Dio. Questa è la nostra fedeltà. Sono convinto che anche gli altri pastori seguano lo stesso ragionamento, ma penso che il punto risieda nel linguaggio. Io ritengo importante, nei confronti di un mondo che ha perso le basi, tornare proprio a una base fondamentale per comunicare con le persone che l’hanno smarrita. Altri ritengono importante avviare un dialogo a partire da quello che il mondo pensa, per poi arrivare a una via verso la fede. Non è detto che entrambe le strade siano giuste, così come non è detto che siano sbagliate. Questo va bene, perché c’è chi ha più bisogno dei miei contenuti e chi ha più bisogno di altri contenuti. Dopodiché, io sono dell’idea che non dobbiamo cercare un compromesso tra la nostra fede e quello che pensa il mondo. Il compromesso ha il peccato di diluire la nostra fede. Credo che arriveremo in un’epoca nella quale cercare il compromesso non avrà più senso, proprio per evitare di perdere noi stessi.

Immigrazione, Remigrazione e identità cristiana

In un’epoca sempre più polarizzata, tu hai parlato nei tuoi reel di immigrazione e Remigrazione. Nei commenti si notava una grande sorpresa e un forte sostegno da parte dei fedeli sul tema dell’immigrato che ha diritto, prima di emigrare, soprattutto a rimanere nel proprio Paese. Alcuni pastori, invece, tendono a dipingere l’immigrazione come un diritto allo sradicamento e alla ricerca della felicità ovunque si voglia. Questo strizzare l’occhio a persone che non condividono nemmeno la religione cristiana non pensi possa, a lungo termine, procurare problemi alla stessa Chiesa?

Sul futuro nessuno ha certezze, ovviamente. È naturale che ora la Chiesa debba fare i conti con una realtà, anche qui in Italia, diversa da quella del passato. Ora ci sono persone che non sono cristiane e quindi la Chiesa deve porsi la domanda su come interloquire con loro. È una questione che, se vogliamo, accompagna la Chiesa fin dai tempi in cui i primi cristiani arrivarono nell’Impero romano ed erano una minoranza. Siamo ancora una minoranza, nel senso che, se escludiamo chi è battezzato ma non vive minimamente la vita cristiana, siamo una piccola minoranza. Dobbiamo quindi capire come porci nei confronti di tutte queste persone che non sono cristiane. Trovare il modo giusto di farlo, senza diluirci, perdere la nostra identità o svenderci, è ancora una strada da percorrere. Oggi ci sono visioni diverse e bisogna capire dove ci porteranno.

Le divisioni nella Chiesa e il caso lefebvriano

Di recente le vicende ecclesiastiche sono tornate alla ribalta per lo scisma dei lefebvriani. Sembra che ogni gruppo in disaccordo con la gestione centrale decida di costruire una propria Chiesa, piuttosto che cercare una conciliazione, anche andando incontro a certe istanze che sono in crescita: istanze meno tendenti al compromesso e più intransigenti. Pensi che certe fratture possano essere ricomposte? Come può la Chiesa affrontare serenamente il futuro con queste divisioni?

Beh, certo. Lo scisma attuale non ha radici recenti e, se vogliamo, risale già al tempo del pontificato di Papa Francesco. Io personalmente, al di là di queste diverse visioni, vedo persone che credono in Dio e che vogliono vivere una vita cristiana. Penso che questo sarà ciò che ci porterà a ritrovarci insieme. Le centinaia di persone che hanno davvero a cuore la via del Signore non le perderemo mai, perché un giorno torneremo tutti nella stessa casa, che è la casa del Padre.

Marco Scarsini

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