Roma, 7 lug – Alla fine il patentino antifascista di Più libri più liberi ha fatto la fine che meritava: un bel passo indietro. L’Associazione italiana editori aveva chiesto alle case editrici interessate a uno stand di sottoscrivere una dichiarazione ai “valori antifascisti”. Ora annuncia che verranno prese in esame tutte le domande, comprese quelle degli editori che quella firma non l’hanno messa. Traduzione dal burocratese: il filtro ideologico non ha retto alla pressione organizzata.
La vicenda era nata come risposta amministrativa alle polemiche dello scorso anno su Passaggio al Bosco. Non una violazione di legge, non un problema giudiziario, ma il solito trauma del progressismo culturale davanti a un editore non conforme capace di attirare pubblico, lettori e curiosità. Da lì l’idea del modulo: non basta rispettare la legge e rispondere del proprio catalogo, bisogna anche certificare la propria compatibilità morale con il recinto antifascista.
Più libri più liberi si arrende e cede sul patentino antifascista
Il Primato Nazionale lo aveva scritto subito: firmare quel modulo era, e resterà, sbagliato. Non per posa, nostalgia o provocazione, ma perché il principio era inaccettabile. Una fiera del libro può chiedere agli editori di rispettare le norme vigenti. Non può trasformare l’accesso a uno spazio culturale in una dichiarazione di conformità politica. Per questo il dietrofront di Aie non va letto come un gesto di generosità, ma come il risultato di una pressione riuscita. E soprattutto va rivendicato il ruolo di chi ha detto No. Non di chi si stava già preparando al solito equilibrismo: “firmiamo per furbizia”, “così li freghiamo”, “poi dentro facciamo quello che vogliamo”. A smentire la furbizia dei furbi è stata la realtà. Se tutti avessero firmato, gli organizzatori avrebbero potuto presentare la clausola come una procedura normale. Il precedente sarebbe stato creato: quest’anno l’antifascismo, domani un’altra formula morale, dopodomani un altro bollino di rispettabilità. Invece il rifiuto ha aperto il caso e ha fatto emergere l’assurdità del meccanismo.
Il “No” è arrivato in modo netto e trasversale
Il dato più interessante è che tra chi non ha firmato non ci sono soltanto editori collocabili nell’area non conforme o dichiaratamente di destra. Secondo quanto emerso, il rifiuto ha coinvolto anche case editrici come La nave di Teseo e Nottetempo, oltre a Settecolori, Liberilibri, Idrovolante, Eclettica e ai marchi legati a Pietro D’Amore. È qui che il dispositivo si è inceppato. Perché il patentino funziona solo se può essere presentato come una diga contro i “cattivi”. Ma quando a rifiutarlo sono anche editori non arruolabili nella solita caricatura, la favola crolla. Ora gli organizzatori parlano di “serenità” mancata e di formulazione da rivedere per il 2027. Bene, ma non basta. Perché il problema non era la formula scritta male. Era il principio. Chiedere a un editore di professarsi antifascista per avere uno stand significa spostare il criterio di accesso dal rispetto della legge all’adesione ideologica.
Un punto segnato dalla non rassegnazione
Il patentino non è decaduto perché qualcuno ha trovato una scorciatoia intelligente. È caduto perché qualcuno si è rifiutato di legittimarlo. E questa è la lezione da tenere a mente per la prossima volta, perché arriverà: in una sala comunale, in una fiera, in un bando, in un modulo qualsiasi. Cambierà il lessico, non il meccanismo. Ma il punto che va ribadito è che il lettore non ha bisogno di commissari politici che lo “proteggano”: ha bisogno di libri, cataloghi, idee, anche scomode, anche lontane dal salotto buono. Per adesso il patentino sembra essere saltato e la libertà editoriale ha segnato un punto importante. Non per gentile concessione degli organizzatori, ma perché qualcuno ha ricordato che non si entra nella cultura con la testa bassa e il modulo in mano.
Sergio Filacchioni