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Ritorno a Camelot, la “mafia antifascista” non deciderà mai chi può esistere

by Sergio Filacchioni
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Roma, 3 set – Attorno a Ritorno a Camelot, il raduno organizzato dal Veneto Fronte Skinheads a Pietramurata, nel comune trentino di Dro, la sinistra italiana ha costruito in pochi giorni qualcosa che va ben oltre la normale opposizione politica. Interrogazioni parlamentari, petizioni, appelli alla Prefettura, pressioni sul Viminale, mobilitazioni di piazza e soprattutto una campagna social dai toni sempre più aggressivi hanno accompagnato la richiesta di impedire preventivamente lo svolgimento dell’iniziativa.

Il problema, come al solito, non è cosa si pensi del Veneto Fronte Skinheads, dei gruppi presenti o dell’immaginario politico di Ritorno a Camelot. Il problema è stabilire se in Italia esistano soggetti politici e sociali capaci di arrogarsi il diritto di decidere chi possa riunirsi, dove possa farlo e quali territori debbano essere considerati loro proprietà feudale.

Ritorno a Camelot si farà, che a Bonelli piaccia oppure no

Le autorità, almeno per il momento, hanno risposto in maniera abbastanza chiara. Il Comitato provinciale per l’ordine e la sicurezza pubblica non ha individuato elementi giuridici sufficienti per vietare un evento organizzato in uno spazio privato. La scelta è stata quindi quella prevista normalmente in uno Stato di diritto: controllare, prescrivere, vigilare e perseguire eventuali reati qualora vengano commessi. Per questo sono stati mobilitati fra i 120 e i 140 uomini delle forze dell’ordine, anche con personale destinato a verificare ciò che accade all’interno della struttura. È precisamente questa soluzione perfettamente normale, però, che una parte della sinistra sembra non riuscire ad accettare. Angelo Bonelli ha chiesto ripetutamente a Matteo Piantedosi di applicare la legge Mancino e impedire il raduno, arrivando poi a definire il ministro dell’Interno «protettore di CasaPound e dei naziskin» e accusando il governo di strizzare l’occhio alla destra neofascista. Il Pd ha portato il caso in Parlamento, associazioni e sindacati hanno consegnato un appello alla commissaria del Governo, mentre amministratori locali hanno sostenuto pubblicamente la necessità di fermare l’iniziativa.

La cattiva coscienza della sinistra

Eppure, prima di impartire lezioni a Piantedosi, Bonelli e compagni avrebbero parecchi conti da fare in casa propria. Tre anni di mobilitazioni pro-Palestina sono stati segnati anche da cortei degenerati in scontri con le forze dell’ordine, occupazioni, assalti e danneggiamenti, fino alle decine di misure cautelari disposte a Torino per episodi avvenuti tra il 2023 e il 2025. Nel frattempo pezzi della sinistra istituzionale hanno coltivato una contiguità politica, quando non una vera e propria connivenza, con l’universo No Tav, Askatasuna e dell’antagonismo organizzato: alla manifestazione nazionale in solidarietà con Askatasuna del 31 gennaio aderirono esponenti di Avs, mentre lo stesso Viminale ha ricostruito la presenza, nelle assemblee preparatorie, di una galassia comprendente antagonisti, No Tav, sindacalismo di base e realtà straniere. E la rete arriva oltre confine: nel 2024 Amedeo Ciaccheri, presidente dell’VIII Municipio romano espressione della sinistra ecosocialista, consegnò nella sede istituzionale una targa con il simbolo di Roma Capitale a Raphaël Arnault, fondatore della Jeune Garde Antifasciste, poi sciolta dal governo francese. Infine c’è n’è anche per il Nazareno: il caso Paolo De Rosa, già ai vertici della trasformazione digitale di Palazzo Chigi e poi inserito nel gruppo di lavoro del Pd sulle politiche digitali. De Rosa figura tra i fondatori di AI ODV, l’associazione che secondo la documentazione dello stesso universo Autistici/Inventati gestisce legalmente i suoi server e attraverso cui vengono raccolte le donazioni, mentre Autistici/Inventati è finita nel mirino delle sanzioni statunitensi per il supporto alle attività terroristiche antifasciste. È legittimo domandare alla sinistra che oggi pretende divieti, scioglimenti e interventi preventivi contro gli avversari: quando arriveranno le interrogazioni parlamentari su questa rete di rapporti, legittimazioni e frequentazioni? Il problema della violenza politica esiste in Italia e in Europa, e ha un bel colore rosso.

Ilaria Salis predica male ma razzola all’Europarlamento

E giustamente il passaggio più significativo è quello compiuto da Ilaria Salis, l’ex-detenuta e militante antifascista che nel 2023 si trovava in Ungheria per una strana forma di turismo. L’eurodeputata scrive che Ritorno a Camelot «dovrebbe essere vietata, senza tante storie» e conclude dichiarandosi dalla parte di «tutti gli antifascisti che, ciascuno a proprio modo, hanno contestato e contesteranno questo ignobile raduno». Il punto è tutto in quelle quattro parole: «ciascuno a proprio modo». Non un invito diretto alla violenza, ma l’ambiguità è politicamente grave, specialmente da chi è stato accusato da Budapest di far parte di una rete europea la cui peculiarità democratica era l’uso del martello sulle teste dei propri obiettivi. Mentre sindaci e organizzatori della manifestazione di oggi parlano esplicitamente di una protesta «pacifica e democratica», Salis sceglie una formula molto più larga, che non stabilisce alcun confine fra contestazione politica, pressione militante e forme di azione più aggressive. E quando un rappresentante delle istituzioni adopera scientemente un linguaggio simile nel mezzo di una mobilitazione caratterizzata da un dispositivo di ordine pubblico eccezionale, non può poi fingere che le parole siano semplicemente rumore di fondo.

Un evento normale trasformato in emergenza nazionale

È così che un evento si trasforma in un’emergenza democratica, e poi in un problema di sicurezza che eccede le intenzioni degli organizzatori. La “mafia antifascista”, di cui abbiamo parlato più volte, è proprio questo metodo politico fondato sull’accerchiamento sociale. Prima si stabilisce che una determinata presenza è moralmente intollerabile. Poi si chiede alle istituzioni di proibirla. Se le istituzioni rispondono che non esistono le condizioni giuridiche per farlo, si denuncia lo Stato come complice. Infine si mobilita la piazza affinché dimostri materialmente che quella presenza, pur legale, non può mettere piede in un determinato territorio. Il diritto viene così sostituito da una sorta di diritto di veto politico esercitato attraverso la pressione collettiva. È un meccanismo che andrebbe guardato per ciò che è, indipendentemente dalle simpatie. Ed è inutile fingersi moderati, il principio diventa pericoloso proprio quando viene applicato al soggetto che piace di meno. Se la legalità dipende dalla capacità di una parte politica di mobilitare abbastanza persone, amministratori e giornali contro un avversario, non siamo più davanti alla difesa dello Stato di diritto, ma davanti alla pretesa di sostituirsi alla legge.

La retorica territoriale utilizzata in questi giorni rende la questione ancora più evidente. «Qui non c’è spazio», «il Trentino non può diventare», «quel raduno va fermato»: espressioni politicamente comprensibili come dichiarazioni di dissenso, ma che diventano qualcosa di diverso quando pretendono di produrre conseguenze interdittive. Non esistono territori nei quali una parte politica possa dichiararsi proprietaria dello spazio pubblico o privato e stabilire chi abbia diritto a entrarvi. Non esiste un Trentino della sinistra, come non esiste una città, una piazza o una provincia sulla quale il Pd possa esercitare una sovranità parallela. La manifestazione antifascista prevista oggi partirà alle 17 da piazza del Mercato a Pietramurata, con cinque pullman annunciati da Trento e un percorso concordato con le autorità; la Gardesana sarà chiusa per diverse ore proprio per impedire contatti fra i due schieramenti.

Mai cedere un millimetro alla mafia antifascista

Proprio per questo le parole pronunciate in queste ore contano. Se si trascorrono giorni a spiegare che un evento autorizzato non dovrebbe poter esistere, che chi lo permette è complice, che un territorio deve respingerlo e che ciascun antifascista potrà contestarlo «a proprio modo», ci si assume anche la responsabilità politica per il clima e le azioni che si contribuisce a creare. Ed è precisamente questo che la mafia antifascista vuole dimostrare sfacciatamente: che alcune libertà siano tali soltanto finché vengono esercitate dalle persone giuste. Che una manifestazione autorizzata possa essere resa impossibile attraverso l’accerchiamento politico. Che esistano territori da dichiarare proibiti agli avversari. Che la piazza possa ottenere ciò che la legge non consente allo Stato di imporre. A Dro la questione supera di molto il Ritorno a Camelot del VFS. Si tratta di non cedere un millimetro all’arroganza di una sinistra sempre alla ricerca di un mostro da sbattere in faccia all’opinione pubblica.

Sergio Filacchioni

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