Roma, 6 ott – Paolo Borsellino, il pomeriggio del 19 luglio 1992, saltò in aria per l’esplosione di una Fiat 126 usata come bomba. O, forse, la bomba era piazzata in un cassonetto della spazzatura e collegata al citofono del condominio in cui abitava la madre del giudice. Cinquantasette giorni prima era saltato in aria un altro giudice e amico fraterno di Paolo, Giovanni Falcone. Con loro morirono Francesca Morvillo, magistrato e moglie di Falcone, e otto agenti della scorta in tutto.
Trentaquattro anni dopo, il Tribunale di Palermo ha accolto l’istanza della Procura cittadina di archiviare l’indagine. Dalle seicento pagine della sentenza apprendiamo che, con molta probabilità, i due giudici antimafia sono stati ammazzati perché lavoravano all’indagine “Mafia-appalti”. Avevano intuito che la mafia ormai faceva affari con imprenditori e politici e si stava muovendo in quella direzione per spartirsi mazzette e incarichi milionari su cui lucrare.
Seicento pagine e una verità ancora a metà
Seicento pagine nelle quali il giudice Santi Bologna mette nero su bianco che nel Tribunale di Palermo vigeva un clima ostile nei confronti dei due magistrati, allontanati e isolati, e che erano superiori ai colleghi per capacità professionali. Sperando, per quei colleghi, che lo fossero soltanto sotto questo aspetto. Seicento pagine e trentaquattro anni, però, non bastano a identificare i colpevoli, mentre ci consegnano sospetti inquietanti su alcuni togati che operavano nella Procura palermitana. Una mezza verità che non vale a nulla. I giudici sono stati ammazzati probabilmente perché avevano visto giusto – e questo, più di ogni altra cosa, ce lo dice la loro esecuzione – ma non sappiamo chi sia stato. La sola certezza che sembra emergere dalle centinaia di pagine della sentenza riguarda l’attività dell’allora magistrato Roberto Scarpinato, oggi senatore del MoVimento 5 Stelle, nei confronti dell’ex sostituto procuratore di Palermo Gioacchino Natoli: depistaggio. Il riferimento è alla riunione del 14 luglio 1992, nella quale proprio Scarpinato e il suo collega Lo Forte avevano archiviato il filone “Mafia-appalti” senza darne notizia al giudice Borsellino, che indagava.
Scarpinato, dalla Procura alla Commissione antimafia
Strano destino. Oggi l’ex giudice Scarpinato – ritratto in passato insieme al leader del Movimento 5 Stelle Giuseppe Conte proprio in occasione di una manifestazione contro i depistaggi e per contestare la conduzione della Commissione parlamentare antimafia presieduta da Chiara Colosimo, di Fratelli d’Italia – siede nella stessa Commissione parlamentare antimafia. Praticamente, è come avere un imputato tra le fila della giuria. Ebbene sì, perché grazie al suo ruolo in Commissione, il giudice-senatore che è stato un magistrato chiave della Procura di Palermo – e molto probabilmente lo è ancora – nonché un protagonista della cosiddetta “stagione delle stragi”, può giudicare l’operato dei colleghi con cui ha lavorato per anni. Ma, soprattutto, potrebbe beneficiare della propria posizione per “controllare sé stesso” rispetto a filoni d’indagine, procedimenti e depistaggi di cui si è già occupato in passato. A sollevare altre polemiche, non meno importanti, sono poi le intercettazioni telefoniche con l’ex magistrato Gioacchino Natoli, di cui avevamo già dato notizia su queste colonne. Quelle nelle quali Scarpinato definiva Borsellino un “coglione” e concordava con Natoli le domande: «Io ti alzo la palla».
Il paradosso dell’«onestà»
Scarpinato, dal canto suo, oggi bolla come false queste accuse e, anzi, le definisce a sua volta “depistanti”. Solo il disincanto del tempo – e, purtroppo, non questa magistratura – ci dirà se queste parole, e questo gioco di parole, siano soltanto il frutto di un’incorreggibile faccia tosta o se diventeranno invece un “giogo” capace di portare finalmente giustizia. Giusto per dare un senso vero a quel 23 maggio e a quel 19 luglio di ogni anno. Paradossalmente, un’altra indagine parallela a questa va in prescrizione proprio in questi giorni. Quella che riguarda Gioacchino Natoli e il giudice Giuseppe Pignatone e per la quale, trentaquattro anni dopo, nonostante tutto, il giudice per le indagini preliminari sostiene che l’inchiesta debba proseguire. Magari questa volta si farà giustizia. E a Scarpinato verrà data la possibilità di tornare a quel grido delle origini: «Onestà!». Forse proprio dai banchi della Commissione parlamentare che oggi occupa e dai quali nessuno può chiedergli le dimissioni. Se non, appunto, l’onestà.
Tony Fabrizio