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Al largo di Gaza senza un punto di vista: lo “strano” caso degli influencer di destra in gita a Tel Aviv

by Sergio Filacchioni
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Roma, 15 ott – «Ciao ragazzi, siamo in Palestina e come potete vedere non siamo esplosi. Quindi niente, forse state solo esagerando». Con questa storia Instagram, si è aperto il viaggio in Israele dei creator di destra Arina Santini e Riccardo Maria Bruno, detto Rick. Santini ha dichiarato di essere stata invitata dal ministero degli Esteri israeliano; Bruno ha pubblicato immagini della barriera con Gaza, del memoriale del 7 ottobre e persino di un fast food, la cui clientela dovrebbe smentire le accuse di apartheid. Le fotografie con i mezzi militari e i commenti geopolitici compongono un reportage nel quale ciò che resta fuori dall’inquadratura sembra cessare di esistere.

Inutile dire che trovarsi lungo il confine, nella parte israeliana, non equivale a osservare ciò che accade nella Striscia, così come mostrare una località israeliana a caso non informa sulle condizioni dei palestinesi. Se nel settembre 2025 una commissione indipendente d’inchiesta delle Nazioni Unite ha concluso, esaminando operazioni militari e dichiarazioni dei dirigenti israeliani, che Israele ha commesso genocidio a Gaza, quelle conclusioni non si confutano passeggiando davanti a un reticolato. Ma ormai la riduzione della realtà all’esperienza personale, subito trasformata in contenuto, permette di vendere la superficialità come anticonformismo.

Quando la provocazione incontra la propaganda

Su queste pagine avevamo già affrontato il problema degli influencer di destra, soprattutto attraverso i casi di Simone Carabella e Ferenc Venturelli. Il meccanismo era quello della provocazione filmata per ottenere notorietà, fino a far scomparire il problema politico dietro il personaggio. Il viaggio israeliano aggiunge un ulteriore passaggio dentro questo triste corsus honorum della destra social, perché è evidente a chiunque disponga di un innato senso critico che il contesto nel quale nasce il contenuto può essere facilmente predisposto da un’istituzione interessata a orientarne la rappresentazione. A prescindere, questo sia chiaro, da ciò che i vari personaggi pensano veramente di fare, o dimostrare. La testimonianza sembra spontanea, e probabilmente lo è, nessuno pensa che l’IDF o il Mossad mettano in mano ad un content creator il copione da recitare. Ciò che non è spontaneo è l’itinerario e gli accessi che definiscono ciò che il pubblico vedrà. Il principio è abbastanza semplice: se facessimo un video da L’viv, nell’Ucraina occidentale, staremmo forse dimostrano che su tutta l’Ucraina non piovano bombardamenti? Insomma, la strategia israeliana è abbastanza evidente e comprovata senza bisogno che qualcuno seduto sulla riviera di Acri o di Haifa ci dica che in realtà, la vita lì è proprio una pacchia.

Nell’agosto 2025, infatti, il ministero israeliano per gli Affari della Diaspora aveva accompagnato influencer americani e israeliani presso strutture di distribuzione degli aiuti a Gaza, presentando le immagini dei depositi come smentita delle denunce sulla carestia. In ottobre The Times of Israel, sulla base di documenti depositati al dipartimento di Giustizia statunitense, ha ricostruito una campagna finanziata dal governo israeliano per diffondere messaggi attraverso creator americani. Quell’operazione riguarda soggetti diversi dai due italiani, ma ne rende evidente il principio comunicativo: sfruttare il rapporto fiduciario tra influencer e pubblico per conferire a una narrazione istituzionale l’aspetto di una scoperta personale. E così quella destra digitale che ha avuto il merito di conquistare nuovi spazi, in un ambiente reso più favorevole alla circolazione dei contenuti politici anche dalle revisioni annunciate da Meta nel gennaio 2025, finisce per seguire con ritardo un modello americano in cui convivono divulgatori capaci di rendere popolari idee prima confinate nei circuiti militanti e personaggi che utilizzano la politica come settore del mercato dell’attenzione. La notorietà di questi ultimi, però, non equivale a una crescita politica dell’ambiente che pretendono di rappresentare, soprattutto quando i contenuti vengono selezionati in funzione della loro capacità di produrre reazioni piuttosto che di esprimere una posizione riconoscibile.

Il sovranismo di importazione statunitense

È soprattutto in politica estera che emerge il limite culturale di questa trasformazione. Una parte di questa destra italiana importa dall’America conservatrice non soltanto forme espressive, ma una gerarchia di nemici, alleati e priorità senza interrogarsi su un punto di vista italiano o europeo. Anti-wokismo, ostilità all’Islam e identificazione acritica con Israele compongono un repertorio che definisce le proprie posizioni in opposizione al progressismo occidentale. Così chi rivendica sovranità e indipendenza culturale davanti a uno schermo finisce per schierarsi dentro conflitti definiti altrove, esaurendo di fato quel ruolo “anti-conformista” che aveva costruito il suo successo. La dipendenza è evidente proprio quando l’accesso a un luogo viene scambiato per conoscenza. Il creator si presenta come alternativa ai media tradizionali e contemporaneamente affida a chi organizza la visita la scelta di ciò che merita di essere visto. Continua a parlare di libertà, identità e opposizione al sistema, offrendo però a un potere già organizzato un ulteriore canale di distribuzione. Bastano gli interessi convergenti a definirne il ruolo: il creator cerca accessi privilegiati e contenuti, l’istituzione credibilità presso pubblici difficili da raggiungere direttamente.

Costa stanno facendo le vacanze a Tel Aviv

La questione, in definitiva, non riguarda certo il destino della comunicazione politica, ma quello di un capitale di attenzione, consenso e riconoscibilità conquistato dal basso, spesso attraverso un risentimento autentico verso l’egemonia culturale progressista. L’emergere di nuove figure capaci di raggiungere pubblici estranei ai circuiti tradizionali della destra avrebbe potuto favorire la costruzione di un punto di vista autonomo, finalmente libero tanto dai riflessi dell’antifascismo istituzionale quanto dalle vecchie subalternità del conservatorismo italiano. Una parte di questo ambiente sembra invece aver trovato la propria collocazione naturale nel mainstream concorrente, quello neoconservatore americano. Così una contestazione nata contro il conformismo progressista finisce per esaurirsi nell’adesione a un altro conformismo, dotato di risorse, istituzioni e apparati di influenza certamente non meno consistenti.

Il problema non è dunque che la destra degli influencer abbia smesso di essere antagonista nei modi, ma che rischi di non esserlo mai stata nei contenuti. Dopo aver conquistato una visibilità che avrebbe permesso di introdurre temi, priorità e interpretazioni estranei al dibattito dominante, una parte dei suoi protagonisti sembra accontentarsi di ripetere, con qualche parolaccia e un linguaggio più giovane, quello che il conservatorismo atlantico sostiene da decenni. È questa l’occasione politica che si sta dissipando nelle vacanze a Tel Aviv: trasformare un sentimento diffuso di insofferenza verso il mainstream progressista in una prospettiva autonoma, anziché consegnarlo a un mainstream di segno opposto. Perché la vera misura di questa parabola non è quanto spazio sia stato conquistato, ma quanto poco sia bastato per farsi assorbire.

Sergio Filacchioni

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