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Roma, 26ott – Sono numerosi i modi con i quali storicamente si può dimostrare come la politicizzazione abbia gravemente nuociuto sia al mondo accademico che alla scuola. Ad esempio il connubio tra la pedagogia e le ideologie politiche viene illustrato con eloquenza – e anche con una certa dose di amarezza – da uno dei più noti pedagogisti cattolici italiani del novecento Giuseppe Flores d’Arcais.
Nel suo saggio autobiografico, l’autore ripercorre la sua formazione accademica soffermandosi su alcuni aspetti di estrema rilevanza. In primo luogo, rilevando come la presenza della politica era capillare già durante i primi anni del secondo dopoguerra all’interno delle commissioni concorsuali universitarie, presenza volta a promuovere quei candidati di provata fede politica. Come testimonia esplicitamente Flores d’Arcais, il concorso per la cattedra di Pedagogia del 1955 fu politicamente pilotato e due autorevoli protagonisti della politica cattolica italiana presenti all’interno della commissione concorsuale – Guido Mancini e Balbino Giuliano – ebbero modo di fare da garanti politici all’autore. Ma sarà l’incontro con Aldo Moro che risulterà essere decisivo per la sua carriera universitaria. D’altra parte d’Arcais ha modo di sottolineare come negli anni ‘50, all’interno delle facoltà umanistiche, il contrasto politico si rifletteva anche nella contrapposizione tra le due ideologie dominanti e cioè quella cattolica e quella marxista, all’internodelle quali incominciò a inserirsi gradualmente quella laicista grazie a Ernesto Codignola e a Lamberto Borghi.
Un altro aspetto che l’autore sottolinea è relativo al movimento del ‘68 e alla sua influenza in ambito universitario. Secondo Flores d’Arcais la contestazione giocò la carta della controcultura. Di fronte ad essa il mondo accademico si trovò sostanzialmente impreparato anche perché non pochi studenti sostennero e promossero questa controcultura e vennero supportati da determinate forze politiche; a livello ministeriale, di fronte alla violenza diffusa in ambito universitario e alla contestazione studentesca nel suo complesso, vi fu un atteggiamento di assoluta indifferenza e di lassismo. Significativo, ed insieme paradossale, il fatto che ebbero modo di accedere al mondo universitario a partire dagli anni ’70 proprio coloro che avevano polemizzato contro la baronia universitaria. Ebbene, se nell’ università attuale – osserva amaramente d’Arcais – si  è sviluppato un vero e proprio neocorporativismo, questo è stato determinato dal fatto che la politica, il sindacalismo e la burocrazia si sono impadroniti della realtà universitaria.
Un altro esempio del ruolo rilevante giocato dalla  politica all’interno della pedagogia è ravvisabile nell’affermazione esplicita da parte dell’autore che una delle più celebri riviste accademiche in ambito pedagogico: Rassegna di pedagogia era nata per legittimare un’impostazione spiritualistica (d’altra parte il Pci aveva fondato la rivista Riforma della scuola con finalità analoghe alla rivista cattolica mentre la terza forza – di matrice laica e sorta grazie ai contributi di Codignola, Borghi, Capitini etc – pose in essere la rivista Scuola e città). A tale proposito è utile ricordare – al di là delle critiche apocalittiche al sistema capitalistico e al di là degli scenari utopici che coesistevano in modo contraddittorio con più modeste richieste riformiste e gradualiste – che uno dei principali bersagli politici che accomunò la riflessione pedagogica marxista a quella ispirata da Codignola sarà la scuola privata cattolica, la politica confessionale dei ministri dell’istruzione e  l’egemonia democristiana. Non a caso il programma pedagogico avviato proprio da Codignola a partire dal 1962 ebbe come sua finalità quella di creare un sistema di alleanze con socialisti, comunisti e laici in funzione antidemocristiana.
Di analogo interesse risultano le riflessioni di Vittorio Enzo Alfieri. In primo luogo, durante  il ‘68 il regime assembleare permetteva alle piccole minoranze organizzate di dominare la massa amorfa degli studenti e a questo disordine non osarono opporsi le autorità accademiche. Dopo il ‘68 la scuola da rivoluzionaria è diventata – secondo lo studioso- una scuola baraonda. In secondo luogo, la politicizzazione  della scuola come dell’università ha determinato la formazione di professori ignoranti ma profondamente ideologizzati e di studenti sfrenati e ubriachi di parole vuote. A questo va aggiunta l’insensatezza dei politici – aiutati e stimolati dai pedagogisti ciarlatani – che ha rovinato l’istituzione scolastica. Coloro infatti che hanno avuto o avranno poteri decisionali dovranno barcamenarsi tra partiti e sindacati, i veri e propri padroni delle istituzioni formative.
In merito al ruolo della politica all’interno dell’Università e della scuola pubblica, le riflessioni di Alfieri sono state altrettanto spietate: secondo lo studioso italiano la politica si è ormai impadronita da un pezzo dell’Università e la politicizzazione attuata dai teppisti del ‘68 è stata subita spesso dei professori o per paura o per amore del quieto vivere; in taluni casi è stata regolata e  stabilizzata dal governo. Di fronte poi alle continue e permanenti agitazioni studentesche, alcuni magistrati per propensioni populiste, per influenza della prevalente opinione pubblica e per reminiscenze sessantottesche hanno assunto un atteggiamento di comprensione e di implicita legittimazione delle azioni studentesche; altri magistrati invece sono stati accusati di zelo inquisitorio, di invadenza nel terreno della pubblica amministrazione o addirittura di protagonismo. Tutto ciò ha determinato l’incertezza del diritto che ha finito per paralizzare i responsabili scolastici. Un altro aspetto che si è  manifestato nel ‘ 68 è stato l’incremento delle agitazione studentesche che è stato, nella stragrande maggioranza dei casi, determinato dalla politica. L’agitazione studentesca è stata – ed è – sostanzialmente un fatto politico. Si pensi, ad esempio, che l’assemblea generale è diventato  il luogo di prevaricazione della minoranza contestatrice e protestataria; quanto poi all’autogestione questa è stata – e sovente è – una vera propria violenza nei confronti  delle persone e delle cose ma risulta essere comunque una violazione  della norma. D’altronde le ripetute manifestazioni di piazza da parte di studenti rappresentano – secondo l’autore – un vero e proprio segnale della malattia della democrazia poiché non costituiscono un atto di libertà ma sono il segno dell’incapacità delle istituzioni a rispondere alle esigenze di studenti.
Ed oggi  a cosa aspira il docente? Da un lato ci sono docenti unicamente interessati a diventare funzione obiettivo, funzione strumentale o animatori digitali. Più prosaicamente a intascarsi i quattrini del bonus premiale e dei progetti. Insomma si va affermando la figura di un docente /servomeccanismo, perfettamente integrato nel  demoniaco sistema capitalistico che contribuisce a trasformare la scuola in una raccapricciante azienda. Dall’altro lato ci sono i nostalgici del Pci e del sessantotto, che proseguono indisturbati con il loro indottrinamento (lottizzando le scuole superiori anche grazie a concorsi per dirigenti pilotati politicamente da determinate forze politico-sindacali) ora attraverso la pedagogia della resistenza ora attraverso coordinamenti culturali che propinano il pacifismo irenico – conducendo i giovani in tal modo a disprezzare le istituzioni militari tout court – ora attraverso iniziative politico-culturali volte a cantare le lodi di Marx, Marcuse e del sessantotto-pensiero globalmente intenso.
Giuseppe Gagliano



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1 commento

  1. Se oggi siamo un paese senza spina dorsale è anche grazie alla degenerazione del sistema scolastico propiziata dall’occupazione comunista

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