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guerregotiche.630x360Roma, 9 ago – La sorte delle civiltà che crollano ha spesso la forma della fatalità ciclica. Talora avviene anche sulle stesse linee di faglia. Come quella che separa Europa e Turchia. Qui sorge una città chiamata Edirne, ma fino alla Grande guerra (e per i Greci accade ancora oggi) si chiamava in un altro modo: Adrianopoli. Nel 125 l’aveva infatti fondata l’imperatore Adriano, sul sito di un insediamento precedente di Traci conosciuto come Uskadama, Uskudama o Uskodama. Qui, 1638 anni fa, il 9 agosto del 378, si consumò un episodio emblematico circa la sorte dell’impero romano, le cui risonanze con l’attualità odierna fanno gelare, il sangue nelle vene.



Il contesto è quello di un’acuta decadenza: sul trono si succede un imperatore dopo l’altro, i barbari premono alle porte e ogni nuovo sovrano ne sfrutta in modo miope i favori per puntellare il proprio governo traballante. È guardando a questa fase che Aurelio Vittore potrà retrospettivamente dire: «Hanno lasciato entrare nell’Impero promiscuamente i buoni e i cattivi, i nobili e gli ignobili, e molti provenienti dalla barbarie» (De Caesaribus, 24, 9). L’apice di questo cedimento nella sua forma più visibile si ebbe nei fatti del 376. In quell’anno, sulle rive del Danubio cominciarono ad accamparsi migliaia di Goti, con donne e bambini, in fuga dagli Unni che avevano iniziato la loro calata dalle steppe. Il grande fiume a quei tempi rappresentava il confine orientale dell’Impero.

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I Goti chiedevano accoglienza per ragioni umanitarie: essi, infatti, “fuggivano dalla guerra” e proprio per questo chiedevano di poter passare il fiume e insediarsi in Tracia. Imperatore era all’epoca Flavio Giulio Valente, peraltro acerrimo nemico di Giuliano e gran persecutore di pagani. Dopo essersi consultato con i suoi uomini, Valente fece arrivare sulle rive del Danubio, dove la situazione cominciava a farsi tesa, le sue disposizioni: «Gli immigrati erano una risorsa umana preziosa da cui l’impero si aspettava grandi cose, ed era politicamente indispensabile trattarli bene», racconta lo storico Alessandro Barbero. Anzi: gli ufficiali romani che avevano avuto la mano pesante con i profughi furono rimossi. La burocrazia imperiale era non di meno in affanno, anche per la diffusa corruzione di diverse sentinelle romane (ieri come oggi, per qualcuno l’immigrazione è sempre un business). L’idea di un attraversamento del confine ordinato saltò quasi subito, tanto più che la notizia che si poteva passare il Danubio traghettati dai Romani stessi cominciò a diffondersi e ad attirare ulteriori profughi (ulteriore caso di inquietanti corsi e ricorsi storici). Racconta significativamente Ammiano Marcellino: «Furono mandati diversi funzionari incaricati di trasportare su veicoli quell’orda selvaggia. Le autorità s’impegnarono con somma cura perché non rimanesse indietro nessuno di quelli che avrebbero distrutto lo stato romano» (Res gestae, XXXI, 4).

Quando i Romani si accorsero che la situazione stava sfuggendo di mano e misero un freno ai nuovi arrivi era ovviamente troppo tardi. L’ondata dei Goti si riversò quindi oltre il confine, travolgendo tutto. I reparti romani che tentarono di riportare l’ordine furono sterminati. Valente dovette allora rimandare la progettata campagna contro i Persiani e si recò in Tracia. L’imperatore, tuttavia, sottovalutava ancora l’emergenza, ritenendo quella massa di straccioni non un pericolo reale ma, ancora, una possibile risorsa. Mentre Valente intavolava trattative con i capi Goti, che stavano solo cercando di tirarla per le lunghe, all’improvviso infuriò di nuovo la battaglia. Il 9 agosto 378, nella battaglia di Adrianopoli, Flavio Giulio Valente veniva ammazzato insieme a gran parte dei suoi reparti scelti. I suoi successori cercarono di accordarsi con gli invasori, ma era troppo tardi: a differenza di quanto avveniva nel passato, ora l’Impero non trattava più da posizione di forza, tant’è che l’accordo del 382 aprì la strada verso la dissoluzione della sovranità territoriale dell’impero.

I Goti fornivano ormai l’ossatura dell’esercito ed erano, di fatto, uno Stato nello Stato. Fra le altre truppe, erano quelli che ricevevano un salario più alto, ma nonostante questo si comportavano con disprezzo e arroganza. Inoltre, come è ovvio, il meccanismo dell’integrazione, che faceva sì che i nuovi arrivati si romanizzassero, saltò non appena questi furono in numero e in forza tale da potersene fregare di ogni politica inclusiva, tant’è che le cronache dell’epoca sono piene di descrizioni allarmate di queste truppe straniere, orgogliosamente non integrate, prive di fede nell’Impero, nelle sue leggi e nei suoi costumi, unite dalle comuni usanze e da una fedeltà “comunitaria” che poco aveva a che fare con le istituzioni. A favore dei nuovi arrivati giocava però un attore socio-politico sempre più importante nell’Impero che fu romano: «L’integrazione degli immigrati nella società romana – spiega ancora Barbero – era anche nei programmi della Chiesa, che fin dall’epoca di Costantino individuò la conversione dei barbari alla vera fede come una delle sue priorità, da realizzare grazie alle vittorie degli imperatori e all’espansione di un impero cristiano universale».

E mentre Giovanni Crisostomo diceva messa in lingua gotica spiegando che anche Abramo e Mosé sarebbero apparsi come barbari agli occhi dei loro contemporanei, Prudenzio, un latifondista divenuto asceta cristiano, auspicava che tutti i barbari diventassero Romani e, tramite l’impero, dei cristiani, per concludere con questa profezia inquietante: «Con la mescolanza del sangue (sanguine mixto) si intesserà da popoli disparati un’unica discendenza» (Libri contra Symmachum, II, 615).

Adriano Scianca

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13 Commenti

  1. La Storia si ripete sempre, e’ l’eterna legge dei corsi e ricorsi. Ottimo articolo, ricco di spunti su cui riflettere. complimenti all’autore.
    Giulia

  2. Martì, l’eredità di questi “ariani” è stata 1000 anni di medioevo, finchè la luce della civiltà non è rinata, come sempre, sulle sponde del Mediterraneo. Si fottano i barbari, biondi, mori o birulò.

  3. Storicamente mi sembra più veritiero il link di Focus anche se poi in modo politicamente corretto e boldriniano l’articolo termina con la solita minkiata fac-simile dei clandestini che ci pagano le pensioni…………………

  4. Non sono d’accordo con Giancarlo. La ricostruzione storica di Scianca mi sembra molto più puntuale, e per di più abbinata a una corretta interpretazione dei fatti, peraltro ovvia se non si hanno gli occhi (e il cervello) foderati dallo stantio prosciutto sinistroide.

    Tra l’altro, l’articolo di Focus prima denuncia la corruzione degli ufficiali romani che dovevano garantire supporto e provviste ai Goti come causa del fatal conflitto, e poi accomuna questo fattore al “rifiuto e respingimento” dei migranti al fine di incitare il lettore all’accoglienza degli allogeni nell’invasione attuale.

    In realtà, una cattiva gestione degli immigrati non equivale al loro rifiuto e respingimento, che invece non ci fu e avrebbe invece dovuto esserci per evitare il problema a monte.

    Questo c’insegna in realtà la storia, quando non viene strumentalizzata in cattiva fede per agevolare la distruzione di altre grandi civiltà occidentali.

  5. Veramente storici di tutto il mondo considerano quella di Focus la versione reale dell’accaduto. Quanto sopra in realtà non è per nulla circostanziato fatti “puntuali” e dalla realtà dell’epoca.
    Oltre ad essere estremamente corrotti i funzionari e generali romani, questi avevano l’abitudine di rapire i figli dei Goti per rivenderli come schiavi (o peggio). Venivano spesso vessati, picchiati e costretti a combattere tra di loro per scommessa (ci sono numerosissime fonti storiche che lo raccontano).
    In più non è vero che i Goti si ribellarono quando furono un numero sufficiente per combattere i Romani (andare a studiare qualche numero in più non farebbe male, parliamo di qualche centinaio di migliaia contro milioni), la realtà è che la civiltà Romana era fortemente decadente e pigra, l’esercito era composto da barbari perchè i romani “non si abbassavano più” a fare la fatica che veniva richiesta nell’esercito.
    La storia insegna che l’integrazione ha sempre vinto nel lungo termine: da Roma agli Stati Uniti, da l’Inghilterra Vittoriana alla Germania post bellica, chi sa integrare ha dei benefici a lungo termine. Lo scontro e la disumanizzazione dello straniero provoca solo altro scontro

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