Roma, 22 ago – Ci siamo già occupati di Ricky Gervais qualche tempo fa parlando di After Life. Torniamo a parlarne oggi, visto che, lo scorso 7 agosto, Netflix ha rilasciato la serie animata Alley Cats (che significa “gatti randagi”), da lui creata, scritta, diretta ed interpretata (dà la voce al protagonista, una sorta di suo alter ego).
Oltre il politicamente corretto
L’animazione “comedy” per adulti ha dato la possibilità di essere storicamente più corrosiva, non dovendo basarsi su attori in carne ed ossa e situazioni più realistiche. Ciò non di meno, il politicamente corretto estremo che ha fagocitato Hollywood ha finito per rendere inoffensive e persino moraliste anche produzioni nate graffianti come I Simpson e South Park, ma con Gervais questo problema non sembra porsi.
Infatti è inglese e vive per la gran parte del tempo nella terra natìa, restando ben distante dal mondo patinato amato da tanti suoi colleghi. Certo, potrebbe essere ostracizzato in ogni modi. E di fatto, ci provano eccome. Ma c’è un grosso problema: le sue opere ed il suo modo di essere piacciono molto al pubblico, che è ben stufo di farsi indottrinare da persone che guadagnano in un giorno quello che la maggior parte della gente non raggiunge in una vita intera.
Alley Cats, le reazioni… preventive
Ed ecco arrivare Alley Cats. Sei puntate da quindici minuti circa l’una che raccontano di sei gatti (cinque randagi e uno di casa), guidati dal cinico e pigro Gus.
Teoricamente sarebbe anche qualcosa da passare abbastanza in sordina. Ma l’establishment decide che è meglio prevenire che curare, come recitava una celebre vecchia pubblicità. Prima dell’uscita della serie ecco comparire una raffica di recensioni sui principali organi di stampa atte a denigrare Alley Cats. Etichettato come un’orrenda nefandezza, totalmente irrispettosa di qualsiasi categoria umana, cosiddette “minoranze” incluse, ovviamente.
Come spesso accade, però, questo livore da parte di prezzolati addetti ai lavori ottiene esattamente lo scopo opposto di quello che si era prefisso. Anche solo per curiosità o per spirito di contrapposizione, i randagi di Gervais ottengono un successo incredibile, con la serie che risulta di gran lunga la più vista su Netflix in oltre 50 paesi. Diventando così un vero e proprio fenomeno planetario e lasciando presagire una continuazione.
Potremo non essere obiettivi (chi scrive ama alla follia sia i gatti che Gervais), ma abbiamo visto Alley Cats due volte in pochi giorni e l’abbiamo letteralmente adorata.
Parlare agli uomini
L’ambientazione londinese è perfetta come lo era Parigi per Gli Aristogatti e, se non vi emozionate per la scena sulle note di There Is a Light That Never Goes Out degli Smiths, avete davvero il cuore di pietra!
Ovviamente Gervais usa i gatti anche per parlare di uomini, della società attuale e delle sue contraddizioni. Ma lo fa sempre con quel tono alla Monty Python (non a caso John Cleese, altra pecora nera attaccata per aver espresso sovente opinioni non da libro Cuore, ha adorato la serie), quel tono che ti fa “guardare sempre al lato positivo della vita” ed allora è giusto che l’ultimo episodio termini in gloria con Gus che beve birra e si scatena a ballare con la fidanzata Dance The Night Away dei Van Halen.
La vita, in fondo, va presa anche così, come fa un pigro ma sensibile gatto di strada.
Roberto Johnny Bresso