Roma, 23 ago – Ci sono due date consecutive, separate da due anni, che permettono di leggere la fine dell’Unione Sovietica da una prospettiva diversa da quella abituale. Il 23 agosto 1989, circa due milioni di estoni, lettoni e lituani si presero per mano formando una catena umana di circa seicento chilometri tra Vilnius, Riga e Tallinn. Il 24 agosto 1991, tre giorni dopo il fallimento del golpe conservatore a Mosca, il parlamento ucraino proclamò l’indipendenza dell’Ucraina. La prima immagine appartiene a quella che è passata alla storia come Baltic Way, la seconda al momento in cui una delle colonne portanti dell’Urss decise che non sarebbe più stata una repubblica sovietica. Sono avvenimenti differenti, ma appartengono alla medesima frattura storica: il ritorno della nazione come soggetto politico, dentro un sistema che per settant’anni aveva sostenuto di aver risolto definitivamente la questione nazionale.
È un elemento che spesso scompare nelle ricostruzioni del crollo sovietico. L’Urss sarebbe caduta per la stagnazione economica, la pressione militare americana, le riforme di Gorbaciov, la competizione con El’cin. Tutto vero, ma non sufficiente. Nel suo fondamentale Nationalist Mobilization and the Collapse of the Soviet State, Mark Beissinger mostra come tra il 1987 e il 1991 l’Unione sia stata attraversata da una vera marea di mobilitazioni nazionali: il successo di ciascun movimento modificava ciò che gli altri consideravano possibile, fino a trasformare rivendicazioni marginali in alternative concrete allo Stato sovietico. Il nazionalismo non fu semplicemente il prodotto della crisi dell’Urss: contribuì a produrla, penetrando progressivamente nelle istituzioni e persino negli apparati che avrebbero dovuto difendere l’Unione
La Baltic Way: una rinascita che prese forma nello spazio
Nelle tre repubbliche baltiche la questione aveva una peculiarità decisiva. Estonia, Lettonia e Lituania non si consideravano nazioni che aspiravano per la prima volta a diventare Stati, ma Stati indipendenti cancellati nel 1940 dall’espansione sovietica. La scelta del 23 agosto non aveva nulla di casuale: cinquant’anni prima, il patto Molotov-Ribbentrop aveva sancito la spartizione dell’Europa orientale tra Germania e Unione Sovietica. I protocolli segreti dell’accordo avevano collocato il Baltico nella sfera di Mosca, preparando il terreno all’occupazione e alla successiva incorporazione delle tre repubbliche nell’Urss. Anatol Lieven, in The Baltic Revolution, individua proprio qui uno dei punti di rottura. La glasnost’ aveva consentito di riportare alla luce deportazioni, repressioni e soprattutto le modalità con cui l’Urss aveva acquisito il Baltico. Ma rendere pubblico il protocollo Molotov-Ribbentrop significava qualcosa di più che correggere un manuale di storia: voleva dire contestare il mito fondativo della presenza sovietica. Quando Mosca finì per riconoscere l’esistenza e l’illegittimità dei protocolli, osserva Lieven, aveva sostanzialmente compromesso la propria legittimità politica nella regione.
La cosa interessante è la velocità con cui la memoria si trasformò in azione. Nel 1987 soltanto poche centinaia di persone osavano manifestare pubblicamente nell’anniversario del patto. Nel 1988 erano centinaia di migliaia. Nello stesso periodo nascevano il Fronte Popolare estone, il Sąjūdis lituano e il Fronte Popolare lettone; tornavano le bandiere nazionali, le lingue nazionali diventavano nuovamente questioni di sovranità, le rivendicazioni economiche cominciavano a trasformarsi in rivendicazioni politiche. Nel novembre 1988 l’Estonia proclamava la propria sovranità; nel maggio 1989 seguiva la Lituania; poche settimane dopo il Fronte Popolare lettone chiedeva apertamente l’indipendenza. Il 23 agosto 1989 questa rinascita prese forma nello spazio. Due milioni di persone disposte lungo una strada non rappresentavano soltanto una protesta contro il comunismo. Rendevano visibile qualcosa che il sistema sovietico aveva tentato di relegare al folklore: l’esistenza politica dei popoli. Estonia, Lettonia e Lituania agivano già come nazioni coordinate prima ancora di tornare pienamente Stati.
Una possibilità politica aperta ne produce un’altra
È qui che la lettura di Beissinger diventa decisiva. Le rivoluzioni nazionali sovietiche non si svilupparono in compartimenti stagni. Si osservavano, si imitavano, imparavano le une dalle altre. Ogni volta che Mosca arretrava davanti a una mobilitazione, il costo percepito della mobilitazione successiva diminuiva. Beissinger arriva a sostenere che la stessa formazione di una coscienza secessionista ucraina è difficilmente comprensibile senza questo contesto: il successo dei movimenti più precoci creava possibilità politiche per quelli che disponevano inizialmente di condizioni meno favorevoli. Bohdan Nahaylo, in The Ukrainian Resurgence, mostra quanto il collegamento fosse concreto. Le repubbliche baltiche non erano soltanto un esempio astratto: nel 1989 fornivano spazi, informazioni e perfino supporto materiale ai movimenti nazionali delle altre repubbliche. Pubblicazioni ucraine indipendenti venivano stampate nel Baltico; Atmoda, il giornale russofono del Fronte Popolare lettone, costituiva una preziosa fonte di notizie; congressi che le autorità locali impedivano di celebrare trovavano ospitalità a Vilnius o Riga. In Ucraina anche il recupero dei simboli nazionali seguì la stessa dinamica. Bandiera gialloblu, tridente e inni cessavano progressivamente di essere reliquie di un passato sconfitto e tornavano strumenti politici. Nahaylo nota come, nella primavera del 1989, in Ucraina occidentale la richiesta di democratizzazione avesse ormai cominciato a fondersi con quella di emancipazione nazionale.
Da questa stagione emerse il Rukh, il Movimento popolare ucraino. Ma anche qui occorre liberarsi dalle retroproiezioni contemporanee. Il Rukh delle origini non era semplicemente un’avanguardia separatista dell’Ucraina occidentale. Al suo congresso sedevano nazionalisti, democratici, comunisti riformatori, russi, ucraini, ebrei, lavoratori, intellettuali, ex detenuti politici. La parola chiave iniziale non fu immediatamente indipendenza, ma sovranità: trasferire il potere effettivo da Mosca a Kyiv e trasformare l’Ucraina da articolazione amministrativa dell’impero in comunità politica. Non era neppure, almeno nella sua componente maggioritaria, una concezione esclusivamente etnica della nazione. Il congresso rivolse appelli specifici agli undici milioni di russi residenti nella repubblica, condannò l’antisemitismo e riconobbe le rivendicazioni nazionali dei tatari di Crimea. Čornovil, tra gli esponenti più radicali, distingueva apertamente l’opposizione all’imperialismo politico di Mosca dall’ostilità verso il cittadino russo che considerava l’Ucraina la propria patria. La nazione che riemergeva non coincideva quindi necessariamente con un’etnia chiusa. Era prima di tutto la pretesa che il centro della decisione tornasse a trovarsi nella propria comunità politica.
Dalla Baltic Way all’indipendenza dell’Ucraina
Il fallimento del golpe sovietico del 19-21 agosto 1991 fece saltare l’ultimo equilibrio. I conservatori avevano tentato di restaurare l’autorità del centro; ottennero l’effetto opposto, dimostrando alle repubbliche quanto precaria fosse una sovranità che lasciava esercito, Kgb e potere reale nelle mani dell’Unione. Il caso di Leonid Kravčuk mostra quanto profondamente fosse cambiato il terreno politico. Kravčuk non proveniva dal dissenso antisovietico. Era stato un dirigente dell’apparato ideologico del Partito comunista ucraino. Eppure fu proprio lui a diventare il primo presidente dell’Ucraina indipendente. Beissinger vede in trasformazioni simili uno degli effetti più profondi della mobilitazione nazionale: la pressione era diventata tale che persino uomini della vecchia nomenklatura potevano appropriarsi delle istanze nazionali e trasformarsi nei dirigenti dei nuovi Stati. Il 24 agosto 1991 la Verkhovna Rada votò l’indipendenza con 346 voti favorevoli, uno contrario e tre astensioni. Il territorio ucraino veniva dichiarato indivisibile e da quel momento soltanto la Costituzione e le leggi ucraine avrebbero avuto validità.
Serhii Plokhy sottolinea la peculiarità dell’avvenimento: Estonia, Lettonia, Lituania, Georgia e Armenia erano state spinte verso l’indipendenza da forze che avevano conquistato o stavano conquistando le istituzioni contro il vecchio apparato. L’Ucraina fu invece la prima grande repubblica nella quale un parlamento ancora largamente composto da comunisti scelse l’indipendenza. Il giorno successivo lo fece la Bielorussia; poi Moldavia e Azerbaigian. La marea aveva raggiunto gli stessi apparati sovietici. Il passaggio definitivo avvenne il 1° dicembre. L’indipendenza fu sottoposta a referendum e ottenne il 90,3 per cento dei voti, con una partecipazione dell’84,1 per cento. Ma ancora più significativo è osservare la distribuzione territoriale: 83,9 per cento nel Donetsk, 83,3 nel Luhansk, 86,3 a Kharkiv, 85,3 a Odessa; perfino in Crimea il sì raggiunse il 54,1 per cento. Questo non significa che le fratture regionali, linguistiche e geopolitiche dell’Ucraina non esistessero. Significa che nel 1991 esse non coincidevano con una divisione tra una vera Ucraina occidentale e territori orientali desiderosi semplicemente di rimanere sotto Mosca. A quel punto l’Unione era finita. Come ricorda Beissinger, a prendere la decisione finale di scioglierla non furono i piccoli popoli periferici che avevano iniziato la rivolta, ma Russia, Ucraina e Bielorussia, cioè tre nazioni appartenenti al nucleo storico e slavo dello spazio sovietico.
Nemmeno gli Stati Uniti si aspettavano la dissoluzione dell’URSS
Ed è proprio qui che questa vicenda diventa interessante per il presente. La discussione sull’Europa orientale viene oggi continuamente risucchiata dentro una falsa alternativa. Da una parte c’è il racconto atlantista, secondo cui la liberazione dei popoli dell’Est costituirebbe quasi naturalmente una tappa della marcia verso l’“Occidente”. Dall’altra quello filorusso, nel quale ogni movimento contrario a Mosca viene presto o tardi ricondotto all’intervento degli Stati Uniti, della Nato, delle intelligence occidentali. Sono due narrazioni opposte che condividono un presupposto: la storia continua a essere fatta dalle grandi potenze e i popoli più piccoli esistono soltanto come loro strumenti. La vicenda del 1989-91 suggerisce esattamente il contrario. Nel momento decisivo della rinascita nazionale baltica e ucraina, gli Stati Uniti non stavano affatto spingendo senza esitazioni verso la dissoluzione sovietica. Washington temeva un collasso incontrollato dell’Urss, il destino dell’arsenale nucleare, l’instabilità europea e la perdita di Gorbaciov come interlocutore. Lieven affronta direttamente la convinzione, già presente negli ambienti sovietici, che dietro le rivoluzioni baltiche vi fosse essenzialmente la Cia. Pur riconoscendo i legami americani con settori dell’emigrazione baltica, osserva che non esistono prove di un ruolo determinante americano e che la politica dell’amministrazione Bush dopo il 1989 fu semmai quella di rallentare l’indipendenza baltica.
Il caso ucraino è ancora più netto. Il 1° agosto 1991, meno di un mese prima dell’indipendenza, George H. W. Bush si presentò davanti al parlamento di Kyiv e invitò gli ucraini a sostenere il progetto di Gorbaciov per una nuova Unione. Mise in guardia contro quello che definì un nazionalismo «suicida» e ribadì la priorità del rapporto americano con il governo sovietico. La stampa statunitense avrebbe ribattezzato quell’intervento Chicken Kyiv speech. Ivan Drač, leader di Rukh, accusò pubblicamente il presidente americano di comportarsi da propagandista del trattato dell’Unione. Ventitré giorni dopo, l’Ucraina proclamò l’indipendenza. Il dato da solo non basta a trasformare gli Stati Uniti in una potenza benevola e disinteressata. Serve a fare una cosa più semplice: restituire causalità alla storia europea. Washington avrebbe certamente sfruttato gli spazi geopolitici prodotti dalla fine dell’Urss. Ma sfruttare un processo non significa averlo creato, ne tantomeno voluto nella misura in cui effettivamente si realizzò.
La nazione come “soggetto storico” che ritorna
È qui che diventa fragile anche l’immagine, oggi ripetuta quasi meccanicamente, dei baltici e degli ucraini come semplici “schiavi della Nato”. Si possono criticare l’egemonia americana, l’allargamento atlantico, l’attuale dipendenza militare europea dagli Stati Uniti o qualunque scelta concreta dei governi di Tallinn, Riga, Vilnius e Kyiv. Ma tutto questo appartiene a una fase successiva. Le loro nazioni non sono nate nella Nato. Sono tornate politicamente sulla scena prima che la Nato potesse diventare il quadro della loro sicurezza. Confondere i due piani significa scambiare un’alleanza con un’identità. Uno Stato può cercare protezione in una potenza più grande e restare comunque un soggetto politico. Può persino servirsi di un equilibrio internazionale che domani giudicherà insufficiente o soffocante. La questione decisiva non è quindi stabilire se Baltici e ucraini siano oggi perfettamente autonomi da Washington — evidentemente nessun piccolo o medio Stato europeo lo è completamente — ma capire se la loro volontà politica possa essere ridotta alla volontà americana. La storia della loro emancipazione dall’Urss dice di no.
D’altra parte sarebbe altrettanto ingenuo trasformare Mosca, semplicemente perché antagonista degli Stati Uniti, nel rappresentante naturale dell’autonomia dei popoli. Anche la Russia è una potenza e, come tutte le potenze, possiede interessi, proiezioni strategiche e una propria idea dello spazio che la circonda. Il fatto che una potenza si definisca “multipolare” non rende automaticamente multipolare il rapporto che pretende di instaurare con i propri vicini. Il paradosso di certo antiamericanismo europeo consiste proprio qui: per denunciare giustamente la subordinazione a Washington, finisce talvolta per accettare senza accorgersene il principio delle sfere d’influenza quando a esercitarlo è qualcun altro. Ma se l’obiettivo è riconquistare autonomia, cambiare il centro al quale attribuire l’ultima parola non risolve il problema.
Restituire causalità alla storia europea
Guardate da questa prospettiva, le rivoluzioni del 23 agosto 1989 e del 24 agosto 1991 assumono un significato ancora più interessante. Non furono semplicemente un movimento dall’Est verso l’Occidente. Questa è una lettura successiva, che sovrappone all’evento gli schieramenti geopolitici venuti dopo. Furono anzitutto movimenti dal non essere soggetti all’esserlo nuovamente. I baltici non formarono una catena umana di seicento chilometri perché desideravano diventare periferia americana. Volevano tornare estoni, lettoni e lituani in senso politico. Gli ucraini non votarono nel 1991 perché qualcuno avesse già promesso loro un posto nell’architettura atlantica. Votarono perché Kyiv prevalesse su Mosca nelle decisioni riguardanti l’Ucraina. Questa distinzione è decisiva anche per chi voglia pensare a un’Europa capace un giorno di diventare qualcosa di più di una periferia strategica americana. Una futura autonomia europea non può essere edificata negando l’autonomia delle nazioni europee che si trovano tra Germania e Russia. Non ci si emancipa da Washington consegnando Tallinn, Riga, Vilnius o Kyiv alla sfera d’influenza di Mosca.
Un’Europa che voglia diventare potenza dovrà semmai essere abbastanza forte da trasformare le sue nazioni da avamposti di potenze esterne in componenti di uno spazio politico capace di garantire da sé la propria sicurezza. In questo senso la questione baltica e quella ucraina non sono ostacoli marginali sulla strada dell’autonomia europea: ne sono uno dei test fondamentali. Perché un’Europa che non riesca neppure a concepire estoni, lettoni, lituani e ucraini come soggetti della propria storia non sarebbe una potenza. Sarebbe soltanto la frontiera occidentale di qualcun altro.
Rifiutare il ruolo della nazione come nemica dell’Europa
Il filo che unisce il 23 agosto 1989 al 24 agosto 1991 è quindi più profondo della semplice coincidenza del calendario. La Baltic Way dimostrò che mezzo secolo di sovietizzazione non era riuscito a cancellare la capacità politica delle nazioni baltiche. L’Ucraina dimostrò due anni dopo che quella crisi aveva raggiunto una delle strutture portanti dell’Unione. Quando perfino una parte della nomenklatura cominciò a pensare non più come amministratrice periferica di uno Stato sovietico, ma come futura classe dirigente di uno Stato nazionale, l’impero perse uno dei suoi ultimi strumenti di sopravvivenza. L’Urss cadde per molte ragioni: la crisi economica, l’esaurimento ideologico, la competizione internazionale, le contraddizioni della perestrojka, lo scontro tra Gorbaciov ed El’cin. Ma cadde anche perché la promessa sovietica di aver superato la nazione si dimostrò falsa. Tra Vilnius e Tallinn, il 23 agosto 1989, milioni di persone resero nuovamente reali i nomi Estonia, Lettonia e Lituania. A Kyiv, il 24 agosto 1991, un parlamento nato sovietico stabilì che Ucraina non avrebbe più indicato una circoscrizione amministrativa di un sistema più grande, ma uno Stato. Prima ancora che l’Urss cessasse formalmente di esistere, era già avvenuta la trasformazione decisiva: la nazione era tornata soggetto politico. E forse il modo più serio per ricordarlo oggi è rifiutare di dare a quella soggettività un proprietà semplicemente disgregante per l’Europa, che sia in nome dell’Occidente o in nome della Russia.
Vincenzo Monti
Riferimenti: Anatol Lieven, The Baltic Revolution: Estonia, Latvia, Lithuania and the Path to Independence; Mark R. Beissinger, Nationalist Mobilization and the Collapse of the Soviet State; Bohdan Nahaylo, The Ukrainian Resurgence; Serhii Plokhy, The Last Empire: The Final Days of the Soviet Union.